A fine ottobre il presidente francese Emmanuel Macron si è recato in visita ufficiale in Marocco per formalizzare una serie di accordi di investimento nel sud del Paese coinvolgendo anche le aree contese del Sahara Occidentale che da decenni costituiscono una disputa mai risolta tra la monarchia araba e l’ex colonia spagnola. Il Marocco, che la Francia vede come partner strategico nell’area del Nord Africa, ha ancora forti legami con il Paese europeo e qui Macron ha spiegato come Parigi intenda investire quasi 11 miliardi di euro all’interno del territorio marocchino includendo anche il territorio sahrawi su cui la Francia riconosce la sovranità di Rabat dallo scorso luglio. La decisione francese si inserisce all’interno di un contesto di per sé già complicato in cui nessuna parte in causa riesce a far valere le proprie posizioni all’interno di un’area che potrebbe in futuro diventare sempre più instabile.
Il piano di investimenti coinvolge soprattutto il porto di Dakhla, seconda città più grande del Sahara Occidentale e la regione settentrionale del Guelmin Oued. I punti chiave saranno lo sviluppo portuale, infrastrutturale ed energetico della regione per favorire lo sviluppo francese in Marocco e del Marocco stesso. Di ritorno, il mercato francese ed europeo otterranno energia pulita e prodotti agricoli e della pesca.
La decisione francese di riconoscere la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale è stata presa a luglio quando Macron ha inviato al re Mohamed VI una lettera in cui specifica che “il presente e il futuro del Sahara Occidentale rientrano all’interno del sistema di sovranità marocchina sull’area”, sostenendo così la proposta del Marocco del 2007 di riconoscere il West Sahara come regione ad autonomia limitata all’interno del sistema governativo marocchino.
Il Sahara Occidentale è un’ex colonia spagnola resasi indipendente negli anni ‘70 e che ha combattuto con il Marocco per il riconoscimento della propria sovranità fino agli anni ’90, quando le Nazioni Unite hanno supportato un cessate il fuoco con l’intento di indire un referendum per l’autodeterminazione del popolo sahrawi. Tuttavia, questo referendum non si è mai tenuto e, nel 2007, il Marocco ha proposto il proprio piano sull’autonomia limitata che ha raccolto negli anni il supporto di USA, Spagna, Israele e adesso anche Francia. Ad oggi il Sahara Occidentale rimane, secondo l’ONU, un “Paese che non si autogoverna” e le Nazioni Unite riconoscono in Polisario il legittimo interlocutore e rappresentante del popolo sahrawi, nonostante esso sia un governo in esilio che opera dai campi profughi in Algeria, Paese che da sempre sostiene il Polisario nella sua lotta. Nel 2020 sono riprese le violenze dopo anni di tregua latente, con Polisario che ha intrapreso azioni di violenza a bassa intensità, mentre il Marocco si è spinto sempre di più all’interno della regione attraverso sforzi di sviluppo economico e infrastrutturale.
La mossa francese, oltre ad aver spiazzato l’alleato Mauritano che da anni si pone neutrale sulla questione, ha conseguentemente deteriorato le relazioni tra Francia e Algeria. La decisione di Macron di sostenere il progetto del Marocco arriva dopo numerosi tentativi di riavvicinamento tra Francia e Algeria dove però la diplomazia francese non ha ottenuto alcun risultato. Per questo motivo il riposizionamento di Parigi in favore di Rabat ha fatto infuriare il governo algerino che ha ritirato il proprio ambasciatore in Francia, mentre i rapporti tra Algeri e la monarchia nordafricana rimangono sempre estremamente tesi con l’Algeria che ha tagliato ogni rapporto diplomatico col Marocco e ha spesso definito i cittadini marocchini di essere spie sioniste. Contemporaneamente, sembra ormai tramontata la proposta delle Nazioni Unite di dividere il Sahara Occidentale in 2 Stati con uno stato indipendente a sud e il riconoscimento della sovranità marocchina sul nord, lasciando alla popolazione libertà di scelta nel decidere dove vivere. La partizione, che sembra non piacere né al Marocco né a Polisario, prevede l’attribuzione del porto di Dakhla al sud, togliendola così dal controllo di Rabat: il Marocco non sembra voler sentire ragioni sull’autodeterminazione del popolo sahrawi, mentre Polisario continua a sostenere l’idea del referendum. Quella della partizione del West Sahara è solo uno di pluridecennali insuccessi da parte delle Nazioni Unite sul tema del Sahara Occidentale e la totale mancanza di sviluppi ha spinto l’inviato speciale Staffan De Mistura a dichiarare che il Consiglio di Sicurezza dovrebbe iniziare a valutare persino la propria utilità in un contesto in cui nessuno sembra voler collaborare.
