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Minoranze nell’Iraq post-Isis: il caso di Cristiani e Shabak nella piana di Ninive

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Le minoranze in Iraq non hanno mai goduto della protezione del governo, né durante il regime di Saddam né nell’Iraq post-2003. La presenza dello Stato Islamico ha contribuito a modificare la composizione etnica, ripercuotendosi su una già piuttosto debole coesione sociale e diffondendo un senso di sfiducia tra la popolazione.

La composizione culturale, religiosa e etnica è in Iraq particolarmente eterogenea. Il Paese ospita decine di minoranze, tra cui Cristiani, Yazidi, Shabak, Kaka’i e Turkmeni. La maggior parte di queste vive nella Piana di Ninive, l’area occupata dallo Stato Islamico a partire dal gennaio 2014. A partire dalla caduta di Mosul l’estate successiva, le condizioni delle minoranze si sono rapidamente deteriorate.
I cristiani costituivano la minoranza più importante in termini numerici: durante il regime erano circa 1,4 milioni, distribuiti tra la capitale Baghdad e la regione di Ninive, soprattutto a Qaraqosh (conosciuta anche come al-Hamdaniya o Baqhdida), considerate la roccaforte della cristianità irachena. Se in una certa misura i cristiani hanno goduto di protezione durante l’era Saddam, la loro presenza nel Paese ha iniziato a diminuire subito dopo l’invasione Americana del 2003, quando la comunità è stata bersaglio di numerosi attacchi e violenze da parte di gruppi musulmani a causa delle divergenze religiose e del loro legame con l’occidente. A seguito di attacchi alle loro attività commerciali e vista la crescente insicurezza, i cristiani iniziarono a lasciare la capitale e fuggirono all’estero. Secondo le stime più recenti, il numero dei cristiani ruota intorno alle 300.000 unità, distribuiti nella piana di Ninive e con una presenza a Baghdad.

La regione di Ninive è abitata anche da Shabak e Yazidi. La comunità shabak conta una popolazione che oscilla tra le 200.000 e le 300.000 unità. La maggior parte (circa il 70%) sono di confessione sciita, mentre il restante sunnita. Vivono principalmente di agricoltura e sono stati spesso considerati una classe umile e soggetti a discriminazioni. Riconosciuti ufficialmente come minoranza nel 1952, essi sono stati vittima di un processo di arabizzazione condotto dal regime di Saddam Hussein nel nord dell’Iraq ai danni delle minoranze non arabe e, dopo la caduta del dittatore, hanno sofferto discriminazioni di vario genere, sia ad opera degli arabi che dei curdi.

La conquista da parte dell’Isis della Piana di Ninive nel 2014 ha ulteriormente aggravato la condizione delle minoranze che abitavano la regione. Con l’occupazione di Mosul e del Distretto di Hamdaniya da parte dei miliziani di Al-Baghdadi, gran parte dei cristiani e degli shabak sono stati costretti ad abbandonare le proprie città e hanno perso tutti i loro averi. Le abitazioni sono state saccheggiate, le attività commerciali distrutte, il bestiame rubato. Al momento dell’occupazione, le case dei cristiani sono state contrassegnate con la lettera N, che sta per Nassarah, termine arabo per cristiano. Queste case sono divenute proprietà dello Stato Islamico, dopo il suo passaggio sono rimaste delle rovine. Un simile destino è toccato agli shabak. Sono stati costretti a fuggire dai loro villaggi, le loro terre sono state occupate o date alle fiamme e i miliziani hanno marcato le porte delle loro case con la lettera R, Rafida, che in arabo designa coloro i quali rifiutano la corretta interpretazione dell’Islam, gli sciiti. Durante la guerra contro lo Stato Islamico, molti shabak hanno preso le armi. Alcuni hanno combattuto al fianco dei Peshmerga curdi, altri hanno fondato delle proprie brigate, che esistono tuttora e fungono da corpi di sicurezza che colmano i vuoti securitari lasciati dal governo centrale.

Foto di Martina Mannocchi

Dall’estate del 2014, migliaia di famiglie sono fuggite dalla regione alla volta di Erbil, capitale curda, e delle aree circostanti. Per la maggior parte di loro, la vita nei campi è durata tre anni. I cristiani sono stati accolti a Ankawa, il quartiere cristiano di Erbil, dove sono stati adibiti due campi dalle autorità in collaborazione con la chiesa locale per assistere gli sfollati di fede cristiana provenienti soprattutto da Qaraqosh, rimasta pressoché deserta dall’agosto 2014. Anche gli shabak hanno cercato rifugio in Kurdistan, alcuni si sono spostati verso le regioni centrali e meridionali del Paese, a prevalenza sciita. Oggi una presenza Shabak è registrata a Najaf, Karbala e Baghdad.

