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TematicheItalia ed EuropaIrlanda: l’Isola della discordia

Irlanda: l’Isola della discordia

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Il riaccendersi dei disordini in Irlanda del Nord mette in luce elementi di forte malessere che coinvolgono da una parte la popolazione di fede protestante, la quale comincia a sentirsi danneggiata dalla Brexit che aveva di fatto sostenuto. Dall’altra la popolazione di fede cattolica che vedendo l’ulteriore avvicinarsi della regione alle aziende irlandesi e europee, per via del confine marittimo, guarda all’unione con la “madre patria” come logica di un atto di creazione dell’Irlanda del Nord quale entità politica mai esistita fino al 1921. È di fatto la storia che torna risvegliando l’ultima frontiera dormiente dell’Europa occidentale. Con l’uscita di Londra dall’Unione Europea quello delle due parti dell’Irlanda è divenuto l’unico confine terrestre tra Gran Bretagna ed Unione. Come in una sorta di nemesi, la Brexit ha riavvolto l’orologio della storia riaprendo ferite che si credevano rimarginate per sempre. 

Storia di una dominazione

A partire dal XII secolo l’Inghilterra avviò l’occupazione dell’Irlanda e nel 1541 Enrico VIII se ne proclamò sovrano protraendo così la dominazione inglese fino al XX secolo, quando al crepuscolo dell’Impero Britannico il Regno Unito dovette cedere anche alle richieste dell’Irlanda. Per il Regno Unito, l’Irlanda rappresentava un tassello fondamentale ed imprescindibile dell’Impero, ma gli indipendentisti irlandesi cominciarono a battersi in parlamento per ottenere l’autonomia. Nel 1915 in seno alla Fratellanza Repubblicana Irlandese uno dei movimenti indipendentisti irlandesi, nacque l’idea di formare un comitato militare per promuovere una insurrezione armata. Ed è ciò che poi accadde durante la Pasqua del 1916 quando a Dublino si diede inizio alla rivolta armata (la rivolta di Pasqua). Questa durò dal 24 al 29 Aprile e si concluse con la cattura dei leader, Pàdraig (Patrick) Pearse della Fratellaza Irandese e James Connolly dell’Irish Citizen Army i quali giudicati da una corte marziale furono poi giustiziati. Nonostante il fallito successo militare l’azione segnò il futuro stesso del paese, infatti da quel momento aumentarono i consensi intorno il Sinn Fèin, il Partito Repubblicano Irlandese fondato nel 1905 da Arthur Griffith (movimento che partecipò anche se non ufficialmente alla rivolta di Pasqua). Fu con le elezioni politiche britanniche del dicembre 1918 che il Sinn Fèin, ottenne il 70% dei seggi riservati all’Irlanda, dimostrando che la maggioranza degli irlandesi fosse favorevole alla nascita di una repubblica indipendente da Londra.

Di fatto il 1918 segnò il momento di svolta per l’indipendenza, in considerazione che vi erano stati già 3 progetti di legge sull’autogoverno (1886, 1893, 1912) nessuno dei quali fu mai approvato a causa dell’ostruzionismo dei protestanti dell’Ulster che volevano mantenere i legami con la Gran Bretagna. Quando dunque si giunse ai risultati del dicembre 1918, i parlamentari irlandesi del Sinn Fèin rifiutarono di sedersi a Westminster e il governo britannico, guidato da David Lloyd George,  usò la forza per impedire l’insediamento a Dublino del Dail Ireann primo parlamento irlandese. La lotta democratica lasciò spazio alle armi e nel 1919 iniziarono gli scontri in tutto il paese. L’IRA (Irish Republican Army), l’esercito indipendentista clandestino non potendo competere con la potenza militare dell’esercito inglese decise di avviare una guerra asimmetrica con operazioni di guerriglia contro le truppe inglesi e la polizia al servizio della Corona.

Il governo britannico resosi conto di non riuscire a tenere a bada l’isola con la repressione militare decise di mantenere il controllo solo sull’area industrializzata del paese, l’Ulster, unica provincia a maggioranza protestante. Dividendo così l’isola in due entità e concedendo un piccolo stato agli unionisti (ovvero l’Irlanda del Nord), Londra ebbe il vantaggio di pacificare gli unionisti stessi e porre fine alla guerra d’indipendenza. Il 3 maggio 1921 entrò in vigore il “Government  of Ireland Act”, la legge che divise l’isola in due parti. Dopo mesi di negoziati guidati da parte irlandese da Michael Collins e Arthur Griffith fu firmato il trattato anglo-irlandese in base al quale 26 delle 32 contee dell’isola avrebbero costituito lo Stato Libero di Irlanda con un proprio esercito ed il controllo sugli affari interni ed esteri. A queste concessioni Londra impose delle limitazioni, confermando il legame con il Commonwealth e l’obbligo del giuramento di fedeltà al monarca d’Inghilterra. Collins accettò il compromesso definendolo “una tappa nel cammino verso una libera repubblica irlandese”. Per i nazionalisti fu inaccettabile e nei mesi seguenti ciò portò il paese alla guerra civile. Da dire che la classe politica britannica del tempo non credeva che la divisione sarebbe stata la soluzione definitiva, né un assetto permanente per l’isola, ma intanto per una combinazione di fattori, insicurezze e timori degli unionisti dell’Ulster e le speranze disattese dei repubblicani irlandesi, si diede avvio ad una realtà che aveva pochi presupposti per essere stabile nel tempo.

