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Intervista a Pietro Pipi e Federica De Gaetano (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, Ufficio VI)

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Il Centro Studi Geopolitica.info ha incontrato il Dott. Pietro Pipi e la Dott.ssa Federica De Gaetano dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo per meglio comprendere il tema della sicurezza alimentare nel continente africano, e il ruolo che può svolgere l’Italia come partner per lo sviluppo.

D. Quali sono le attuali sfide nel continente africano per garantire la sicurezza alimentare, anche in considerazione dell’epidemia da COVID-19 che ha complicato ulteriormente la situazione in Africa Subsahariana?

In accordo a quanto riportato dalle agenzie delle Nazioni Unite la pandemia COVID-19 ha complicato la situazione già fragile dell’Africa Subsahariana (ASS) nel settore dello sviluppo rurale e della sicurezza alimentare. La regione ASS, in particolare, è altamente vulnerabile agli attuali impatti diretti e indiretti del COVID-19 in quanto già contrassegnata da una crescita economica relativamente lenta se confrontata con il tasso di crescita della popolazione, dai più bassi livelli di accesso alle infrastrutture di base nel mondo e da un’alta percentuale di popolazione che vive in condizioni di povertà estrema e, dunque, malnutrita.  Guardando ai dati della Food Insecurity Experience Scale (FIES) l’insicurezza alimentare moderata e grave, nei paesi della regione ASS, è aumentata drasticamente tra il 2019 e il 2020, questo in particolare è stato rilevante per alcuni paesi come la Nigeria dove la popolazione coinvolta da insicurezza alimentare è passata dal 51% nel 2019 al 75% nel 2020, o nel Burkina Faso dove lo stesso dato è passato dal dal 43% al 59%, o ancora in Niger, dove circa il 45% della popolazione ha sperimentato una grave insicurezza alimentare nel 2020, mentre questa quota era di circa il 28% nel 2019.

Le sfide da affrontare per garantire la sicurezza alimentare nella regione ASS restano diverse e attualmente anche influenzate dall’impatto del Covid-19 che, tra l’altro, ha prodotto un’interruzione delle filiere di approvvigionamento alimentare creando in primis problemi di logistica. Di conseguenza si sono ulteriormente aggravati ed estesi i problemi di accesso degli agricoltori ai fattori di produzione, di disponibilità di manodopera agricola e quelli connessi anche al commercio del bestiame.

A causa dei vincoli posti dalla pandemia COVID-19, quali blocchi e restrizioni di movimento, si sono verificate interruzioni del mercato e delle forniture che hanno determinato carenze di cibo a livello locale e un aumento dei prezzi, specialmente per gli alimenti deperibili.

Nell’ aprile 2020 FAO e Unione Africana hanno dichiarato un impegno congiunto per tutelare la sicurezza alimentare durante la crisi pandemica, sottolineando le crescenti tensioni logistiche nei mercati alimentari che dovrebbero essere mitigate “accorciando le filiere”: produrre di più, meglio e, se possibile, a livello locale. Sono stati segnalati i rischi per la stabilità sociale in caso di esaurimento delle scorte alimentari e di ridotta disponibilità di denaro tra gli abitanti delle città africane. Molti rappresentanti governativi hanno descritto i loro intensi sforzi per garantire i necessari sussidi sociali, spesso a costi non sostenibili per i bilanci nazionali. Tra le conseguenze della pandemia c’è stato infatti un aumento della disoccupazione e i lavoratori ‘a chiamata’ delle zone rurali sono stati particolarmente a rischio. La recessione economica determinata dalla pandemia COVID-19, ha avuto implicazioni sostanziali anche per il divario di genere nel mercato del lavoro, dove le donne sono già più svantaggiate degli uomini nella partecipazione al lavoro e soprattutto nei guadagni.

In uno studio promosso dall’IFAD utilizzando più cicli di dati di indagini prima e dopo la pandemia si è dimostrato come, nel periodo della pandemia, l’occupazione complessiva si è ridotta più per le donne che per gli uomini in Nigeria. Infine bambini, persone con disabilità, ed anziani, essendo fasce più vulnerabili della popolazione, hanno subito maggiormente gli effetti negativi della pandemia. In particolare, la chiusura delle scuole ha avuto un effetto immediato sulla sicurezza alimentare dei bambini in età scolare che hanno perso il pasto garantito dalla mensa scolastica, in molti casi l’unico pasto certo della giornata. 

In accordo a quanto riportato dalle agenzie delle Nazioni Unite per quanto descritto sarebbe auspicabile concentrare ulteriormente le risorse sul rafforzamento della sicurezza alimentare, in particolare adottando specifiche misure quali: aumentare gli investimenti in agricoltura, migliorare l’accesso alle nuove tecnologie agricole, favorire l’accesso ai servizi di credito, alle nuove tecnologie e alle informazioni per gli agricoltori; sostenere i piccoli produttori di cibo; conservare le risorse genetiche vegetali e animali locali per l’alimentazione e l’agricoltura; adottare misure per contrastare la volatilità dei prezzi dei prodotti alimentari.  

