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In Irlanda del Nord si fa la storia, ma per l’indipendenza bisognerà aspettare

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Per la prima volta nella sua storia, l’Irlanda del Nord avrà un primo ministro indipendentista. Le elezioni svolte il 5 maggio hanno infatti visto vincere lo Sinn Féin, il partito nazionalista ed ex braccio armato dell’Ira (Irish Republican Army). La sua leader Michelle O’Neill ricoprirà quindi la carica di First Minister.

Lo Sinn Féin ha preso il 29% delle prime preferenze, diventando il partito più votato nelle sei contee dell’Ulster, eguagliando il numero di seggi conquistati al parlamento di Stormont nel 2017: 27. Una forza politica che è riuscita a evolversi, sposando tematiche sociali e progressiste per raggiungere il consenso popolare in una campagna elettorale in cui l’indipendenza dell’Irlanda del Nord è stata volutamente tenuta in secondo piano. Tuttavia, quello della riunificazione con Dublino rimane uno degli obiettivi che verranno perseguiti nei prossimi tempi.

Ma a spingere alla vittoria i nazionalisti è stata anche la Brexit. L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, e soprattutto la gestione successiva agli accordi con Bruxelles per via del protocollo nordirlandese, hanno causato non pochi malumori. Anche all’interno degli unionisti, la comunità legata a Londra. Un malcontento che si è riversato nelle urne, punendo il Democratic Unionist Party, ovvero il principale partito lealista dell’Irlanda del Nord, al governo da anni e appoggiato dai conservatori inglesi. 

Il Dup ha perso quasi sette punti percentuali, prendendo il 21%, e ha mantenuto solo 25 seggi a Stormont, rispetto ai 28 di cinque anni fa. Per la politica del power sharing istituita nel 1998 con il Belfast Agreement, se il primo partito per voti indica il primo ministro, al secondo spetta nominare il suo vice. Ma il leader del Dup Jeffrey Donaldson ha già minacciato che non entrerà nel nuovo esecutivo se Londra e Bruxelles non metteranno mano al protocollo, che oggi di fatto divide l’Irlanda del Nord dal resto del Regno Unito.

Molti voti persi del Dup sono andati a finire nel partito più radicale unionista, il Tuv (Traditional Unionist Voice), che ha raggiunto il 7,6%, compiendo un balzo di 5 punti percentuali, pur rimanendo con un solo seggio nell’Assemblea nazionale a causa del sistema elettorale proporzionale con voto singolo trasferibile. Chi invece può solo che sorridere è l’Alliance party, un partito centrista alternativo ai blocchi nazionalisti o unionisti che ha preso il 13,5%. Una crescita che ha permesso al partito di Naomi Long di passare dagli otto seggi scorsi, ai 17 di quest’anno. 

Oltre alla vittoria dei nazionalisti, è questa la vera novità interessante da analizzare. La popolazione che ha dichiarato di non appartenere a una delle due comunità storicamente presenti in Irlanda del Nord, negli ultimi cinque anni, è aumentata. La gente, lentamente, sembra stia cominciando ad abbandonare le posizioni tradizionali delle due fazioni. E il successo dell’Alliance lo dimostra.

Maggiori novità usciranno dai risultati del censimento svolto in tutto il Regno Unito l’anno scorso, i cui dettagli verranno pubblicati il prossimo 24 maggio. Quel giorno si capirà se il sorpasso demografico dei nazionalisti nordirlandesi, rispetto ai lealisti, si è effettivamente consumato, come i trend e le previsioni anticipano. E anche se le due comunità cominciano – piano piano – a sfibrarsi, perdendo il contatto con le giovani generazioni che non sembrano più attratte dal duopolio settario. Se dovesse confermarsi questa tendenza, si metterebbero anche in dubbio gli accordi del Venerdì Santo, che impongono un governo “confessionale”. Un patto che però sembra difficile possa essere modificato, avendo assicurato la pace nella regione negli ultimi 24 anni.

Nel frattempo, però, andranno in scena i negoziati per il nuovo esecutivo, con lo Sinn Féin che cercherà di imporsi mentre il Dup tenterà di far valere la propria voce, consapevole della sconfitta e delle divisioni interne alla comunità. Le sollecitazioni giunte da Londra e Dublino di formare un governo il più in fretta possibile si scontrano con la probabile difficoltà dei partiti di trovare un accordo, viste le divergenze legate allo status dell’Irlanda del Nord post Brexit.

Verosimilmente, lo Sinn Féin non sventolerà in maniera aggressiva la bandiera dell’indipendenza, ma lo farà in maniera oculata. È cosciente del momento favorevole, ma sa che non può permettersi di perdere l’occasione e dovrà sfruttare al massimo la possibilità di un referendum per l’unità dell’isola. Lo dimostra l’esempio dei cugini scozzesi, che hanno fallito la consultazione sull’indipendenza concessa da Londra nel 2014 e che adesso faticano a strapparne un’altra. 

Per questo motivo, probabilmente, si attenderanno le elezioni del 2024 nella Repubblica d’Irlanda, dove lo stesso Sinn Féin è in corsa per diventare la principale forza di governo dopo lo smacco del 2020, quando pur essendo uscito vincitore è stato aggirato dagli accordi di governo tra Fine Gael e Fianna Fail. A quel punto, se Mary Lou McDonald, leader irlandese del partito, riuscirà a salire al potere a Dublino, l’asse nazionalista con Belfast potrebbe spingere verso l’indizione di un referendum, mettendo pressione su Londra e il governo centrale.

Un’unità dell’isola che però, senza grandi dubbi, avrebbe conseguenze sul tessuto sociale dell’Irlanda del Nord. La comunità lealista da più di un anno è sul piede di guerra per protestare contro il protocollo e la scorsa primavera sono avvenuti diversi episodi di violenza settaria. Le vecchie sigle paramilitari unioniste hanno alzato il livello della tensione, tramite incidenti e scontri con le forze di polizia. 

Un’eventuale riunificazione con Dublino potrebbe radicalizzare ancora di più certi movimenti. Tuttavia, dal punto di vista nazionalista è un momento che si aspetta da oltre un secolo, da quando nel 1921 l’isola venne divisa artificialmente. Un momento che si sta avvicinando anche grazie al risultato delle elezioni del 5 maggio. A questo punto il tempo è la principale arma a disposizione degli indipendentisti.

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