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TematicheCina e Indo-PacificoIntervista alla Senatrice Soliani sulla situazione in Myanmar alla...

Intervista alla Senatrice Soliani sulla situazione in Myanmar alla luce della piccola riduzione della pena a Aung San Suu Kyi

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Il primo agosto era trapelata la voce che Aung San Suu Kyi fosse stata graziata dalla giunta militare al potere in Myanmar. Nondimeno, benché la notizia, come vedremo, fosse in realtà inesatta, ciò ha riportato all’attenzione dei media occidentali quanto sta accadendo da due anni a questa parte nel paese asiatico. Infatti, a seguito del golpe del 2021 e gli efferati eccidi perpetrati dalla giunta al potere, in Myanmar tra i militari e le opposizioni è in corso un conflitto, di cui ancora non si intravede la fine. Per cercare di comprendere meglio quello che sta avvenendo, abbiamo avuto la possibilità di intervistare la Senatrice Albertina Soliani. Profonda conoscitrice delle dinamiche del paese asiatico, Soliani è da tempo impegnata per la liberazione di Aung San Suu Kyi, che ha avuto modo di conoscere, apprezzandone lo spessore sia politico che umano. Formatasi nell’Azione cattolica, Soliani ha avuto in passato anche incarichi di governo: è stata sottosegretaria all’istruzione durante il primo mandato di Romano Prodi. Attualmente presiede l’Istituto Alcide Cervi e coordina molte iniziative in favore della pace e in sostegno alla democrazia.

Quanto c’è di vero nella notizia riportata dai media internazionali sulla presunta “grazia” a Aung San Suu Kiy?

Sono solo sei gli anni che sono stati sottratti dai trentatré di pena complessiva, cui è stata ingiustamente condannata Aung San Suu Kyi dalla giunta militare che governa il Myanmar. Infatti, occorre ricordare che è dal febbraio 2021, allorché un colpo di Stato ha ridato le redini del potere ai militari, che Aung San Suu Kyi si trova in regime di detenzione. All’inizio i mezzi di comunicazione avevano addirittura lasciato intendere che alla figura più carismatica e conosciuta dell’opposizione fosse stata concessa “la grazia”. In un primo momento perfino la BBC era stata ingannata dai militari, che avevano lasciato trapelare la notizia sui media governativi. Senonché, in realtà, soltanto 5 dei 19 capi di imputazione contro Aung San Suu Kyi sono stati lasciati cadere. Una misura insufficiente che continua a limitare pesantemente la sua libertà. 

Nondimeno, ciò dimostra come il SAC (State Administration Council), come è chiamato l’organo di governo della giunta militare al potere, abbia bisogno di strumentalizzare la figura più riconosciuta internazionalmente dell’opposizione, cioè Aung San Suu Kyi, giacché ciò gli consente di aprire una sorta di dialogo di cui il regime, del resto, ha disperatamente bisogno. Occorre sottolineare come il SAC abbia un’ideologia nazionalista e centralista, che vuole annullare, o meglio annientare qualsiasi differenza culturale e religiosa. Vuole imporre un’unica fede, il buddismo, e sottoporre tutta la società al controllo della giunta militare. Chi si oppone, invece, sostiene le ragioni del pluralismo e ha in testa uno Stato federale, cioè una formazione in grado di riconoscere e tutelare i diritti di tutte le etnie e le minoranze. Eppure, bisogna considerare come un altro obiettivo dei militari sia, naturalmente, quello di difendere i propri privilegi di casta: l’ideologia militarista è funzionale a questo obiettivo e la giunta militare, per rimanere al contesto asiatico, si può assimilare tanto al governo nazionalista del Giappone degli anni ’30 e ’40, quanto, per fare un esempio ancora attuale, alla Corea del Nord. 

Quali sono, quindi, le ragioni dietro questa decisione, che comunque non ridà la libertà a Aung San Suu Kyi?

