Iraq: inizia il processo di formazione del nuovo governo mentre il Sud brucia

Il 3 settembre si è riunito il Parlamento iracheno nella sua pima sessione per nominare il nuovo portavoce e dare il via al processo di formazione del governo dopo le elezioni dello scorso 12 maggio, che hanno visto trionfare, contro ogni aspettativa, la coalizione Sairoon guidata dal chierico sciita Moqtada al-Sadr.

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Il 2 settembre 16 gruppi politici iracheni hanno annunciato la formazione di un’alleanza parlamentare che sembra sbloccare la situazione post-elettorale, che aveva visto la coalizione di forze politiche guidata dal chierico sciita Moqtada al-Sadr uscire vittoriosa dalla tornata elettorale. In un comunicato, i 16 gruppi hanno annunciato la formazione di una coalizione sotto la guida dello stesso Sadr, in cui rientra anche il partito Al-Nasr dell’ex premier Haider al-Abadi. La coalizione Sairoon di Sadr nelle elezioni dello scorso maggio aveva ottenuto 54 dei 329 seggi nel Parlamento iracheno, classificandosi come prima forza del Paese, non mancando di suscitare stupore tra gli osservatori internazionali. Oppositore all’invasione americana del 2003 e alla guida di proteste contro le truppe statunitensi, Sadr ha rappresentato l’emblema delle ultime elezioni, raccogliendo voti soprattutto tra le classi più indigenti grazie ad una campagna di condanna verso la dilagante corruzione che domina il Paese. Non è un caso che ha raccolto gran parte dei voti nel sud sciita, ma anche nella capitale, risultando il blocco politico più votato in 6 dei 18 governatorati iracheni (Baghdad, DhiQar, Maysan, Muthanna, Najaf e Wasit). Dalla posizione marcatamente nazionalista, Sadr ha da sempre mostrato una posizione fortemente critica verso l’ingerenza americana nella regione e nel Paese. Allo stesso tempo, si oppone a qualsiasi interferenza iraniana negli equilibri dell’Iraq. La coalizione da lui guidata comprende anche il Partito comunista iracheno, anche se rimangono ancora poco chiari i punti che accomunano le due forze. L’alleanza tra Sairoon e il partito di Abadi garantirebbe una maggioranza parlamentare, con circa 187 seggi sui 329 totali. La coalizione, inoltre, comprende anche il partito Al-Wataniya del vice-Presidente Ayad Allawi e il blocco Al-Hikma del chierico e politico sciita Ammar al-Hakim, come anche i rappresentanti per le minoranze turkmena, yazida, mandea e cristiana.

In risposta al comunicato del blocco guidato da Al-Sadr, Hadi al-Amiri, a guida dell’alleanza sciita Fatah, che ha ottenuto 48 seggi classificandosi come seconda forza del Paese, e l’ex primo ministro Nuri al-Maliki, hanno dichiarato l’intenzione di costituire un blocco di forze che arriverebbe a contare circa 145 seggi. Amiri, ex ministro dei trasporti del governo Maliki, è a capo della Badr Organization, ala militare del Supreme Islamic Iraqi Council (SIIC) e ha stretti legami con l’Iran, in particolare con l’Islamic Revolutionary Guard Corps. L’ex premier Maliki, con il suo partito Dawa, nelle ultime elezioni ha ottenuto risultati piuttosto deludenti, conquistando solamente 25 seggi in parlamento e classificandosi come quinta forza del paese, perdendo 67 seggi rispetto alla precedente tornata elettorale. Maliki ha apertamente contestato la dichiarazione di Sadr e Abadi, che affermano di avere la maggioranza dei seggi in Parlamento.  Mentre Amiri e Maliki hanno posizioni esplicitamente filo-iraniane, Abadi sembrerebbe essere il candidato più gradito agli americani, in un paese dove, oltre alle numerose problematiche interne dovute al post-ISIS e alle difficoltà socio-economiche, bisogna sempre mantenere un certo equilibrio tra gli interessi delle grandi potenze.
Rimangono esclusi da entrambe le coalizioni i partiti curdi, PDK e PUK, che nelle scorse elezioni hanno conquistato rispettivamente 25 e 18 seggi.

A 5 mesi dal voto è iniziato il processo di formazione del governo, dopo che la Corte Federale irachena ha approvato il 2 settembre il risultato del riconteggio manuale delle schede. Dopo il voto di maggio, le forze di opposizione a Sadr hanno denunciato brogli elettorali. Nello scorso agosto è avvenuto un riconteggio delle schede che, tuttavia, non ha portato ad alcun capovolgimento negli esiti del voto.
Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003, per garantire maggiore stabilità al paese, la Costituzione del 2005 ha previsto una divisione dei poteri su base etnica e settaria, sulla base di quelli che sono le tre maggiori componenti del Paese: sciiti, sunniti e curdi. Secondo la Costituzione, la carica di Primo Ministro spetta a un esponente sciita, quella di portavoce del Parlamento a un sunnita e la carica di Presidente a un curdo.

