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24/06/2025
Medio Oriente e Nord Africa

La guerra in Iran nei giornali del Golfo

di Giovanna Zavettieri

La rappresentazione del conflitto israelo-iraniano sulle prime pagine di alcuni dei quotidiani del Golfo del 23 giugno 2025 – Saudi Gazette, Arab News, Kuwait Times e Arab Times – si struttura attraverso una complessa architettura visuale e discorsiva dello spazio, in cui titoli, immagini, impaginazione e scelte tipografiche convergono nella produzione di una rappresentazione mediatizzata del conflitto. Lungi dall’essere meri supporti illustrativi, questi elementi compongono un dispositivo semiotico che traduce il conflitto in forme visibili e leggibili, orientando l’immaginario collettivo secondo coordinate di allarme, vulnerabilità e controllo. 

La rappresentazione del conflitto israelo-iraniano sulle prime pagine di alcuni dei quotidiani del Golfo del 23 giugno 2025 – Saudi Gazette, Arab News, Kuwait Times e Arab Times – si struttura attraverso una complessa architettura visuale e discorsiva dello spazio, in cui titoli, immagini, impaginazione e scelte tipografiche convergono nella produzione di una rappresentazione mediatizzata del conflitto. Lungi dall’essere meri supporti illustrativi, questi elementi compongono un dispositivo semiotico che traduce il conflitto in forme visibili e leggibili, orientando l’immaginario collettivo secondo coordinate di allarme, vulnerabilità e controllo. 

Nel caso della Saudi Gazette, la pagina è dominata dalla parola “WAR”, scritta in caratteri cubitali come parte del titolo “Widening War”, ma tipograficamente isolata al centro del layout, quasi a voler enfatizzare da sola l’inevitabilità e la portata globale del conflitto. Poco sotto, la domanda in rosso acceso “Will Iran close the Strait of Hormuz?” richiama uno degli spettri ricorrenti del discorso geopolitico regionale, connesso alla vulnerabilità dei flussi energetici globali. La minaccia si proietta su uno spazio marittimo strategico altamente localizzato che, pur non essendo (ancora) teatro di azioni concrete, viene evocato come punto di crisi potenziale. In questa costruzione mediatica, la geografia funziona come dispositivo anticipatorio: lo stretto non è rappresentato come spazio già colpito, ma come soglia critica, il cui eventuale blocco implicherebbe una riconfigurazione immediata delle reti energetiche globali e delle rotte commerciali. Questa sospensione tra reale e possibile amplifica la tensione geopolitica, posizionando il Golfo non solo come margine esposto del conflitto, ma come nodo nevralgico di vulnerabilità sistemica. La sua sola menzione, tipograficamente marcata nei titoli, traduce un’ansia strutturale: quella per la tenuta dell’ordine geo-economico globale fondato sulla libera circolazione marittima di beni energetici. 

Dal punto di vista delle fotografie, l’immagine scelta della Situation Room, con Donald Trump raffigurato in posa plastica – cappellino rosso, sguardo fisso e mani agganciate alla cintura – richiama deliberatamente un immaginario da “sheriff federale”, sovrapponendo l’iconografia del potere decisionista statunitense a quella dello spettacolo. La costruzione visiva della leadership si affida qui a un’estetica che reinterpreta la crisi geopolitica come performance individuale, inserendo l’attore politico in un frame visivo mutuato dalla cultura popolare americana (dal western all’infotainment). Questo dispositivo iconografico non si limita a “umanizzare il comando”, ma lo territorializza simbolicamente: la Situation Room diventa spazio mediatizzato dell’autorità, messa in scena della verticalità (estetizzata) del potere. In questo senso, la fotografia non illustra soltanto un momento decisionale, ma lo mitizza attraverso i codici dell’impact leadership, fondata sul coinvolgimento emotivo e sulla costante spettacolarizzazione della geopolitica.