Un altro elemento che potrebbe spiegare questo tentativo da parte della giunta golpista di rasserenare il clima attraverso un gesto di distensione, invero molto parziale e assolutamente insufficiente, è la volontà di distrarre l’opinione pubblica dalla scelta presa dal SAC di estendere nuovamente lo stato d’emergenza, cioè la martial law, a partire dal 1° agosto per altri sei mesi. Si tratta di un provvedimento contrario alla legge del Myanmar, che stabilisce l’obbligo di non prolungare questa misura che sospende le garanzie costituzionali per un lasso di tempo superiore ai due anni. Una prova di forza che nasconde la debolezza della giunta. I militari continuano a soffrire sia a causa del mancato riconoscimento internazionale che della forte opposizione interna. Senonché va riscontrato come il conflitto in Myanmar sia piuttosto trascurato, se non del tutto dimenticato, dagli organi di informazione in occidente.

In quali condizioni si trova adesso Aung San Suu Kyi? È ancora in carcere?


Secondo le notizie che abbiamo, attualmente Aung San Suu Kyi si trova ancora reclusa nel carcere di Naypyitaw in condizioni assai dure. Non sappiamo se c’è qualcuno che si occupi dei suoi bisogni, mentre in precedenza aveva a disposizione due o tre donne che si prendevano cura di lei. Inoltre, ci è giunta la notizia che questa carismatica figura non ha a disposizione nessun sistema di raffreddamento dell’aria, che per il contesto climatico del Myanmar, dove si registrano temperature estremamente torride, è assolutamente necessario. Inoltre Aung San Suu Kyi è una donna che ha sofferto a lungo regimi di privazione della libertà, con tutte le conseguenze che si possono immaginare.   

Dopo due anni di conflitto la giunta militare riesce a controllare il paese? Come lei sa di Myanmar se ne parla molto poco in Italia. Uno dei tanti conflitti dimenticati in giro per il mondo. 

È importante sottolineare come il SAC abbia una presa molto relativa sul paese, di cui riesce a controllarne pienamente soltanto una parte. Si potrebbe dire che non ha nessuna presa sul territorio se non quella che, in alcune regioni, gli viene dall’arbitrio e dall’oppressione militare. Viceversa i ribelli già controllano una porzione più grande del Myanmar, cioè intorno al 52 % del territorio. Possiamo dire che c’è una situazione simile a quella italiana durante la Seconda guerra mondiale, allorquando, soprattutto nell’arco prealpino, si formarono diverse repubbliche partigiane, che misero in crisi la presa territoriale dei nazifascisti. Inoltre il potere del SAC è sfidato dai diversi gruppi etnici del paese, alcuni dei quali sono velatamente supportati da attori esterni.  La giunta sopravvive sostanzialmente grazie agli aiuti militari ed economici prevalentemente russi. Putin è il maggiore sponsor del regime del SAC. Non è quindi un caso che i ribelli abbiamo preso esempio dalla resistenza ucraina, sfidando il regime anche attraverso degli attacchi con droni diretti contro le istallazioni militari dei governativi. Ciò rende ulteriormente difficile per il SAC controllare i territori. Va detto che i ribelli si sono ingegnati e che, spesso, sono alcuni studenti universitari, che hanno quindi studiato e conoscono le tecnologie, a mettere a disposizione il proprio know-how per fabbricare questi droni, che infliggono gravi perdite al nemico.

E come è la situazione nei territori in mano ai ribelli?

Bisogna, tuttavia, tenere in considerazione come il contesto generale sia particolarmente difficile, giacché mancano beni di prima necessità, come cibo e medicine. Questo si ripercuote anche nelle aree controllate da chi si oppone al SAC. Il regime quindi è molto debole e trova grandi resistenze interne; per questo motivo è costretto a ricorrere a misure assolutamente eccezionali, che fanno inoltre aumentare il malcontento, come lo stato d’emergenza.

I ribelli del PDF (People Defense Force) sono sostenuti dal NUG (National Unity Government) che rappresenta tutta l’opposizione.

Chi sono questi ribelli?

I ribelli sono giovani che in larga parte provengono dalle città e dai villaggi occupati dai militari. Rifugiatisi nelle foreste subiscono pesanti bombardamenti, da cui si difendono anche con l’utilizzo di mezzi rudimentali.  Le fonti di finanziamento sono molteplici, benché spesso insufficienti: alcuni gruppi trovano appoggio dai movimenti etnici ostili alla giunta militare; ad esempio un aiuto ai ribelli arriva anche dai Wa Wa, che controllano alcune porzioni di territorio nell’est del paese e che sono in qualche modo supportati dalla Cina. Apparentemente ciò può rappresentare un paradosso in quanto Pechino, così come il Giappone, tiene aperto un dialogo con la giunta militare, benché essa, come si è detto, goda soprattutto del sostegno della Russia. Come sappiamo la fornitura delle armi in quell’area può essere connessa anche a traffici illeciti, come quello della droga. Inoltre, in Myanmar, in misura analoga a quanto avviene in altri contesti difficili e in via di disgregazione, il consumo di droghe, come le metanfetamine, è purtroppo molto diffuso.

