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Iraq: priorità e sfide dei primi sei mesi del governo al-Sudani

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“L’Iraq oggi, dopo la formazione del nuovo governo, è un Iraq completamente diverso. Oggi ci stiamo aprendo all’intera regione e l’Iraq è uno dei pilastri che sostengono la regione ed è stabile; vive in coesistenza ed armonia, con partnership economiche con gli altri paesi.”Queste sono state le prime parole pronunciate da al-Sudani alla Munich Security Conference 2023, dove il primo ministro ha esplicato le priorità, le sfide ed i progetti del suo governo. Come si è mosso al-Sudani nei primi sei mesi a livello regionale, internazionale ed interno?

Articolo precedentemente pubblicato nella scorsa edizione della newsletter Mezzaluna, iscriviti qui!

Una politica regionale attiva e pragmatica 

Secondo al-Sudani l’Iraq a livello regionale ha un “ruolo guida ed è un ruolo naturale, è la nostra identità, la nostra geografia, la nostra cultura. Siamo una parte fondamentale della regione e stiamo cercando di essere un hub per l’incontro di tutti i paesi. Questo è come lavoro io e è il motivo per cui ho avuto visite reciproche con molti leader regionali.” Al-Sudani persegue una politica basata su rapporti di buon vicinato e partnership su temi comuni, cooperazione economica ed energetica in primis; rimangono però dossier spinosi soprattutto con Turchia ed Iran.

La prima visita estera è stata la Giordania da Abdullah II, per rafforzare i legami economici ed energetici, con progetti quali l’oleodotto Bassora-Aqaba e l’interconnessione delle linee elettriche nazionali, che consentirebbe all’Iraq di ridurre la dipendenza energetica dall’Iran. La Giordania è parte dell’intesa triangolare, nata nel 2019 tra Iraq, Giordania ed Egitto, dove al-Sudani si è recato per concordare progetti infrastrutturali e investimenti. La partnership basata su interessi di sicurezza, economici e politici punta a sfruttare le economie di scala (i tre paesi assieme hanno 150 milioni di cittadini e $ 500 miliardi di PIL).  

Visite significative sono state quelle con l’Arabia Saudita e con gli EAU, per assicurare continuità nel riavvicinamento ai paesi del GCC, passo non scontato visto che al-Sudani è legato al Quadro di Coordinamento Sciita (CF) e quindi potrebbe essere molto influenzato dagli interessi iraniani. Il ministro saudita Faisal ha elogiato il ruolo iracheno per la stabilità regionale e la mediazione ed ha discusso di accordi di cooperazione economica e di sicurezza, è in corso il progetto di collegare la rete elettrica tra Arar e Yusufiya, e c’è un MOU sulla condivisione di intelligence. Vi sono state visite di investitori e sono ripresi i collegamenti aerei tra i due paesi.

Il 9 febbraio al-Sudani si è recato negli EAU per rafforzare la cooperazione economica, politica, diplomatica e fissare la 10° sessione del Joint Commitee. Gli EAU sono un partner rilevante per la ricostruzione irachena (hanno investito 3 miliardi $ e partecipato all’iniziativa Revive the spirit of Mosul). Importante passo avanti è l’accordo per la salvaguardia degli investimenti: gli EAU sono in Iraq con la Crescent Petroleum, Abu Dhabi Ports Group e per la realizzazione di impianti solari con la Masdar.

A livello di soft power verso i paesi arabi è significativa la scelta di ospitare la 25° Gulf Cup a Bassora: le esenzioni hanno consentito ai fan arabi di recarsi in Iraq senza visto, creando interazioni people to people. Al-Sudani, rimarcando di voler sviluppare le relazioni con i paesi del Golfo, ha parlato di “Golfo Arabico”, non di Golfo Persico, suscitando la protesta formale iraniana.