In netto contrasto, Arab News adotta un approccio più analitico e apparentemente sobrio. In prima pagina, accanto al titolo principale che richiama la ricerca di de-escalation da parte dei Paesi del Golfo, si dedica ampio spazio al tema della “assenza di contaminazione radioattiva”, a cui si aggiungono le parole rassicuranti della Saudi Nuclear and Radiological Regulatory Commission. È un tentativo evidente di rassicurare il pubblico regionale e internazionale, alleggerendo il peso percettivo dell’attacco. Interessante anche l’inserimento di riferimenti morali e religiosi, come le parole attribuite a Papa Leone XIV, a segnalare la dimensione umanitaria del conflitto e introdurre un registro etico nella lettura geopolitica. Ancora più significativa è la pagina interna (p. 3), che propone un’analisi spaziale articolata degli impianti nucleari iraniani, restituendo la materialità dei luoghi attraverso immagini satellitari ad alta risoluzione, fotografie interne e infografiche tecnico-militari. Fordo, Natanz e Isfahan non vengono presentati come entità astratte del lessico strategico, ma come spazi infrastrutturali concreti, con una propria morfologia funzionale: recinzioni perimetrali, accessi sorvegliati, sistemi di raffreddamento, strutture di contenimento e bunker ipogei. Questa rappresentazione conferisce alla narrazione una dimensione geo-tecnica, in cui la geografia non è più sfondo ma componente attiva del rischio: i siti diventano architetture della minaccia, spazi scavabili e penetrabili secondo una logica verticale che combina ingegneria militare e sorveglianza satellitare. Si delinea così una mappatura dettagliata del potere nucleare iraniano, dove ogni sito è reso leggibile e attaccabile, inscrivendosi in una logica di trasparenza forzata e di controllo remoto dello spazio.

Il Kuwait Times propone un confronto diretto tra immagini satellitari del 19 e del 22 giugno, che documentano con chiarezza i crateri provocati dai bombardamenti statunitensi. Questa sequenza visiva costruisce un effetto di autenticazione quasi forense, in cui il paesaggio viene trasformato in una prova: il territorio ferito diventa archivio di tracce localizzate e tecnicamente verificabili. Al centro della pagina spicca l’infografica del GBU‑57 “bunker-buster”, illustrata nel dettaglio del suo ciclo d’azione: penetrazione verticale fino a 60 metri nel sottosuolo, detonazione ritardata, capacità di colpire strutture corazzate o interrate. La visualizzazione del funzionamento dell’ordigno segna un passaggio fondamentale nella narrazione spaziale del conflitto: si scende dalla superficie alla profondità, si abbandona la dimensione orizzontale della cartografia per abbracciare quella verticale della geologia militare. Il suolo iraniano viene così rappresentato come spazio sezionabile, perforabile, ingegnerizzato, in cui la tecnologia bellica americana si inserisce per neutralizzare l’invisibilità strategica degli impianti sotterranei. Questa performatività visiva traduce in forma grafica un dominio che non è più solo aereo, (quindi distante e distaccato) ma anche interno. 

Inoltre, il linguaggio impiegato nel commento editoriale si discosta nettamente dalla retorica prudente e formalmente bilanciata che caratterizza molte testate regionali: l’espressione “War criminal Benjamin Netanyahu” segna un punto di rottura discorsivo, attribuendo responsabilità diretta, personale e giuridico-morale alla leadership israeliana. Questa scelta lessicale non solo infrange la consueta grammatica della neutralità diplomatica, ma si inserisce in un campo semantico accusatorio che ricolloca il conflitto entro coordinate giudiziarie e di diritto internazionale. In tal modo, il quotidiano assume esplicitamente una posizione, facendo slittare il registro della rappresentazione da quello geopolitico a quello etico-politico, e rendendo la dimensione mediatica un’estensione dello scontro narrativo in corso.

Infine, Arab Times si distingue per l’insistenza sulla normalità dei livelli di radiazione in Kuwait e nel Golfo. Tale rassicurazione si ripete in più sezioni, come a voler blindare la percezione di sicurezza interna. Il titolo in rosso “Kuwait warned to brace for $100 oil if conflict escalates” sposta invece il focus sulle conseguenze economiche, richiamando la vulnerabilità energetica globale come effetto collaterale potenziale del conflitto. La prospettiva è quindi proiettata oltre il fronte militare: si costruisce un discorso sull’interdipendenza economica e sul rischio di instabilità sistemica.

