Isis rivisitato. Metastasi jihadiste online

«Una vittoria 100% sul Califfato» è la categorica affermazione di Trump twittata per annunciare il ritiro dei soldati americani dalla Siria. Nella stessa occasione, il presidente USA ha chiesto che Gran Bretagna, Francia, Germania e altri alleati europei si «riprendano» e processino gli 800 combattenti dell’Isis catturati dai soldati americani in Siria, pena il loro prossimo rilascio.

Isis rivisitato. Metastasi jihadiste online - GEOPOLITICA.info Euronews

Procediamo con ordine.

Innanzitutto il ritiro delle truppe americane potrebbe portare a una situazione molto rischiosa per i curdi, principali fautori della sconfitta di Isis, i quali non avranno più la protezione USA su cui finora hanno potuto contare a sfavore della Turchia. Di fatto, per la Turchia, i curdi sono dei terroristi che attualmente controllano il 30 per cento circa della Siria (soprattutto il nord-est del Paese) in una porzione di territorio demarcata da Kobane, Raqqa, Deir el Zor fino al confine con l’Iraq. La Turchia, aspira all’avvio di un’operazione anti-curda in Siria che potrebbe generare per Isis la vantaggiosa opportunità di riorganizzarsi grazie al ritiro dei suoi due principali nemici (USA e i curdi).

Isis, dal canto suo, negli ultimi due anni ha perso il controllo di quasi tutti i territori contro l’Iraq e contro l’alleanza curdo-araba sostenuta dagli USA. Questo ha portato l’organizzazione a divenire, da Stato con un territorio ben delimitato, regole ed istituzioni proprie, una complessa rete di gruppi jihadisti che agiscono in autonomia secondo tecniche di insurgency imprevedibili e senza un’apparente logica.

Isis è cambiato, non sconfitto. E questo è dimostrato da almeno due elementi.

A ben vedere non sarebbe la prima volta che, non molto dopo l’annuncio della completa sconfitta dell’organizzazione, riemergano gruppi di jihadisti che sfruttano la debolezza del governo e l’abbandono da parte dei civili di intere aree che diventano terreno fertile per la loro riorganizzazione. Basti pensare alle metastasi qaediste ri-formatesi nel 1989, 1996 e 2001. Anche l’analista Hisham al Hashimi ha affermato che nonostante «il governo iracheno abbia fatto un buon lavoro dal punto di vista militare, non è riuscito a fare altrettanto nel portare stabilità» alle aree liberate, che, di fatto, sono rimaste alla mercé dell’Isis. Questa potrebbe rappresentare una prima causa della sua rinascita. Le stime sul numero di militanti Isis dispersi tra Siria e Iraq vanno da 20.000 a 30.000. Tra l’altro, cellule affiliate sono attualmente attive in Afghanistan, nelle Filippine meridionali, nella penisola del Sinai, in Egitto, in Libia senza contare le formazioni simpatizzanti presenti in Nigeria (Boko Haram), in Somalia, in Kenya.

Quello di Trump sembra piuttosto un tentativo di mettere pressione ai governi europei, specificando di non voler «vedere questi combattenti penetrare in Europa, dove si prevede che vadano» e cogliendo l’attimo per criticare il mancato intervento nella guerra, tutt’altro che finita, che ha distrutto la Repubblica araba: «noi abbiamo fatto e speso molto, ora tocca ad altri fare il lavoro che sanno fare». Forse, però, si sta dimenticando che la strategia del terrorismo di matrice jihadista non si sottrae al paradigma conflittuale di una “guerra ibrida” (combattuta cioè, sia sul campo che online). A questa partecipano non solo soggetti attivi contendenti (organizzazione terroristica e Stato) e sponsor (registi occulti e finanziamenti necessari per condurre nel tempo prolungate attività terroristiche), ma anche attori interessati al suo ampliamento al fine di conseguire determinati obiettivi strategici, favorendo la sua ascesa a terrorismo internazionale.

La technowar non ha alcun tipo di regolamentazione dal momento che i suoi attori non sono statuali e per la maggior parte anonimi. Di fatto Isis ha trovato nell’ICT la pietra miliare della sua guerra, sviluppatasi lungo i fronti più eterogenei: teatri operativi, apparati informativi, strutture economiche, ambiente psicologico e politico favorevole per “fare” community. Ciò ha facilitato l’ascesa di uno jihadismo “autoctono” con una diffusa presenza sul web che ha permesso, oltre alla diffusione della propaganda, la creazione di una rete virtuale di contatti ideologicamente affini. La cosa interessante è che tale jihadismo risulta avere pochissimi legami con luoghi di culto presenti sul territorio (associazioni, moschee), divenuti piuttosto punti ostili per gli jihadisti, in quanto sotto controllo dalle forze dell’ordine.

Già nel 2016 da un rapporto di Europol intitolato ‘Cambiamenti nel Modus Operandi dell’Isis rivisitato’, emergeva il continuo aumento degli arresti e dei procedimenti giudiziari in tutta l’UE per reati legati al terrorismo di natura jihadista. Questa, da un lato, è la prova dell’elevata priorità assegnata alla lotta al terrorismo nelle forze dell’ordine e nel sistema giudiziario, dall’altro rappresenta la necessità di migliorare lo scambio di informazioni tra Paesi in quanto, fintantoché l’Isis rimarrà attivo in Siria e in Iraq, anche qualora sconfitto, continuerà con i tentativi di incoraggiare e organizzare attacchi terroristici nell’UE, supportato dal mercato nero, dal virtuale, dal deep web. Ed è questo il secondo elemento che favorisce la regolare presenza seppur non obbligatoriamente fisica, dello Stato Islamico, «nei cuori e nelle menti» dei suoi seguaci.

In merito ai foreign fighters presenti soprattutto nelle prigioni curde, catturati durante gli scontri tra curdi e Isis, sembra che ci sia difficoltà nell’individuazione di una collocazione idonea, in quanto, da un lato, i curdi dichiarano di non avere le risorse per mantenerli in Siria, dall’altro gli Europei, nel rispetto delle singole legislazioni nazionali, fanno fatica a riaccettarli e gli eventuali programmi di de-radicalizzazione risultano essere molto costosi soprattutto alla luce del risultato che difficilmente è possibile ottenere.

Non si può affermare con certezza cosa accadrà ai curdi a seguito del ritiro delle truppe Usa che hanno protetto fino ad oggi il Kurdistan siriano da eventuali attacchi da parte della Turchia. È evidente, però, che la questione dei foreign fighters presenti nelle prigioni del nord-est della Siria sarà uno dei temi caldi del 2019 a cui presteranno particolare attenzione molti Paesi del mondo, soprattutto quelli europei.

Leggi anche