Iraq: la tutela degli yazidi sopravvissuti alla ferocia di Daesh diventa legge

Il Parlamento iracheno ha recentemente approvato la “Yazidi Female Survivors Law”, una legge a supporto degli yazidi e delle altre minoranze etnico-religiose perseguitate da Daesh, con una particolare attenzione alle donne yazide ridotte a schiavitù sessuale. La legge rappresenta un passo importante verso il riconoscimento del crimine di genocidio e si propone di risarcire le vittime e supportare il loro reinserimento in società.

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Giustizia per le minoranze più vulnerabili

Lo scorso 1° marzo, il Parlamento iracheno ha approvato una legge a tutela delle minoranze sopravvissute al massacro perpetrato dalle milizie dello Stato Islamico. Questa legge è indirizzata principalmente, ma non esclusivamente, alle donne della minoranza yazida che sono state sottoposte a deportazioni di massa finalizzate alla loro vendita nei “sūq al-sabaya”, letteralmente i mercati delle schiave sessuali. Costrette a convertirsi all’islam e a contrarre matrimoni con i guerriglieri, le donne yazide hanno subito sevizie e violenze sessuali, spesso di gruppo. 

Presentato nel 2019 dal Presidente Salih, il disegno di legge ha ottenuto il sì del Parlamento dopo essere stato respinto due volte. Una prima modifica ha visto l’inclusione di tutti i membri della comunità yazida. Difatti, al fine di sradicare l’identità yazida dalla regione, i miliziani di Daesh hanno sottoposto gli uomini a brutali esecuzioni e i minori all’avviamento a programmi di educazione militare e conversione. Una seconda modifica al progetto di legge ha invece esteso la tutela da parte dello Stato di tutte le altre minoranze compite dalla ferocia dei terroristi, dunque cristiani, shabak e turcomanni. Per far fronte ai traumi fisici e psicologici subiti dalle vittime e permetterne la reintegrazione nella società, il governo metterà a disposizione dei fondi per risarcire i sopravvissuti e garantire loro, e ai figli di quei matrimoni obbligati, l’accesso all’istruzione. Inoltre, verranno definite le pene per le persone coinvolte in rapimenti e crimini sessuali e saranno predisposte la creazione di un tribunale civile nel governatorato di Ninive e una nuova direzione per gli Affari dei sopravvissuti.

Questa legge rappresenta un primo importante passo per il riconoscimento formale del crimine di genocidio, riconoscimento già avvenuto da parte delle Nazioni Unite, del Parlamento Europeo e di numerosi Paesi tra cui Gran Bretagna e Armenia. Il tentativo di sterminare questa minoranza, messo in atto a partire dal 3 agosto 2014, è testimoniato dal ritrovamento di oltre sessanta fosse comuni in zone dell’Iraq che fino al 2019 erano sotto il controllo dello Stato Islamico. La persecuzione degli yazidi si fonda su una falsa accusa di politeismo che ha contribuito ad attribuire a questa minoranza la denominazione di “adoratori del diavolo”. All’origine del malinteso c’è la figura di Malak Tā’wūs, l’Angelo Pavone simbolo dello Yazidismo, che incarnerebbe, secondo molti seguaci delle religioni abramitiche, Satana o Iblis.

Secondo le stime rese note dalle Nazioni Unite, sarebbero 5mila i ragazzi e uomini yazidi rapiti e massacrati e 7mila le ragazze e donne costrette a schiavitù sessuale. Si parla inoltre di oltre 3mila persone ancora disperse tra le montagne del Sinjar e il Kurdistan iracheno. Anche a loro è rivolto il messaggio del Presidente Barhan Salih che ha commentato su Twitter l’approvazione della legge: “Devono essere proseguiti gli sforzi per scoprire il destino delle persone scomparse e rapite, fornire risarcimento alle vittime e ritenere i criminali responsabili”.

La battaglia di Nadia Murad 

La popolazione yazida, stanziata da secoli al confine tra Iraq e Siria, è divenuta oggetto di persecuzioni, abusi e violenze che hanno avuto un terribile impatto sia dal punto di vista umanitario che identitario. Le testimonianze dirette di alcune donne sopravvissute alla ferocia dei miliziani di Daesh hanno contribuito a denunciare a livello internazionale la tragedia che stava colpendo la minoranza yazida.  Tra queste donne, divenute attiviste per i diritti umani, c’è Nadia Murad, ex prigioniera e schiava sessuale, è riuscita a raggiungere l’Europa dopo tre mesi di prigionia. Nel 2016 viene nominata prima Ambasciatrice di Buona Volontà per la dignità dei sopravvissuti alla tratta dalle Nazioni Unite. Lo stesso anno viene insignita del premio Sacharov per la libertà di pensiero dal Parlamento Europeo e nel 2018 vince il Nobel per la pace grazie all’impegno profuso nel tentare di porre fine alle violenze sessuali nei conflitti armati e nelle guerre. 

L’approvazione della legge sulle yazide sopravvissute dunque rappresenta per Murad “un primo passo importante per riconoscere il trauma di genere della violenza sessuale e la necessità di un risarcimento tangibile” ma “l’attuazione della legge dovrà essere focalizzata sul sostegno completo e sul reinserimento sostenibile dei sopravvissuti”, ha commentato su  Twitter. Inoltre, attraverso la sua associazione “Nadia’s Initiative”, Nadia Murad ha scritto una lettera aperta alla Santa Sede in occasione del viaggio in Iraq intrapreso da Papa Francesco dal 5 all’8 marzo. La visita del Pontefice ha rappresentato un’opportunità per mantenere i riflettori accesi sulle minoranze etno-religiose. Difatti, nonostante la sconfitta territoriale dello Stato Islamico, la minaccia di attacchi futuri rimane concreta. La lettera si presenta dunque come un invito a promuovere, tramite la mediazione del Santo Padre, la cooperazione e l’unità di intenti tra il governo iracheno, il governo regionale curdo, i leader religiosi e la più ampia comunità internazionale “al fine di affrontare in modo completo i bisogni delle comunità colpite”.

I massacri di massa, l’addestramento militare dei minori, la riduzione in schiavitù delle donne e ancora la distruzione delle abitazioni e luoghi di culto e le conversioni forzate all’islam in aggiunta alla dislocazione di 400mila persone hanno reso la comunità yazida estremamente vulnerabile. In aggiunta, la pandemia globale non ha fatto altro che esacerbare le disuguaglianze all’interno del paese. Lo scorso maggio, il quotidiano Al Monitor ha riportato un pericoloso aumento del tasso dei suicidi nei campi sfollati di yazidi nei pressi di Dohuk, nel Kurdistan iracheno. Dunque, un sostegno effettivo da parte della comunità internazionale e del governo iracheno, in accordo con il governo regionale del Kurdistan, rimangono indispensabili per preservare l’identità di questa minoranza estremamente pacifica, perseguitata- a detta degli stessi membri della comunità- sin dall’Ottocento. 

Jessica Pulsone,
Geopolitica.info