C’è, tuttavia, un messaggio che vorrei dare: la resistenza del Myanmar nasce come una resistenza pacifica, cioè un’alta forma di disobbedienza civile. D’altro canto, la regione è aliena alla cultura della violenza, a parte l’eccezione dei militari. Questo crea anche una contraddizione in seno al popolo, perché molti militari sono figli del popolo, eppure praticano una grande violenza. Si sono spinti perfino ad assaltare dei monasteri buddisti in cui avevano trovato protezione alcuni rifugiati, oppositori e militanti della resistenza alla giunta militare. Per lunghi mesi i ribelli hanno praticato la resistenza non violenta, senonché, a causa dell’incremento della violenza da parte dei militari e dopo mesi di massacri, sono sorti gruppi per la difesa del popolo (PDF). Loro usano un’espressione molto significativa: “Noi, i ribelli, non combattiamo con il sangue ‘freddo’, mentre i militari uccidono spietatamente, senza sentimento”. Questo a dimostrazione di come la resistenza del Myanmar abbia delle caratteristiche uniche nel contesto mondiale: parlano della “malinconia nell’utilizzare le armi”. Il popolo non vuole, infatti, questa violenza. Però, la repressione senza freni dei militari costringe i ribelli anche ad una risposta armata. È anche questa una forma di violenza culturale che viene attuata nei loro confronti.


Ha parlato della Russia di Putin, il principale sponsor dei militari golpisti. Come si posizionano gli altri attori internazionali di fronte alla crisi birmana? 


L’azione dell’UE per quanto riguarda la risoluzione del conflitto in Myanmar rimane per ora sullo sfondo, mentre India, Cina e Giappone, cui abbiamo accennato, mantengono una posizione ambigua, non rinunciando a collaborare, perlomeno su alcuni punti, con il SAC. Tuttavia, come nel caso del sostegno al gruppo etnico dei Wa Wa, la Cina mantiene in fondo un dialogo con i ribelli. Inoltre la Cina ha cercato attraverso alcune visite di Stato un abboccamento con Aung San Suu Kyi. 

Gli Stati Uniti condannano con decisione la giunta militare, accusandola di violare i diritti umani. Infatti, il 23 dicembre scorso, John Biden ha sottoscritto con un atto legislativo, il Burma Act, una decisa denuncia della responsabilità della giunta per la reiterata violazione dei diritti umani. Inoltre gli Stati Uniti si impegnano a supportare il ripristino della democrazia in Myanmar, benché finora i risultati siano stati piuttosto scarsi. Manca un impegno finanziario e militare deciso come quello che sta aiutando la resistenza ucraina.

Da tanti anni protagonista della scena politica del Myanmar, che cosa rappresenta ancora oggi Aung San Suu Kyi?

Oggi Aung San Suu Kyi può svolgere un ruolo ancora importante per la democrazia in Myanmar e il SAC ne è cosciente. Infatti, anche nell’ex Birmania prima o poi i militari dovranno lasciare il potere politico e tornare ad essere quello che sono altrove, cioè un corpo, benché essenziale, naturalmente subordinato alla sovranità popolare e politica. Senonché in Myanmar, anziché essere un apparato dello Stato, i militari vogliono avere tutto il potere politico. Prima o poi anche Aung San Suu Kyi lascerà la fiaccola dell’opposizione ad una generazione più giovane, che già si sta formando nella lotta contro il SAC. Eppure, nonostante l’età e gli anni trascorsi in carcere, Aung San Suu Kyi continua ad essere una voce ascoltata e ammirata dal suo popolo anche all’estero e, quindi, in grado di dare visibilità al dramma del Myanmar e di essere protagonista in questa fase di transizione.

Gentile Senatrice, con l’impegno di continuare a documentare quanto sta accadendo in Myanmar, la ringrazio di questa interessante intervista.

Grazie a Lei!

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