Ipotesi e certezze sullo scacchiere mediorientale dopo la morte di Soleimani

Il cavaliere oscuro, il guerriero imprendibile, ma soprattutto il “martire vivente”. Molte sono state le definizioni attribuite nel tempo a Qassem Soleimani, il comandante delle brigate al Qods del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, responsabile delle operazioni all’estero della Repubblica Islamica iraniana: dalla lotta allo Stato Islamico al puntellamento dell’Iraq post-Isis, fino all’assedio di Aleppo e alla riconquista della Siria a favore di Bashar al-Assad.

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Dal momento della sua uccisione a Baghdad per mezzo di un drone USA, Soleimani è  diventato il martire per eccellenza, la figura attorno alla quale Teheran può ricompattare un paese estremamente diviso al proprio interno, anche per effetto della pesante campagna di pressione statunitense che ne ha messo in crisi l’economia, contribuendo a far aumentare il malcontento dei cittadini. A livello regionale, però, la mossa statunitense rischia di dare origine a una nuova ondata di instabilità i cui effetti hanno già cominciato a riverberars al di fuori dei confini iraniani. Nella notte tra il 7 e l’8 gennaio, infatti, è arrivata la risposta di Teheran all’uccisione del suo generale: intorno all’una, 22 missili balistici iraniani si sono abbattuti su due basi irachene che ospitano soldati statunitensi e della coalizione internazionale anti-ISIS. Teheran ha rivendicato la legittimità dell’attacco come misura “proporzionata” di autodifesa nel rispetto del diritto internazionale sancito dall’ONU: la rappresaglia, ha commentato il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif su Twitter, è stata “conclusiva”, a segnalare che l’Iran “non vuole una escalation né la guerra, ma è pronto a difendersi da qualsiasi aggressione”.

Dalla sua residenza di Mar-a-Lago, il presidente USA Donald Trump ha supervisionato l’operazione che ha portato all’uccisione di Qassem Suleimani, di Abu Mahdi al Muhandis, e degli altri militari legati all’Iran presenti nel convoglio in transito nei pressi dell’aeroporto della capitale irachena. Secondo le ricostruzioni, Trump avrebbe dato il via libera all’opzione presentatagli dal Pentagono già qualche giorno prima, dopo essersi consultato con il Segretario di Stato Mike Pompeo, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Robert O’Brien e altri membri dell’amministrazione. La decisione sarebbe stata presa alla luce dell’escalation di violenza registratasi a Baghdad proprio nel corso dell’ultima settimana, culminata nell’assalto all’ambasciata statunitense condotto da miliziani iracheni collegati all’Iran, e nell’uccisione di un contractor statunitense. Già nella giornata precedente all’uccisione di Suleimani, del resto, il Segretario alla Difesa Mark Esper aveva avvertito della possibilità che gli Usa rispondessero alle provocazioni iraniane con “attacchi preventivi”.

La portata della decisione presa da Trump, e soprattutto le sue possibili conseguenze future, è tale da imporre una riflessione circa le sue motivazioni. La giustificazione ufficiale fornita dalla Casa Bianca è quella della “difesa preventiva” contro gli attacchi a obiettivi statunitensi che il generale Suleimani stava pianificando in Iraq. Un’accusa plausibile, ancorché impossibile da verificare, e dunque dalla dubbia legittimità giuridica: come ha fatto notare la Special Rapporteur ONU sulle esecuzioni extra-giudiziarie Agnes Callimard, gli omicidi mirati, attraverso droni, non trovano giustificazione nel diritto internazionale umanitario, oltre a presentare una seria sfida alla sovranità nazionale. In questo senso, inoltre, l’assassinio di un esponente di un governo nemico – peraltro su territorio di un paese terzo – rappresenta un pericoloso precedente al quale altri governi potrebbero appellarsi per giustificare proprie azioni future.

A spingere gli USA a intraprendere un’azione così piena di rischi e dalla fragile giustificazione legale può essere stato un mix di calcoli di politica interna e di politica estera. Da una parte, l’uccisione del principale agente operativo del Medio Oriente, nonché architetto della strategia regionale iraniana, è indubbiamente un successo tattico che Trump può presentare ai cittadini statunitensi nell’anno elettorale. Si tratta però di una scommessa, perché se di successo tattico si tratta, è invece assai dubbia la capacità e la disponibilità statunitense di fare fronte alle conseguenze che una mossa di questo tipo potrebbe avere sul lungo periodo: motivo per cui pur essendo Soleimani sulla lista dei ricercati da anni, e relativamente ben individuabile, diverse amministrazioni precedenti a quella di Trump hanno rifiutato di dare il via libera all’operazione in passato.

Dal punto di vista della politica estera, invece, Trump ha agito in ossequio alla strategia della “massima pressione”, alla base della quale c’è l’idea che un Iran indebolito e piegato possa soccombere alle proprie richieste. La mancata risposta statunitense agli attacchi – attribuiti all’Iran – contro le petroliere nel Golfo, così come all’attacco dello scorso settembre agli impianti Saudi Aramco in Arabia Saudita, avrebbe trasmesso a Teheran un messaggio di impunità, in base al quale l’Iran si sarebbe sentito legittimato ad agire senza il timore della “punizione” statunitense. Colpendo una figura di spicco come Soleimani, Washington avrebbe ripristinato quella deterrenza che era andata perduta negli ultimi mesi, e avrebbe rimarcato quelle linee rosse che erano andate sbiadendosi in mezzo agli annunci di disimpegno statunitense dal fronte siriano a vantaggio della Turchia, e implicitamente dell’Iran. Anche in questo caso, però, l’incognita è rappresentata dal risultato dell’azzardo di Trump. In questi mesi, la strategia di “massima pressione” non è risultata in un ritorno dell’Iran al tavolo negoziale, bensì in un preoccupante aumento della tensione e dell’instabilità nella regione, con il moltiplicarsi delle possibilità di conflitto. A farne le spese è stato anche e soprattutto l’accordo sul nucleare, già azzoppato dall’uscita USA, poi ulteriormente indebolito dalla ripresa graduale delle attività nucleari iraniane in risposta alla pressione Usa, e ora definitivamente appeso a un filo.

La situazione quindi, si fa ancora più complessa e delicata, ed è sotto gli occhi di tutti: il 26 gennaio scorso, per esempio, cinque razzi “Katiuscia” sono stati lanciati contro l’ambasciata americana nella zona Verde di Baghdad, a confermare come le relazioni Iraq Usa, dopo la morte di Soleimani, si siano ancor più complicate inserendosi definitivamente sul piano delle questioni internazionali a cui tutte le altre potenze mondiali (Europa inclusa), non dovrebbero sottrarsi.

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