Più complessi risultano invece i dossier con la Turchia, viste le incursioni militari turche per colpire il Kurdistan iracheno e la gestione congiunta delle risorse idriche. La visita ad Erdogan il 21/03 si è conclusa con dichiarazioni sulla cooperazione economica ma pochi risultati concreti. Sul PKK Erdogan è stato irremovibile, mentre al-Sudani ha dichiarato che l’Iraq non sarà usato per attaccare la Turchia e ha proposto di risolvere la questione attraverso la cooperazione e l’intelligence, evitando l’uso della forza. Riguardo all’annosa disputa sulla quota d’acqua che la Turchia, dopo la costruzione delle dighe del GAP su Tigri e Eufrate, lascia defluire verso l’Iraq, Erdogan ha accettato di aumentare il flusso per un solo mese. Rimane alta anche la tensione per la riapertura degli oleodotti, dopo l’accordo raggiunto tra Iraq e Kurdistan.

La seconda Conferenza di Baghdad, a Sweimeh a dicembre 2022, è stata un test importante per al-Sudani, che ha dimostrato di essere qualificato e di saper raccogliere sostegno a livello regionale ed internazionale. Hanno partecipato leader di Iraq, Egitto, Arabia Saudita, EAU, Qatar, Bahrein, Kuwait, Oman, Iran, Turchia, Francia e rappresentanti della Lega Araba, GCC, NU, OIC. Al-Sudani ha riaffermato le linee programmatiche: un Iraq aperto, impegnato a costruire relazioni bilanciate di cooperazione con tutti i partner regionali ed internazionali, che rifiuta la logica delle scelte binarie. Temi fondamentali sono l’interdipendenza infrastrutturale, l’integrazione economica, gli investimenti, la lotta alla corruzione ed all’estremismo, la sicurezza alimentare e la cooperazione ambientale. Ha inoltre segnalato la problematica della condivisione delle fonti idriche e delle incursioni turche e iraniane in territorio iracheno.

Gli sfaccettati rapporti con l’Iran: tra cooperazione, ingerenza e competizione economica. 

L’Iran è un vicino fondamentale e le ingerenze iraniane nel paese sono profonde e istituzionalizzate, visto il ruolo delle PMF ed i forti legami tra Iran e CF. Gli USA hanno dichiarato che non lavoreranno con alcuni ministri, affiliati a gruppi filo-iraniani designati come organizzazioni terroristiche. 

Al-Sudani ha ribadito che “l’Iran è un vicino ed abbiamo legami strategici, religiosi ed economici reciproci da molti anni.” Le relazioni restano solide, comprovate da diverse visite bilaterali, con Raisi, Khamenei, Amirabdollahian – che ha chiesto urgentemente la finalizzazione di un documento di cooperazione comprensiva ed ha parlato di affinità strategiche – ed il comandante delle IRGC Hossein Salami, che ha criticato la presenza delle truppe USA e proposto di addestrare i militari iracheni. Prosegue anche la cooperazione economica (l’Iraq è uno dei principali partner commerciali iraniani) ma un punto critico è la dipendenza energetica dell’Iraq dall’Iran da cui importa gas per produrre elettricità.

