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I rapporti Cina-Iran e il futuro del negoziato sul nucleare iraniano. Intervista a Jacopo Scita

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Sin dalla presidenza di Ahmadinejad, e ancor di più dopo l’uscita degli Stati Uniti dal JCPOA, l’Iran è in cerca di nuove sponde diplomatiche ed economiche ad est. La Cina in questo può rappresentare un’opportunità per la Repubblica Islamica di diversificare il proprio sistema delle relazioni internazionali. A che punto sono i rapporti tra Teheran e Pechino, e quale ruolo può giocare la Repubblica Popolare cinese nelle trattative per giungere ad un nuovo accordo quadro sul nucleare iraniano? Ne parliamo con Jacopo Scita, al Sabah doctoral fellow alla Durham.

Articolo precedentemente pubblicato nel trentesimo numero della newsletter “Mezzaluna”. Iscriviti qui

Dopo l’uscita dell’amministrazione Trump dal JCPOA, alcuni osservatori hanno notato un raffreddamento dei rapporti tra Iran e Cina, a causa, dal punto di vista iraniano, del mancato appoggio economico e diplomatico di Pechino. A che punto sono oggi le relazioni tra la Repubblica Islamica e la Cina?

Partiamo dal 2016, anno chiave considerata l’implementazione del JCPOA. In quest’anno va segnalata la visita di Xi Jinping in Medio Oriente, in Egitto, in Arabia Saudita e infine in Iran. Proprio in Iran viene lanciata la proposta di una “Comprehensive strategic partnership”, che quindi sommava le aspettative di una ritrovata integrazione con il mondo occidentale a seguito dell’accordo sul nucleare, con le possibilità di un rafforzamento dei legami con la Cina. Una vittoria diplomatica di Rouhani, che accettava limitazioni sul programma nucleare in cambio di una integrazione con il sistema internazionale e che trovava al contempo un’utile sponda cinese per diversificare la geometria delle relazioni internazionali.
Va detto che fino all’arrivo di Trump, l’amministrazione Rouhani si focalizza sull’Europa, e questa partnership con la Cina rimane sospesa. Trump rappresenta una variabile fondamentale: le sue scelte politiche di massima pressione sull’Iran – ritiro dal JCPOA, sanzioni ed embargo sul petrolio – portano Teheran a rivalutare il riavvicinamento con Pechino. Il Ministro degli esteri iraniano Zarif, non un grande sostenitore della partnership con la Cina, si trova quasi costretto a intraprendere questa strada, segnata anche da una visita diplomatica a Pechino nell’estate del 2019, in cui viene rilanciata l’idea di un partenariato strategico.


Concentrandomi sul punto centrale della domanda: io non arrivo a dire che gli iraniani sono delusi dalla Cina. Io penso che siano consapevoli di quello che Pechino può dargli. Da un lato sono costretti, viste le premesse, a guardare ad est, ma lo devono fare da una posizione altamente asimmetrica. È evidente che il rapporto tra Cina e Iran non è un rapporto tra pari, gli iraniani hanno poco leverage e questo ha creato non poche storture nella relazione. Inoltre, la situazione di isolamento economico e diplomatico dell’Iran rende difficile immaginare concreti benefici dagli interscambi con la Cina. Consideriamo anche che Pechino ha interessi ben più strategici rispetto alla salvaguardia di questa relazione: tutte le volte che ha potuto sacrificare l’Iran in nome di un accordo con gli Stati Uniti non ha avuto remore a farlo. Se dobbiamo realmente immaginare una stabilizzazione di questa partnership, la dobbiamo immaginare all’interno di una cornice di de-escalation diplomatica internazionale nei confronti dell’Iran, e quindi conseguente a un nuovo accordo sul nucleare. 

La vittoria dei Repubblicani è stata quindi una variabile davvero decisiva per le traiettorie della diplomazia iraniana…

Non solo per il passato. Non sono un esperto di politica americana, ma viste le chance che alle presidenziali 2024 venga eletto un presidente repubblicano, se non lo stesso Trump, è giusto chiedersi se, in caso di un ritorno al JCPOA, esista il rischio che Washington abbandoni di nuovo l’accordo. La mia risposta è che questo rischio è reale. In questo senso, si potrebbe anche discutere il punto di vista iraniano. A Teheran potrebbero chiedersi quali siano i reali vantaggi di accettare un nuovo accordo sul nucleare se c’è la concreta possibilità, a brevissimo termine, di ritornare ad una situazione di stallo a seguito di un cambio di colore nell’amministrazione statunitense.  