D. In Africa Subsahariana, contrastare l’insicurezza alimentare che impatto può avere sui flussi migratori intra ed extra africani?

È verosimile considerare che l’insicurezza alimentare aumenti sia la migrazione interna rurale-urbana che quella internazionale.
Gli individui migrano per assicurarsi il reddito familiare e tutelare il valore dei propri beni per resistere meglio ad ulteriori shock esogeni assicurandosi in primis l’accesso al cibo. 

È anche altamente probabile che l’espansione dell’insicurezza alimentare porti a un aumento della migrazione internazionale. Per esempio, Frongillo et al. hanno dimostrato come l’insicurezza alimentare sia fortemente e negativamente associata al benessere soggettivo, mentre in Cai et al. è stato riscontrato che gli individui con un benessere soggettivo inferiore hanno una maggiore propensione alla migrazione internazionale, con il benessere soggettivo che gioca un ruolo maggiore nel determinare la scelta di migrare rispetto al reddito.

Gli effetti dell’insicurezza alimentare saranno probabilmente eterogenei all’interno e tra i Paesi.
Le conseguenze saranno maggiori per i soggetti disoccupati, le donne, i lavoratori del settore informale e altri gruppi vulnerabili (quali persone con disabilità, gli anziani e i minori). La popolazione che vive in condizioni di estrema povertà subirà con ogni probabilità una maggiore insicurezza alimentare a causa, per esempio, della scarsa capacità di fronteggiare gli aumenti dei prezzi e di minori possibilità di far fronte alla diminuita disponibilità di derrate alimentari. In questo contesto, la migrazione potrebbe costituire l’unica scelta perseguibile da una prospettiva di massimizzazione dell’utilità e di gestione del rischio.

Se consideriamo invece l’effetto del Covid su coloro che già avevano operato la scelta di migrare verso altri Paesi al di fuori dell’Africa, secondo un rapporto del 2020 della World Bank le rimesse verso l’Africa subsahariana hanno subito una diminuzione del 23,1 per cento nel 2020, mentre una ripresa del 4,0 per cento era previsto nel 2021. La diminuzione delle rimesse è dovuta al fatto che molti migranti subsahariani hanno perso il loro lavoro nei rispettivi Paesi di destinazione a causa di una chiusura quasi completa delle attività soprattutto nell’edilizia, nel turismo e in altri settori dei servizi. Questo calo può essere attribuito ad una combinazione di fattori determinati dall’epidemia di coronavirus nelle destinazioni chiave dove in prevalenza risiedono i migranti africani, tra cui quelle dell’Unione Europea (Francia, Italia, Spagna), il Regno Unito, gli Stati Uniti, il Medio Oriente e la Cina.

In questo contesto la crisi dovuta al COVID-19 potrebbe anche determinare un cambiamento dei flussi migratori dall’Africa, poiché i migranti africani potrebbero muoversi verso diversi Paesi di destinazione meno colpiti dalle conseguenze della pandemia.

I movimenti migratori interni che erano principalmente costituiti da spostamenti da aree rurali ad aree urbane o da centri abitati minori a città più grandi registrano anch’essi una contro tendenza. La crisi del COVID-19, a causa delle conseguenti difficoltà economiche, sembra stia determinando un aumento dei flussi dalle aree urbane a quelle rurali. Per esempio, in Sudafrica, le misure di contenimento hanno spinto da 5 a 6 milioni di persone a trasferirsi nei loro villaggi di origine tra la fine di marzo e la fine di maggio 2020 (The Economist, 2020). L’aumento della migrazione di ritorno dei lavoratori urbani verso le aree rurali ha messo ulteriore pressione sulle opportunità di lavoro in ambito rurale e sui redditi agricoli. Ha anche probabilmente aggiunto pressione sulle scarse risorse, ridotto il reddito e creato un eccesso di offerta di manodopera agricola, riducendo così i salari dei lavoratori giornalieri.

Stante quanto sopra esposto, è verosimile considerare che contrastare l’insicurezza alimentare potrebbe determinare un impatto positivo sia a livello di sviluppo locale che di diminuzione dei flussi migratori intra che extra africani. 

Di particolare importanza in questo contesto è dare maggiore enfasi al ruolo dei giovani e delle donne nel settore agricolo: dal di fronte all’alto tasso di crescita della popolazione giovanile nell’Africa sub-sahariana e allo stato dei mezzi di sostentamento economico nella regione, il settore agricolo offre un grande potenziale per  promuovere l’occupazione e alleviare la sottoccupazione nell’Africa sub-sahariana e di conseguenza migliorare la sicurezza alimentare e contenere i fenomeni migratori. Sebbene sono riscontrabili evidenze che i giovani non sono attratti dall’agricoltura, il numero assoluto di giovani che dipende dall’agricoltura o dall’allevamento è destinato ad aumentare a causa della costante crescita della popolazione. Peraltro, i giovani potrebbero favorire lo sviluppo in agricoltura adottando pratiche agricole moderne, facendo ricorso all’uso della tecnologia optando per colture che possano garantire rendimenti relativamente più alti rispetto alle colture di base. Le decisioni dei giovani di impegnarsi nel lavoro agricolo sono anche plasmate dall’ambiente in cui vivono: il contesto economico e politico, le norme sociali e i costumi, la natura del sistema agroalimentare, le istituzioni, le leggi e i regolamenti, i media, la formazione ricevuta e le esperienze precedenti.