La regione di Ninive è stata riconquistata dalla IX divisione dell’Esercito Iracheno e dalla Niniveh Protection Unit (NPU) tra il dicembre del 2016 e l’inizio del 2017. Il rientro delle comunità sfollate è iniziato l’autunno successivo. Malgrado le autorità abbiano dichiarato nel 2017 la fine della crisi, molti sono ancora gli sfollati. Molti cristiani hanno abbandonato definitivamente, coloro che sono rientrati hanno trovato solo devastazione: le stime evidenziano che oltre l’80% delle infrastrutture del distretto di Hamdaniya sono state distrutte o gravemente danneggiate, comprese abitazioni e negozi. “Hanno preso tutto, hanno saccheggiato la mia casa e bruciato i miei campi”, racconta con gli occhi rassegnati un contadino di Qaraqosh. Dal settembre scorso, quando il governo iracheno e le autorità curde hanno iniziato a predisporre i rientri nella piana di Ninive, le minoranze cristiane e shabak stanno cercando di ricostruire la loro vita e riavviare le attività commerciali con grandi sforzi, ma il tessuto economico è fortemente compromesso e il supporto del governo per la ricostruzione è carente.

Una delle principale preoccupazioni delle minoranze resta la sicurezza: c’è necessità di tutele giuridiche e di una protezione effettiva delle  minoranze, anche se ormai esse stesse non hanno alcuna fiducia né nel governo iracheno né in quello curdo, nessuno dei quali è riuscito a proteggere la piana di Ninive dall’offensiva dello stato Islamico. Malgrado la sconfitta dell’ISIS, il senso di insicurezza è diffuso. Durante e dopo l’occupazione, molti membri di comunità minoritarie hanno lasciato l’Iraq alla volta dei paesi limitrofi in cerca di maggiore pace e stabilità. La composizione etnica e demografica sta rapidamente cambiando e sono prevedibili tensioni settare, soprattutto in una regione dalla composizione così eterogenea. Il distretto di Hamdaniya è storicamente abitato da cristiani, tuttavia la presenza degli shabak è aumentata negli ultimi 20 anni e la comunità cristiana si sente sotto attacco, percependo la crescita degli shabak come un tentativo di islamizzare la regione. Hekmat, un anziano contadino cristiano di Qaraqosh, esprime energicamente tutte le sue preoccupazioni: “Stanno comprando le nostre terre e provano a rimpiazzarci. Questa terra era la nostra terra, era una regione cristiana ancor prima che l’Islam nascesse. La loro presenza ora sta crescendo e presto l’Islam dominerà anche quest’area. Che ne sarà di noi? Perché nessuno ci protegge?”
La coesione sociale tra shabak e cristiani sarà una sfida per le autorità della regione, che devono compiere un duro lavoro di mediazione per evitare ulteriori conflitti. Queste due minoranze vivono per lo più separate, come due sistemi chiusi, e evitano quanto più possibile di interagire.

Foto di Martina Mannocchi

L’ISIS è stato respinto ma le tensioni sociali e politiche hanno fatto emergere ancor più la vulnerabilità delle minoranze e il loro senso di insicurezza. L’Iraq post-Isis, pertanto, rischia di essere un terreno fertile per nuovi conflitti religiosi e settari e il futuro delle minoranze resta incerto malgrado il loro attaccamento alla terra.

La Costituzione irachena del 2005 riconosce la diversità etnica e culturale di Paese ma ha fallito nel garantire tutele alle minoranze. L’Iraq è anche parte di convenzioni internazionali in materia di diritti delle minoranze come la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale e la Convenzione sui diritti civili e politici. Tuttavia, queste misure non sono mai state sufficienti a garantire l’uguaglianza e le minoranze restano tuttora escluse dai processi decisionali e sotto-rappresentate a livello politico. Il conflitto del 2014 ha contribuito a polarizzare le diverse comunità, rendendole diffidenti le une verso le altre, malgrado siano state tutte vittime dello stesso nemico. In questo clima, e senza un programma inclusivo ben strutturato per la regione, nuovi conflitti sono alle porte. Tra le priorità del nuovo governo, oltre a finanziare un processo di ricostruzione delle aree distrutte, deve figurare la coesione sociale, raggiungibile attraverso l’avvio di un meccanismo di riconciliazione che permetta di reintegrare cristiani e shabak nella società. Per raggiungere tale obiettivo è indispensabile una governance locale inclusiva, una mediazione tra i diversi gruppi per evitare tensioni e facilitare un processo di peace-building. Tuttava, l’obiettivo sembra lontano da raggiungere. Il governo centrale è debole, il nuovo parlamento non è ancora stato nominato dopo le elezioni dello scorso maggio e aumentano le tensioni tra il governo iracheno e le autorità curde per il controllo delle aree liberate dallo Stato islamico. Nell’Iraq post-conflitto, insomma, il futuro delle minoranze sembra piuttosto cupo.

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