Intervista a Padre Bernardo Cervellera: “Cina: la Croce è rossa”

Missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere. Giornalista. Direttore di AsiaNews che ha portato ad un prestigio e una diffusione internazionali facendola diventare punto di riferimento essenziale per chiunque si interessi della libertà religiosa, della vita della Chiesa cattolica, di tutte le altre fedi e dello sviluppo umano dei popoli, dalla Turchia al Giappone. È stato anche direttore della Fides, l’agenzia del dicastero della Santa Sede per l’Evangelizzazione dei popoli. Ha vissuto e studiato a Taipei e a Pechino, dove è stato docente di Storia della civiltà occidentale all’Università di Beida. Autore di saggi e libri tra i quali Missione Cina. Viaggio nell’impero tra mercato e repressione (2006) e Il rovescio delle medaglie. La Cina e le Olimpiadi (2008), entrambi per Ancora.

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Il Simposio di “AsiaNews”, che si terrà presso la Pontificia Università Urbaniana il 24 maggio 2017, ha un titolo molto significativo “Cina: la Croce è rossa”. Si riferisce alla dimensione storica e alle persecuzioni dei cristiani in Cina dello scorso secolo o c’è anche un richiamo alla situazione attuale?

Il titolo si riferisce certo e anzitutto alla persecuzione e al sangue versato dai cristiani. Ma vi sono anche altri due significati: uno che ricorda lo slogan “l’Oriente è rosso” dei tempi di Mao e vuol dire il rischio che la Chiesa sia assorbita e annientata nel controllo statale soffocante, che la priva della sua dimensione profetica per farla essere solo una ulteriore struttura in appoggio al partito comunista cinese. Il terzo significato, dato che per i cinesi il rosso è il colore della vita e della festa, vuole sottolineare che il cristianesimo è la festa per la Cina: ormai sempre più persone sono alla ricerca di valori spirituali e sono nauseati dal materialismo e dal consumismo imperanti. E molti trovano nella fede cristiana il loro fondamento. La Cina ha sempre più bisogno di un fondamento di fede se vuole sopravvivere, come hanno spiegato molti accademici cinesi.

Sui giornali e sui media leggiamo, sempre più con frequenza, di un possibile accordo tra il Vaticano e Pechino sulla fondamentale questione della nomina dei Vescovi in Cina. Quale è la sua opinione al riguardo? Siamo veramente vicini ad una intesa?

Questo accordo sembra un’araba fenice. L’anno scorso lo si dava come imminente per novembre, poi per dicembre, ma ancora non si vede nulla. Gli “ottimisti” dell’accordo tacciono. La mia opinione è che sulle nomine dei vescovi lo stesso governo cinese è diviso. Il ministero degli esteri vorrebbe l’accordo e magari perfino i rapporti diplomatici; ma il ministero degli affari religiosi, il Fronte unito e l’Associazione patriottica vedono in questo accordo una possibile riduzione del loro potere di controllo ed economico e per questo remano contro o mettono condizioni impossibili da accettare da parte della Santa Sede. Chi dovrebbe dirimere la questione è il presidente Xi Jinping che però attende il Congresso del Partito il prossimo ottobre, dove dovrebbe essere investito di un nuovo mandato per 5 anni. In attesa di ciò non vuole inimicarsi nessuno per avere tutte le possibilità di vincere, magari anche altri due mandati. Così, fino ad ottobre non penso si possa dire qualcosa. Dopo, si vedrà quanta lungimiranza e apertura Xi Jinping vorrà dimostrare.

Alla luce della presunta trattativa tra Santa Sede e governo di Pechino la situazione dei cattolici in Cina è migliorata negli scorsi anni?

Dal punto di vista della libertà di culto vi è un miglioramento, ma solo nell’ambito della Chiesa ufficiale, riconosciuta dal governo. Verso i cattolici sotterranei vi è un maggior controllo. Anzi, molti sacerdoti cinesi ci dicono che vi è una vera e propria campagna del regime a spingere i sacerdoti sotterranei a passare all’Associazione patriottica, per sottomettere tutti al controllo. Non va dimenticato che, due anni fa, un sacerdote sotterraneo è stato ucciso. Si tratta di Padre Wei Heping dello Shanxi, un giovane quarantenne vivacissimo. La polizia dice che si è suicidato, ma tutti ne dubitano.

Si leggono spesso notizie sulla continua repressione nei confronti dei musulmani nello Xinjiang e dei cristiani, cattolici e protestanti, in molte parti del paese. C’è una matrice comune a motivare questa repressione nei confronti della libertà religiosa o si tratta di casi isolati e di prevenzione contro eventuali minacce terroristiche, come affermano le autorità di Pechino?

Credo che il motivo sottostante sia il fatto che lo sviluppo economico cinese così anarchico ha prodotto divisioni fra ricchi (del partito) e poveri (della popolazione); inquinamento a non finire; insicurezza alimentare; corruzione. Le tensioni sociali sono molto diffuse, anche se la polizia e l’esercito cercano di controllare tutto, dividere e soffocare tutto. Non va dimenticato che ormai la sicurezza interna è il problema della Cina: il budget della sicurezza interna è divenuto superiore a quello della sicurezza verso l’esterno. Quanto alle minacce terroriste, credo vi sia una certa influenza del fondamentalismo islamico nel Xijiang. Ma le vittime della sicurezza del regime sono la popolazione uigura e personalità pacifiche che cercano il dialogo come l’accademico Ilham Tothi. Le religioni vengono guardate con sospetto per tradizione marxista e per paura che esse diventino un canale di raccolta dell’insoddisfazione sociale.