Autorità irachene hanno partecipato alla commemorazione di al-Muhandis, ci sono scambi a livello giudiziario ed il CF ha spinto al-Sudani a creare una società da 70 $ milioni, gestita da PMF e intitolata ad al-Muhandis. Il 19 marzo è stato siglato un accordo per la sicurezza dei confini, contro i militanti curdi. L’Iraq, che già da novembre ha sostituito con militari iracheni i Peshmerga, ha rassicurato che non permetterà che partano attacchi all’Iran dal suo territorio. L’Iraq ha comunque ribadito il suo disappunto per gli attacchi iraniani in territorio curdo e per la gestione delle risorse idriche. Si apre una competizione economica sulle rotte marittime e terrestri tra i due paesi: entro il 2025 l’Iraq punta a realizzare il Porto al-Faw ed il dry canal, ferrovia che collegherà la Turchia, riducendo l’importanza dei porti di Khorramshahr e di Chabahar. Gli accordi energetici con il GCC e questi sviluppi potrebbero ridurre la dipendenza irachena, limitando quindi le leve dell’ingerenza dell’Iran, che al momento rimane comunque il paese estero più forte in Iraq. Rispondendo ad una domanda specifica alla MSC sulle ingerenze iraniane, Al-Sudani ha replicato che la lettura proposta delle ingerenze iraniane è errata ed ha cercato di sminuirle, affermando che “non permettiamo a nessuna entità o stato di interferire nei nostri processi decisionali”, basati sull’interesse nazionale. Nei fatti l’influenza iraniana nella politica irachena è innegabile ma al-Sudani ha dato prova di sapersi smarcare dai desiderata di Tehran. Ha ribadito la necessità della permanenza delle truppe occidentali per combattere l’ISIS, non allineandosi alla risoluzione parlamentare non vincolante del 2020 ed alle pressioni iraniane, ha mandato truppe scelte per fermare il contrabbando di dollari al confine, sta rimodulando il sistema bancario per essere compliant alle richieste della Federal Reserve (meno flussi illegali di dollari verso l’Iran) e sta investendo sull’indipendenza energetica, con accordi con Siemens, General Electric e Total Energies.

In equilibrio precario: come bilanciare la partnership strategica con gli USA con un importante vicino come l’Iran?

“L’iraq può intrattenere simultaneamente buone relazioni con gli USA e l’Iran” è il mantra  di al-Sudani, che considera gli USA un partner strategico per la trasformazione del paese. Una rappresentazione di questo equilibrio precario è stata la visita lo stesso giorno ad al-Sudani dei rappresentanti USA McGurk e Hochstein e Qaani (IRGC).  

Al-Sudani ha detto alla MSC che “L’Iraq guarda agli USA come un partner nel settore della sicurezza, naturamente è anche un partner strategico: abbiamo uno Strategic Framework Agreement (SFA) per la cultura, la scienza e la ricerca. Abbiamo mandato una delegazione a Washington per discutere di tutti questi dossier”. L’ aspetto interessante è la percezione degli USA come partner a 360°, non solo per la lotta al terrorismo; come sottolineato nella telefonata tra Biden e Al Sudani, incentrata sullo SFA ed il sostegno USA alle riforme economiche ed energetiche.

A febbraio Higher Coordinating Committee dello SFA, con la delegazione irachena, ha sottolineato l’ampiezza delle relazioni USA/Iraq, focalizzandosi sul lato economico, finanziario, energetico e sulla lotta al cambiamento climatico. Il tema securitario rimane comunque centrale come dimostrano le visite di Austin a Baghdad e del ministro Hussein alla NATO . Al-Sudani ha dichiarato in più occasioni la necessità della permanenza delle truppe USA e NATO (Inherent Resolve e NMI), visto che l’ISIS non è ancora completamente eliminato, sottolineando però il ruolo non-combat; infatti, le forze occidentali sono in Iraq per addestrare e supportare le forze irachene, nel pieno rispetto della sovranità e con tempi e luoghi concordati con le autorità locali. 

Riuscire a gestire contemporaneamente Washington e Tehran sarà uno dei bilanciamenti più delicati e dipenderà dal livello di tensione Iran/USA, da come proseguirà la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, ma anche dalla politica interna irachena, dove sia per l’opinione pubblica che per la politica la presenza delle truppe straniere e la crisi del dinaro sono temi caldi. Al momento al-Sudani ha chiarito che chi vuole restare al governo deve abbandonare la richiesta del ritiro USA e deve rispettare le nuove norme bancarie, ma la calma nella casa sciita potrebbe rivelarsi effimera, viste le dichiarazioni di membri del CF quali Al-Ameri e Khazali. Altri punti di frizione con gli USA possono nascere dalle relazioni Iraq/Russia (che sollecita i pagamenti alle compagnie petrolifere, attualmente bloccati dalle sanzioni USA) e dal rafforzamento della presenza cinese; l’Iraq è uno snodo chiave della BRI e nel 2021 ha siglato contratti per $10,5 miliardi.