Il piano di investimenti promosso dall’Agenzia Francese per lo Sviluppo coinvolgerebbe soprattutto il Sahara Occidentale e, secondo le stime, aumenterebbe la presenza marocchina su circa l’80% del territorio anche grazie al ricollocamento di numerosi sudditi di Mohamed VI che si trasferirebbero nel territorio sahrawi per motivi di lavoro, creando villaggi nuovi e popolando quelli già esistenti in seguito all’incremento delle attività in settori come trasporti, logistica, edilizia, agricoltura, pesca ed energia. A tal proposito, un ruolo chiave sarà giocato dalla MGH Energy, società francese che opera nel settore delle energie rinnovabili e della decacarbonizzazione. La società francese punta sul porto di Dakhla per la costruzione di depositi di carburante e nel potenziamento dell’infrastruttura portuale per il trasporto navale: il progetto prevede l’utilizzo dell’energia solare ed eolica per la produzione di metanolo riciclato, un carburante che verrà venduto per l’utilizzo nell’industria navale europea. Il piano rientra all’interno del “Janassim Project” e prevede l’installazione di 2.2MW di energia solare ed eolica per produrre circa 500 mila tonnellate di carburante riciclato all’anno grazie a un investimento di circa 5 miliardi di dollari, alla creazione di 2600 posti di lavoro e a un programma di integrazione economica verticale e orizzontale al fine di sviluppare una sinergia tra il nuovo impianto di produzione e il sistema produttivo già presente nella regione, fornendo programmi di formazione e rifornendo il mercato locale con il carburante prodotto. L’obiettivo è quello di iniziare le attività entro il 2030, quando il Marocco prevede di aver completato la costruzione del porto di Dakhla, strategico per lo stesso Marocco anche per raggiungere i Paesi dell’Africa Occidentale e del Golfo di Guinea.
Alcune organizzazioni internazionali hanno già espresso i loro dubbi in merito alla reale efficacia di questi investimenti, specialmente per quanto riguarda le ricadute sulla popolazione sahrawi. Secondo un rapporto del Western Sahara Resource Watch del 2023, il piano di sviluppo del Marocco, senza contare il piano di investimenti francese, prevedeva già lo sgombero e l’esproprio di circa 800 mila ettari di terreno nella regione di Dakhla per la realizzazione di cinque mega progetti industriali al costo di circa 23 miliardi di dollari; mentre nel nord del Sahara Occidentale, nella regione del Layoune-Sakia el Hamra, il Marocco punta alla realizzazione di nove mega progetti su un territorio di quasi 400 mila ettari.