È corretto dire che, riguardo le trattative di Vienna per un nuovo accordo quadro sul nucleare iraniano, il punto di vista cinese non difforme di molto da quello degli europei e degli americani? 

Secondo me non è difforme ora e non lo è mai stato. La Cina non ha ragioni per opporsi ad un accordo che mantenga il programma nucleare iraniano sotto controllo internazionale, e che quindi eviti l’emersione di una potenziale dimensione militare del programma. Questo per ragioni estremamente semplici: è evidente che Pechino abbia un fortissimo interesse nella stabilità nella regione del Golfo, innanzitutto perché è un’area prioritaria per l’approvvigionamento energetico. La prospettiva di un conflitto su larga scala che coinvolga l’Iran è deleteria per la Cina. Una spirale di escalation nella regione potrebbe comportare un eventuale blocco di Hormuz e un rallentamento del traffico delle materie prime. Contemporaneamente, la Cina teme che una nuova ondata di instabilità nella regione possa portare ad una rinascita del terrorismo islamico. Ciò esporrebbe Pechino al potenziale rischio di spillover nelle regioni occidentali turcofone a maggioranza musulmana. In sintesi, la Cina ha interesse di giungere ad un accordo che porti stabilità. Il punto è capire quanto vogliano impegnarsi diplomaticamente per facilitare le trattative, ed a mio avviso la risposta è: “molto poco”. Difficile immaginarsi che la Cina assuma un ruolo centrale nel negoziato. L’Iran e il Golfo non rappresentano per Pechino uno scenario strategico di tale importanza, per cui tradurre in risvolti pratici la convergenza di interessi che citavi nella domanda è difficile. 

Quali sono le principali difficoltà che impediscono il raggiungimento di un accordo?

Siamo in generale in un periodo di competizione tra grandi potenze, e quindi è già difficile pensare di far sedere al tavolo in maniera efficace i principali attori internazionali e far collimare le divergenze. La crisi in Ucraina ha certamente risvolti anche sulle trattative di Vienna. Pochi giorni fa Mikhail Ulyanov, un diplomatico russo, su Twitter ha scritto che la Russia si tirerà fuori da un ruolo di mediatore tra Iran e Usa, perché non ci sono più le condizioni per mediare con Washington. La situazione è evidentemente complessa. Inoltre, lo stallo a cui assistiamo oggi nelle trattative è anche il risultato delle politiche di massima pressione sull’Iran effettuate dall’amministrazione Trump. Un successo per i Repubblicani, perché ha impedito all’attuale amministrazione di trovare un nuovo accordo, o comunque ne ha accresciuto notevolmente le difficoltà. Si veda per esempio il dibattito sul rimuovere o meno i Pasdaran iraniani dalla lista delle organizzazioni terroristiche: una questione probabilmente prettamente simbolica, ma che lega le mani ai democratici, che sul fronte interno temono di concedere ai repubblicani un facile appiglio critico.


Per quanto riguarda il lato iraniano, consideriamo il fatto che il nuovo governo Raisi si è insediato con una narrativa meno avvezza al dialogo con il mondo occidentale rispetto all’amministrazione Rouhani, cosa che ha rallentato le negoziazioni. Inoltre, abbiamo assistito a richieste iraniane di garanzia di non reinserimento di sanzioni in futuro, cosa che è chiaramente impossibile visto che, nella sua forma attuale, la gestione del JCPOA rimane una prerogativa del presidente. Questa situazione certamente non aiuta a uscire dallo stallo attuale. Nei mesi di gennaio e febbraio c’era una generale sensazione possibilista sulla chiusura di un accordo. La crisi in Ucraina ha spostato l’attenzione su un altro fronte, e ad oggi siamo nuovamente in un limbo ma sempre più vicini alle elezioni statunitensi. Forse ad oggi – lo dico nonostante io sia stato e sia un sostenitore dell’accordo sul nucleare – il rapporto tra costi politici e benefici di un ritorno al JCPOA, almeno dal punto di vista dell’amministrazione Raisi, comincia ad apparire sfavorevole. 