Priorità e sfide interne

Al-Sudani ha indicato cinque priorità: contrastare la povertà, ridurre la disoccupazione, migliorare i servizi pubblici, combattere la corruzione e implementare le riforme economiche. 

Si stima che ¼ della popolazione irachena abbia bisogno di sussidi e al-Sudani ha in programma di estendere il welfare a questo 25%. La svalutazione del dinaro rispetto al dollaro ha acuito la crisi economica e portato a rivolte popolari.

L’Iraq cerca investimenti privati e nonostante una legge che secondo al-Sudani facilita gli investimenti stranieri, è necessaria una maggiore diversificazione, dato che l’economia è troppo dipendente dal petrolio, al 90%. Nel settore oil and gas sono stati siglati nuovi contratti e partner importanti sono anche i paesi europei, in testa Germania, Francia ed Italia. 

La disoccupazione è al 14,19 % e molti vedono il settore pubblico (che assorbe il 40% del budget) come unica fonte di impiego. Al-Sudani ha riconosciuto il problema ma ha comunicato l’assunzione di 370.000 nuovi impiegati pubblici.

La corruzione pervade tutti i settori e rimane complessa da combattere: l’Iraq è al 157° posto di 180 nazioni secondo Transparency International ed è da poco scoppiato lo scandalo definito la “rapina del secolo”, la sparizione di 2.5 miliardi di dollari dalla Rafidaen bank. Al-Sudani ha istituito la High Commission of anti-corruption, ha richiesto report mensili e la Integrity Commission ha annunciato una stretta normativa ma al momento solo pochi fondi sono stati recuperati. 

Un’altra priorità riguarda il cambiamento climatico: desertificazione, scarsità di risorse idriche e la prassi del gas flaring (l’Iraq è il 12° paese al mondo per riserve di gas) rendono l’Iraq il 5° paese più vulnerabile. Non bisogna dimenticare il nesso tra climate change e problemi securitari, con aree che potrebbero diventare bacini di reclutamento per i diversi attori armati non statali e l’ISIS. 

Altri punti critici sono gli sfollati interni (circa 600.000) per cui sono in corso progetti in Sinjar e Ninive e soprattutto i rimpatri degli iracheni attualmente presenti nel campo di al-Hol, in parte spostati ad al-Jadaa Rehabilitation Center a Mosul,  per cui al-Sudani ha chiesto il supporto della Comunità Internazionale.

Le necessarie riforme strutturali sono ferme, dato il clima di instabilità politica ed economica, dove interessi confliggenti delle élite e problemi strutturali pesano sulla loro implementazione. 

Si sono registrati passi avanti nei rapporti tra Baghdad ed Erbil che hanno siglato un accordo temporaneo, condizione positiva per arrivare all’approvazione della legge nazionale su gas e petrolio. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il bilancio triennale, ora in approvazione al Parlamento, che darebbe un segnale positivo per la stabilità economica e gli investimenti privati

Per quanto riguarda l’apparente calma politica rimangono molte incognite: come si comporteranno le diverse correnti del CF? Cosa farà al-Sadr che al momento ha congelato il suo movimento? Che ruolo avranno gli attori armati non statuali, che per la maggioranza degli iracheni sono più potenti del governo?In questo quadro complesso e incerto non possiamo però dimenticare che l’Iraq è uscito dopo più di un anno dalla impasse politica e, nonostante i problemi, il 68% degli iracheni sostiene che la democrazia sia la migliore forma di governo. Secondo un sondaggio realizzato da IIACSS Group ci sono segnali positivi: il 40% degli iracheni crede che il paese stia andando nella giusta direzione, il 62% che il livello di sicurezza sia buono, il 44% ha fiducia nel governo centrale (dato più alto dal 2012) ed il 76 % crede che al-Sudani sia stato in grado di svolgere i suoi compiti.

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