L’analisi comparata delle prime pagine dei quotidiani rivela una pluralità di posizionamenti politico-discorsivi che riflettono non solo le rispettive linee editoriali, ma anche le posture geopolitiche più ampie degli Stati di riferimento. Le due testate saudite (Saudi Gazette e Arab News) si muovono lungo un asse di allineamento strategico con gli Stati Uniti, pur differenziandosi nel registro espressivo: la prima opta per una narrazione allarmista e iper-securitaria, incentrata sulla minaccia iraniana e sulla possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, mentre la seconda adotta un tono più tecnocratico e rassicurante, volto a minimizzare gli effetti della crisi e a valorizzare la dimensione multilaterale della risposta. Al contrario, il Kuwait Times si distingue per un linguaggio esplicitamente critico e moralmente connotato, che mette in discussione la legittimità dell’attacco statunitense attraverso accostamenti storici (Hiroshima) e giudizi diretti (“War criminal Benjamin Netanyahu”), ponendosi così in linea con una parte dell’opinione pubblica kuwaitiana tradizionalmente più solidale con la causa palestinese e più scettica verso l’interventismo occidentale. Arab Times, infine, adotta un registro pragmatico e focalizzato sugli impatti regionali del conflitto, con particolare attenzione agli effetti sul mercato petrolifero e alla sicurezza ambientale, evitando prese di posizione esplicite sugli attori coinvolti. Insieme, queste testate non si limitano a registrare l’evento bellico, ma lo riscrivono secondo coordinate discorsive differenziate, costruendo narrazioni che spaziano dalla legittimazione preventiva alla denuncia etico-politica, dalla diplomazia della deterrenza alla gestione del rischio locale.

Pur consapevole della ricchezza e varietà delle fonti mediatiche disponibili in altri paesi, questa analisi ha privilegiato un campione coerente con l’obiettivo di indagare le rappresentazioni regionali del conflitto a partire da due capitali del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che si trovano oggi in posizione di intermediazione tra tensioni belliche, diplomazia multilaterale e vulnerabilità energetica. La selezione delle quattro testate analizzate – Saudi Gazette e Arab News, Kuwait Times e Arab Times – risponde a criteri di rappresentatività geopolitica, continuità editoriale e rilevanza linguistica. In primo luogo, si tratta di quotidiani anglofoni con ampia diffusione nazionale e internazionale, che fungono da interfaccia comunicativa privilegiata tra gli attori locali e l’opinione pubblica globale. Questo li rende particolarmente indicati per osservare come i governi del Golfo scelgano di posizionarsi rispetto a un conflitto di rilevanza regionale. In secondo luogo, l’Arabia Saudita e il Kuwait rappresentano due contesti distinti ma centrali nel sistema geopolitico del Golfo: il primo come potenza egemone e mediatore diplomatico, il secondo come paese di frontiera strategica, direttamente esposto alle ricadute materiali della crisi (evacuazioni, rischio radioattivo, oscillazioni petrolifere). Infine, la scelta di testate anglofone consente di cogliere con maggiore chiarezza il linguaggio mediatico rivolto all’esterno, spesso più filtrato, selettivo e strategicamente costruito rispetto alle versioni in lingua araba. Nel loro insieme, queste narrazioni giornalistiche non si limitano a cartografare gli eventi, ma ne organizzano attivamente la struttura spaziale e simbolica. L’Iran emerge come spazio anatomizzato, sottoposto a sezionamento visivo e ingegneristico, bunkerizzato e sorvegliato attraverso tecnologie satellitari e retoriche della trasparenza forzata. Gli Stati Uniti si configurano come potenza extralocale, operante a distanza mediante dispositivi ipertecnologici, la cui proiezione di forza non implica presenza territoriale ma controllo mediato e deterrenza remota. Israele è evocato quasi esclusivamente in chiave ideologica, spesso privo di referenti spaziali concreti, e rappresentato più come attore simbolico polarizzante che come soggetto territorializzato. 

Il Golfo, infine, appare come territorio sensibile e nodale, esposto alle ricadute del conflitto ma anche capace di attivare dispositivi discorsivi e logistici di contenimento: corridoi di evacuazione, dichiarazioni multilaterali, rassicurazioni tecnoscientifiche. In questo quadro, le testate non si limitano a fornire informazione: operano come macchine discorsive di legittimazione e attribuzione, producendo distanza o prossimità strategica rispetto agli eventi, e trasformando la geografia del conflitto in un campo semantico instabile dove spazio, minaccia e autorità sono costantemente rinegoziati.

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