I tempi di formazione del governo non sono in alcun modo prevedibili. Dopo le elezioni del 2010 furono necessari circa 11 mesi prima che fosse formato il governo. Tuttavia, in questo momento, la necessità di un nuovo governo che inizi a lavorare per dare risposte immediate alle esigenze della popolazione è incombente. Prima di tutto, va avviato un processo di ricostruzione dopo la sconfitta dell’ISIS, la cui occupazione è durata tre anni ed ha avuto conseguenze drammatiche, soprattutto nella Piana di Ninive. Il nuovo governo, inoltre, dovrà necessariamente rispondere alle istanze della popolazione e focalizzare l’attenzione sulle proteste che stanno infiammando il sud del Paese a maggioranza sciita. Il 1 settembre circa 150 manifestanti si sono riuniti all’entrata del giacimento Nahr Bin Omar, a 15 km da Bassora, minacciando di interrompere l’attività di estrazione. Ieri, inoltre, la manifestazione è sfociata in una vera e propria guerriglia: la tensione è aumentata quando i manifestanti hanno dato alle fiamme il consolato iraniano come segno di protesta contro l’interferenza di Teheran negli affari interni iracheni. Si sono diretti anche contro il consolato americano che, però, essendo difeso da un importante contingente dell’esercito, e che quindi si è salvato dalla rabbia dei manifestanti. Sempre nella notte il governo, a dimostrazione dello stato emergenziale, ha imposto il coprifuoco nelle regioni del sud infiammate dalla rivolta.
La protesta, che solo negli ultimi 4 giorni ha avuto un bilancio di 4 morti e decine di feriti (sicuramente destinato ad alzarsi), non costituisce un episodio isolato ma si inserisce nel quadro di una serie di manifestazioni che hanno colpito il sud del paese nel corso di tutta l’estate.
La città di Bassora ha costituito il punto focale da cui sono partite le proteste. Seconda città irachena per popolazione, costituisce l’unico sbocco sul mare. Inoltre ospita alcuni dei più estesi giacimenti di petrolio del paese e la gran parte delle esportazioni partono dal Al-Basrah Oil Terminal. Eppure, malgrado la ricchezza di risorse, la popolazione non riesce ad avere accesso ad alcuni servizi di base. Le richieste della popolazione sono acqua pulita, elettricità, un contenimento della dilagante corruzione e più lavoro. Le polemiche riguardano soprattutto il settore petrolifero, di cui la provincia di Bassora è centro focale tanto per l’estrazione quanto per l’export. In particolare, nella città si protesta contro la grande presenza di manodopera internazionale impiegata nel settore petrolifero e la differenza salariale tra i locali e gli internazionali. La gran parte della manodopera locale, mentre gli internazionali ricevono stipendi a tre zeri, rimane senza impiego o percepisce salari molto modesti. La frustrazione è esplosa in tutto il sud del paese, arrivando a Nassiriya, Najaf, Karbala e persino nella capitale. Ma è soprattutto il sud a maggioranza sciita in protesta, quel sud che ha anche votato per Sadr, simbolo della denuncia della corruzione dei passati governi durante la campagna elettorale.

 

Un’altra causa scatenante delle proteste è l’alto tasso di disoccupazione, che a livello nazionale sfiora quasi l’11% mentre la disoccupazione giovanile sfiora il 20%, dato allarmante se si considerano gli andamenti demografici del paese, dove circa il 60% della popolazione ha meno di 25 anni.
Le proteste possono velocizzare il processo di formazione del governo per ristabilire un ordine a livello istituzionale e di conseguenza un certo livello di sicurezza.
Ma sarà sufficiente formare il governo per alleviare il malcontento popolare? Un malcontento che è diffuso e le cui cause sono numerose, alcune strutturali: la disoccupazione, il reddito, lo stato dei servizi pubblici e delle infrastrutture. Altre ragioni sono perfino più radicate nella società irachena, come le divisioni settarie, che provocano l’esclusione o la marginalizzazione di alcune porzioni di popolazione dalla vita pubblica e dal tessuto economico. E poi la corruzione che impervia e che può essere arginata soltanto attraverso riforme strutturali e un processo di autonomizzazione del sistema giuridico da quello politico. E infine l’ingerenza straniera, che in questo momento viene da molti a stento tollerata.

Il nuovo governo dovrà incaricarsi di dare risposte concrete alle richieste della popolazione attraverso interventi immediati e puntuali ma in un’ottica di lungo periodo, che preveda per l’Iraq uno sviluppo economico e un miglioramento complessivo delle condizioni sociali al fine di ridurre la forbice di diseguaglianza che caratterizza il tessuto socio-economico del paese. Quello che è evidente è che esiste un divario tra le aspettative popolari e le risposte del governo è in grado di dare ed è bene che il nuovo esecutivo non sottovaluti il significato di proteste che potrebbero destabilizzare ulteriormente un Iraq dagli equilibri già precari