La morte di Griffith il 12 agosto 1922, fondatore e leader del Sinn Fèin (il movimento indipendentista irlandese) seguita il 22 agosto dall’omicidio di Collins in quel frangente Comandante dell’Esercito irlandese (ucciso dagli irregolari dell’IRA che non avevano accettato il Trattato del 1921) fece si che non ci fossero gli elementi di guida, mediazione e moderazione tra le forze in campo, e a tal punto la situazione precipitò nella guerra fratricida del 1922-1923. Il termine del conflitto condizionò per decenni la politica irlandese, anche dopo la completa indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1949, rendendo difficili i rapporti tra i due partiti maggioritari ma riuscendo comunque ad avere un equilibrio politico.  

La distorsione: Irlanda e Irlanda del Nord

James Craig, politico nord irlandese, nel 1934 in risposta all’accusa che tutti gli appuntamenti governativi nell’Irlanda del Nord venivano svolti su base religiosa rispose: “è senza dubbio nostro dovere e nostro privilegio, e lo sarà sempre, di vedere che quelli da noi nominati posseggano la lealtà più impareggiabile verso il Re e la Costituzione. Questo è il mio intero obiettivo nel portare avanti un governo protestante per un popolo protestante. Lo ripeto in quest’aula”. Dunque, un’Irlanda del Nord con una sua assemblea legislativa ma fondata sulla discriminazione della minoranza cattolica finì per l’avere le stesse conseguenze delle divisioni imposte dagli inglesi in altre realtà (India, Palestina), esacerbando anziché calmierare e risolvere i problemi del territorio.

Nel 1949 la Repubblica d’Irlanda (EIRE) ottenne la completa indipendenza dalla Gran Bretagna e mentre il paese lentamente iniziava a crescere, nell’Irlanda del Nord a partire dalla fine degli anni 60 riesplose il conflitto tra l’IRA, la polizia,le forze armate britanniche e i gruppi paramilitari unionisti, fino alla pace sottoscritta nel 1998 con la firma dell’accordo del Venerdì Santo. Costata circa 3500 morti in totale da entrambe le parti, nel 2005 l’IRA rinuncia definitivamente alla lotta armata creando una reale speranza di stabilità dell’area. Ma a distanza di 100 anni dalla divisione sembra apparire ancora più chiara la visione politica britannica del 1921, ovvero che i problemi non si sarebbero risolti. 

I 100 anni dalla divisione e la Brexit

È stato sufficiente il funerale a giugno scorso di un ex membro dell’IRA Bobby Storey, (con la partecipazione di oltre 2000 persone) violando le restrizioni anti Covid-19 e la decisione del capo della polizia Simon Byrne di non perseguire nessuno dei presenti (tra cui il vice primo ministro Michelle O’Neill e altri 23 membri dello Sinn Féin) a scatenare a distanza di tempo gli scontri di aprile scorso. Di fatto l’indignazione dei membri del Partito democratico unionista (Dup) e dei suoi elettori che chiedevano le dimissioni del capo della Polizia hanno acceso le polemiche sfociate nella reazione violenta degli unionisti.

Ma concretamente le motivazioni risiedono negli effetti della Brexit. Questa fortemente sostenuta dal Dup, ha poi creato grande scontento quando con l’ufficializzazione della procedura di uscita dall’Unione Europea dello scorso gennaio, si è palesato l’indebolimento tra l’Irlanda del Nord ed il Regno Unito. Per riuscire a portare a compimento la Brexit, Boris Johnson ha dovuto accettare un protocollo di intesa che garantisce la permanenza nordirlandese nel mercato comune e nell’unione doganale, in caso contrario il Regno Unito avrebbe dovuto creare un vero e proprio confine strutturato tra le due realtà irlandesi, finendo per risvegliare in modo ancor più violento le antiche tensioni. Secondo il parere degli unionisti l’accordo ha creato una barriera commerciale con il Regno Unito che ha notevolmente burocratizzato gli scambi, provocando una penuria di generi alimentari. Così l’Irlanda del Nord si trova ad essere legata ancor più alle aziende irlandesi e quindi di fatto all’Ue, una situazione che non piace agli unionisti che temono una progressiva separazione del Regno Unito ed un avvicinamento all’Irlanda. Le manifestazioni hanno finito per divenire scontri tra polizia e lealisti seguiti da poi a distanza di tempo da altri malumori. Le braci sotto la cenere si sono così riaccese, e i gruppi hanno iniziato a lanciarsi sassi, petardi e bottiglie incendiarie da una parte all’altra delle strutture di divisione dei quartieri, le Peacelines (le barriere di cemento, metallo e filo spinato) come accaduto innumerevoli volte a partire dall’agosto 1969. Le violenze sono state stigmatizzate da entrambi i partiti di governo e sono state descritte come “un arretramento di anni della nostra società”. Ma per quanto condannate e condannabili, la storia e le sue distorsioni a distanza di un secolo sono ritornate a dimostrare come quelle decisioni, forzate ed imposte furono un errore al quale si è però unito un altro dramma; il rischio che possa saltare l’accordo del Venerdì Santo del 1998, il quale ridisegnò i rapporti tra Irlanda e Regno Unito, con il governo d’Irlanda che accettò per la prima volta che l’Irlanda del Nord appartenesse al Regno Unito, e all’opposto la cancellazione delle pretese di sovranità su tutta l’isola e l’atto di creazione dell’Irlanda del Nord. Ma come dissero in molti, quegli accordi di pace erano l’inizio di qualcosa, non certo la fine; il problema oggi è: “l’inizio di cosa”?  

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