L’investimento franco-marocchino si aggiungerebbe così ai sopracitati piani di sviluppo, aumentando verosimilmente le espropriazioni e i ricollocamenti della popolazione; tuttavia, le cose sembrano essersi complicate sia per il Marocco che per la Francia, dal momento che una decisione della Corte di Giustizia dell’unione Europea potrebbe mettere i bastoni tra le ruote nei piani di investimento di Parigi. A inizio ottobre la Corte ha stabilito che la Commissione Europea non può legalmente includere il Sahara Occidentale all’interno degli accordi di partnership di pesca e liberalizzazione tra l’UE e il Marocco, stabilendo così che l’Unione non ha il diritto di riconoscere la sovranità marocchina sul territorio considerato come entità separata e distinta da Rabat. Allo stesso tempo, il Marocco deve ottenere il consenso della popolazione sahrawi e dei suoi rappresentanti (Polisario) prima di includere il Sahara Occidentale in accordi economici con parti terze. Tali accordi, secondo quanto stabilito dalla Corte, devono in ogni caso dimostrare di avere ricadute positive anche per i sahrawi, i quali vengono spesso confusi e sovrapposti alla popolazione marocchina all’interno dei carteggi amministrativi e dei documenti ufficiali tra Rabat e Paesi Europei. Per tale ragione la Corte ha stabilito che la popolazione che abita il territorio sahrawi non coincide necessariamente con la popolazione sahrawi stessa, anzi la maggior parte di questa si trova al di fuori del proprio territorio, principalmente nei campi profughi algerini.
Questa decisione, già osteggiata e rifiutata dal governo marocchino, può tramutarsi in un grattacapo per le nazioni europee che sperano che la partnership economica con il Marocco possa tramutarsi soprattutto in maggiore controllo dei flussi migratori diretti verso lo stretto di Gibilterra, Ceuta e Melilla. Allo stesso tempo, la perdita economica per il Marocco ammonterebbe a circa 40 milioni di euro dal momento che i pescherecci europei non sarebbero più autorizzati a operare nelle acque del West Sahara, così come la frutta e la verdura prodotti dalle fattorie dei “coloni” marocchini dovrebbero essere etichettati come prodotti sahrawi, esulando così dagli accordi tra Marocco e UE e diventando molto più costosi e soggetti a dazi, creando un danno d’immagine all’estero, intaccando i forti sentimenti nazionalisti marocchini sulla questione del West Sahara e colpendo anche diversi latifondisti facenti parte del sistema clientelare della monarchia.
In molti sperano che l’Unione Europea possa rivedere i propri piani di cooperazione con il Marocco e sfruttarli per fare da mediatrice tra Rabat e Polisario in un momento in cui la presenza europea, e in generale occidentale, nel continente africano sta sempre più scemando, lasciando vuoti di potere e di sicurezza che altri attori cercano di colmare. Il Sahara Occidentale è un Paese strategico non solo per le sue coste sull’Atlantico e le risorse naturali, ma anche perché costituisce un luogo di transito obbligato per le tratte migratorie dirette verso lo stretto di Gibilterra ed è pericolosamente vicino alla fascia Saheliana. Nonostante la Mauritania funga da efficacie Stato cuscinetto grazie alla sua stabilità, gli effetti della repentina escalation degli eventi che si sono consumati nei vicini paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel potrebbero farsi sentire anche nel Sahara Occidentale, specialmente qualora non si dovesse riuscire a trovare un accordo o quantomeno ritornare alla tregua tra il Marocco e Polisario. Seppur improbabile, un possibile aumento dell’intensità delle violenze nell’area potrebbe destabilizzare ulteriormente l’Africa Occidentale e lasciare spazio di infiltrazione per organizzazioni criminali, trafficanti, gruppi jihadisti e gruppi armati privati.
Ad oggi la situazione del Sahara Occidentale rimane aperta e non sembra esserci una soluzione di breve periodo. I sostenitori del Marocco danno a Rabat la sicurezza necessaria per poter rifiutare qualsiasi compromesso o proposta diversa dal completo riconoscimento della sovranità marocchina sulla regione; dall’altra il Polisario non smetterà di perpetrare azioni di violenza a bassa intensità finché non verrà riconosciuta l’autodeterminazione del popolo sahrawi. Alla porta rimangono anche alcuni osservatori esterni come la Russia e la Turchia che sostengono Polisario, mentre l’Algeria continua a dare asilo ai profughi sahrawi. È difficile pensare che l’impasse si possa superare, dal momento che il conflitto nella regione interessa diversi attori, ma non abbastanza da spingerli in azioni decise o decisive.