D. La cooperazione allo sviluppo italiana che ruolo svolge nel combattere l’insicurezza alimentare in Africa subsahariana? Può il coordinamento con altri Stati europei e organizzazioni regionali e internazionali aumentare la portata e l’efficacia delle missioni italiane?

La cooperazione allo sviluppo italiana ha da sempre attribuito un’alta priorità alle tematiche della sicurezza alimentare attraverso le iniziative promosse nei Paesi partner come quelli dell’Africa subsahariana. Basti pensare che dei venti Paesi ritenuti prioritari dalla Cooperazione Italiana per il triennio 2021-23, nove sono Paesi sub-sahariani. Le iniziative del settore hanno inteso sin da subito creare una rete di solidarietà che punti sia a progetti di cooperazione volti ad attenuare gli effetti della crisi alimentare innescata a causa del Covid-19, in particolare sulle comunità fragili, sia  promuovere sistemi di produzione alimentare resilienti e sostenibili, ma anche migliorare l’alimentazione e aumentare la produttività agricola e i redditi dei piccoli agricoltori, soprattutto delle aziende agricole gestite da donne e giovani.

L’azione della cooperazione allo sviluppo si sta focalizzando in particolare nei Paesi meno avanzati e più vulnerabili, dipendenti da economie prevalentemente agricolo-pastorali e della piccola pesca, gestite a livello familiare e con basso grado di innovazione tecnologica, ma al contempo attribuisce notevole attenzione anche allo sviluppo dell’agroalimentare e dell’industria di trasformazione agricola. Le attività sono in via prioritaria volte a promuovere una produzione alimentare diversificata ed ecologicamente sostenibile – favorendo il nesso tra nutrizione e salute, con particolare attenzione alle colture con più alto valore nutritivo e/o maggiore resilienza ai cambiamenti climatici – a garantire la continuità delle filiere alimentari, di approvvigionamento e distribuzione e ad assicurare i mezzi di sussistenza ai piccoli agricoltori, allevatori e pescatori: sementi, mangime per il bestiame, attrezzi, assistenza veterinaria, oltre al rafforzamento dei sistemi di protezione sociale. 

Per esempio, nel campo dello sviluppo rurale e della sicurezza alimentare, la Cooperazione Italiana in Burkina Faso ha finanziato diverse iniziative nell’ambito del settore agro-silvo-pastorale, con particolare enfasi all’aumento della produttività e al rafforzamento della resilienza e adattamento al cambiamento climatico, mentre in Niger sono state promosse altre iniziative volte a colpire le cause profonde dell’insicurezza alimentare e nutrizionale attraverso la promozione di modelli di intensificazione agricola e la gestione sostenibile delle risorse naturali.

La cooperazione italiana ha sempre considerato di estrema rilevanza il coordinamento con altri Paesi UE, organismi regionali e organizzazioni internazionali, promuovendo il dialogo e favorendo le iniziative di rete a livello locale e stimolando le sinergie tra agenzie e soggetti istituzionali sovranazionali: Delegazioni UE, Agenzie delle Nazioni Unite, Istituzioni governative. Al fine di aumentare la portata e l’efficacia delle iniziative sostenute un altro aspetto significativo è quello di incoraggiare il dialogo sociale a livello regionale e locale per identificare e promuovere buone pratiche settoriali supportando il dialogo tra imprese, produttori e commercianti per individuare sbocchi di mercato alternativi e allo stesso tempo evidenziare il fabbisogno degli agricoltori al fine di preservare la filiera alimentare ed evitare l’interruzione del mercato.

Vale la pena evidenziare che la Cooperazione italiana, anche tramite le sedi AICS all’estero, partecipa attivamente a tavoli di coordinamento con i partner sia in ambito UE, sia extra UE, per un maggiore allineamento degli obiettivi a livello Paese e integrazione delle azioni con i diversi partner, ricercando complementarità e sinergie. A titolo di esempio, Aics in Kenya partecipa agli esercizi europei in corso, tra cui il  Team Europe Initiative, il Gender Country Profile, il Country Level Implementation Plan, Roadmap della società civile in Kenya. La presenza italiana nelle sedi estere è in linea con la strategia di Cooperazione e permette di mantenere un dialogo e un aggiornamento costante con i donatori partecipanti e con le istituzioni governative che co- presiedono tali gruppi di lavoro.

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