Quale è il rapporto tra la Santa Sede e l’Associazione patriottica creata negli anni ’50 dal governo per controllare il mondo cattolico? Come viene vissuta questa dicotomia dai cattolici cinesi? Si tratta di una frattura che potrebbe essere sanata, o riassorbita, nel caso di un eventuale accordo tra il Vaticano e Pechino?

Nella Lettera ai cattolici cinesi di Benedetto XVI si bolla l’Associazione patriottica come un organismo non in linea con l’insegnamento dogmatico della Chiesa, dato il loro volere una chiesa “indipendente e democratica”. Papa Francesco ha detto che la Lettera di Benedetto XVI è ancora valida. Quindi la posizione della Santa Sede è la stessa. Fino al 2007 il Vaticano ha cercato di ricostruire i rapporti con tutti i vescovi, anche quelli nominati dal partito, accettando l’iscrizione all’Associazione come un “male minore” di cui non si poteva fare a meno, ma esortando i vescovi alla comunione con il Papa. Quando sono cominciate le voci sulla ripresa del dialogo fra Cina e Santa Sede, l’AP ha fatto di tutto per mettere in imbarazzo la Santa Sede: ordinazioni episcopali illecite, celebrazioni eucaristiche mescolate (fra vescovi leciti e illeciti); sequestro di vescovi sotterranei; indottrinamento forzato, ecc.. La Santa Sede, forse per timore di perdere l’occasione del dialogo, ha taciuto su questi soprusi e forse qualche vescovo in Cina ha pensato che ormai “tutto è valido”. Il problema dell’AP è che deve decidere cosa essere: se è una organizzazione ecclesiale, allora deve essere sottomessa ai vescovi (e non sopra di essi, come è adesso); se è un’organizzazione del governo, allora la Chiesa e i vescovi devono dialogare con il governo e l’AP può essere una struttura di vigilanza, ma fuori della comunità ecclesiale e che comunque non deve ledere alla libertà religiosa della Chiesa.

Quali sono le possibili motivazioni dietro all’eventuale accordo tra la Santa Sede e Pechino? Per la Chiesa la Cina rappresenta probabilmente “il più grande mercato di anime” nel mondo, ma quali potrebbero essere le ragioni cinesi?

Le motivazioni della Chiesa sono di evangelizzazione. Per il governo cinese, credo che uno dei motivi che spinga il ministero degli esteri è guadagnare maggior stima internazionale, come pure tagliare i rapporti diplomatici del Vaticano con Taiwan, nel sogno di poter ricondurre “l’isola ribelle” alla madrepatria.

Molti analisti e studiosi fanno spesso riferimento al crescente “vuoto spirituale” della società cinese. Secondo lei – missionario, giornalista e sinologo tra i più autorevoli a livello internazionale – perché le autorità di Pechino sono così preoccupate della ricerca spirituale e religiosa dei loro cittadini? E perché insistono, quasi unici al mondo insieme alla Corea del Nord (a parte alcuni stati islamici), a non consentire alla Chiesa cattolica una sua normalità di vita e di azione pastorale come, ad esempio, avviene da tanti anni in Vietnam che pure è, come la Cina, un regime ateo e comunista?

Tian Yi, un dissidente cinese del Sichuan, che ha dimostrato ai moti di Tiananmen nel 1989, è diventato cristiano protestante e pastore. Egli dice che al presente le uniche organizzazioni veramente libere in Cina sono le comunità religiose, da cui può venire una trasformazione della società cinese. Chi trova la fonte spirituale della sua vita, viene liberato dalla dipendenza e può essere interlocutore e non schiavo del regime. Ma questo, io penso, sia proprio quanto la Cina – o meglio il partito – tema di più.

Pechino ha recentemente lanciato l’ambizioso progetto One Belt One Road rivolto verso l’Asia centrale e l’Occidente, mentre nell’area Asia-Pacifico la sua postura è sempre più caratterizzata da atteggiamenti pugilistici con continua esibizione di crescente forza militare. La Cina, insomma, sembra essere sempre più proiettata a sfidare l’egemonia, politica ed economica, degli Stati Uniti. Quali possono essere, secondo lei, le criticità e gli elementi di fragilità di un paese che, pur nel grande sviluppo economico, vive contraddizioni sociali profonde e resta politicamente un regime monopartitico inflessibile senza alcuna apertura sul piano dei diritti e delle libertà civili e politiche?

I limiti della OBOR (One belt one road) – che vuole rilanciare la globalizzazione – stanno nei limiti della stessa globalizzazione: si scambiano merci, soldi, informazioni, persone, ma non idee. Xi Jinping, per accrescere l’adesione alla Obor ha detto che la Cina non si intrometterà nei sistemi sociali, nelle culture degli altri popoli… Ma il punto è mescolarsi per dialogare, per confrontare gli stili di vita…e questo trova resistenza anzitutto in Cina, dove si cerca a tutti i costi di separare i cinesi “dall’inquinamento spirituale” degli stranieri (soprattutto occidentali). Ma trova resistenza anche in altre nazioni asiatiche e perfino in occidente. Quanti Paesi europei sono disposti a dialogare su cultura e spiritualità e non sui tassi di interesse, sulle banche, o altro?

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