L’Iran nel corso di questi anni di accordo “sospeso” che politica ha adottato?

La risposta iraniana alla maximum pressure è stata quella di mettere in atto un’escalation nucleare basata sulla costruzione di nuove centrifughe e arricchimento a step crescenti dell’uranio. In questo modo, gli iraniani hanno acquisito esperienza e know-how nell’ambito della ricerca nucleare. Il punto più interessante è che l’expertise acquisito in questi anni rimarrebbe anche in caso di ritorno all’accordo sul nucleare. Viene da chiedersi, dunque, se il JCPOA fosse rimasto in piedi, pur considerati tutti i suoi limiti, l’Iran avrebbe accresciuto il know-how tecnologico in ambito nucleare allo stesso identico modo?

Un programma nucleare militare, al netto delle dichiarazioni ufficiali, sarebbe coerente con la dottrina strategica iraniana? 

Io non penso che l’Iran voglia realmente arrivare a costruire una bomba nucleare. Semplicemente perché non penso che gli convenga. L’Iran vuole usare questo come leva per ottenere di più in ambito negoziale. Ed è chiaro che più loro mostrano di essere vicini, più pensano di ricevere condizioni favorevoli dalla comunità internazionale. Se si analizzano gli step di arricchimento dell’uranio fatti dall’Iran dopo il ritiro di Trump dal JCPOA, si nota che sono in risposta alle politiche di massima pressione statunitense, ma anche che non sono mai arrivati alla soglia di arricchimento del 90%, quella convenzionalmente associata alla produzione di ordigni nucleari. 

Tornando in conclusione al rapporto sino-iraniano. Per l’Iran la Cina rappresenta una sponda alternativa all’Occidente, una via di fuga diplomatica ed economica e potenzialmente un partner strategico nella ricerca di un nuovo ordine regionale. Cosa rappresenta l’Iran per la Cina?

Io credo che l’Iran sia interessante per la Cina. Ovviamente c’è un aspetto energetico che è importante. L’Iran è una delle prime riserve di gas naturale al mondo, stesso dicasi per il petrolio, e per la Cina questo è allettante soprattutto per il breve-medio periodo. Inoltre, è un mercato importante, è un paese di 80 milioni abitanti, per la stragrande maggioranza composto da giovani, e dal punto di vista dell’accesso alla tecnologia e dei servizi è un mercato con grandi potenzialità. Di conseguenza è un paese attrattivo per le aziende cinesi. Geograficamente è collocato in una regione strategica per i progetti infrastrutturali cinesi: se dalla Cina vuoi arrivare via terra verso il Mediterraneo tagliando fuori la Russia devi passare per l’Iran. Quindi anche dal punto di vista della connettività, anche senza essere la chiave di volta della Belt and Road Initiative, è comunque un paese con grandi potenzialità. Inoltre, come detto prima, la Cina è interessata al mantenimento di una certa stabilità in Asia centrale e in Medio Oriente, temendo che una instabilità in queste aree possa contagiare le minoranze musulmane sul loro territorio. Quindi cercano sempre più di integrare i paesi della regione mediorientale e centroasiatica in un sistema di relazioni principalmente economiche, le quali fanno da base per una crescente influenza politica. In questo modo sono riusciti ad evitare che i principali paesi dell’area, esclusa la Turchia, si siano espressi sulla questione degli uiguri. Un ultimo aspetto da considerare è la contrapposizione tra l’Iran e gli interessi degli Stati Uniti nel Medio Oriente. Aspetto che di conseguenza porta Washington ad impegnare una quota di risorse nella regione, distraendola, se così vogliamo dire, da altri quadranti ritenuti invece strategici per la Cina. In conclusione, vi sono diversi aspetti che rendono interessante l’Iran per la Cina, sempre però nel quadro di una regione che rimane di secondaria importanza per Pechino, soprattutto se paragonate alle immediate periferie del paese. 

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