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Il contesto interno e internazionale delle elezioni sudcoreane del marzo 2022. Intervista a Giuseppina De Nicola

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La Corea del Sud rappresenta un attore importante degli equilibri economici e militari dell’Indo-Pacifico, si pensi ad esempio alla rilevanza rivestita da multinazionali come Samsung e LG nel settore della telefonia e dei microchip. Al di là del 38° parallelo i test missilistici di Pyongyang e, al contempo, la crescente assertività cinese ricordano a Seul che forse sta giungendo il momento in cui prendere una decisione ferma e decisa all’interno dello scacchiere asiatico. Per avere la sua prospettiva su questi argomenti, abbiamo intervistato la Prof.ssa Giuseppina De Nicola, docente di Storia Moderna e Contemporanea della Corea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza, nonché dell’Istituto Italiano di Studi Orientali.

Le elezioni presidenziali della Repubblica di Corea arrivano in un momento storico in cui problematiche interne e dinamiche internazionali si sovrappongono. I sondaggi prevedono un cambio di leadership alla Casa Blu, con il procuratore generale Yoon come probabile nuovo Capo di Stato. Nella storia contemporanea della Repubblica di Corea, a questi cambiamenti di partiti al governo si associano cambiamenti radicali nella politica interna ed estera del Paese?

La politica coreana si identifica in due importanti forze politiche, quella che si definisce “conservatrice” o “di destra, centro-destra” e quella più “liberale” detta “di sinistra, centro-sinistra”. Queste forze politiche hanno sempre assunto due posizioni differenti sia nella politica interna che in quella estera.

La prima internamente ha sempre favorito i grandi colossi industriali, l’élite alto-borghese e nella politica estera è sempre stata molto vicina agli Stati Uniti e di principio poco conciliante con la Corea del Nord. La corrente di sinistra o liberale ha favorito la classe operaia, il social-welfare, la questione femminile, è stata sempre molto conciliante con la Corea del Nord e negli ultimi tempi anche con la Cina, quindi apparentemente meno filo-americana.

Dalla nascita dello Stato democratico in Corea del Sud, dagli anni ‘90 circa, il cambio di potere politico si è sempre concretizzato in un cambiamento drastico sia di politica interna che estera, caratteristica che ha delle radici storiche, ossia un acceso fazionalismo partitico, risalente alla dinastia Joseon. Questo periodo, che va dal Quattrocento alla fine dell’Ottocento, un’epoca definita “pre-moderna”, era caratterizzato, appunto, da un fazionalismo politico decisamente aggressivo. Quando si avvicendavano alla corte del re diverse fazioni vi erano degli stravolgimenti violenti nella leadership, stravolgimenti caratterizzati da vere e proprie purghe all’opposizione.

Questa caratteristica la ritroviamo ancora oggi, fortemente presente anche nel percorso democratico, dove i due principali partiti non risparmiano colpi critici agli avversari, soprattutto nell’immediato momento successivo al capovolgimento elettorale. L’abbiamo visto con Lee Myung-bak, quando la sinistra, che prima aveva governato con Kim Dae-jung alla fine degli anni Novanta e poi con Roh Moo-hyun agli inizi degli anni Duemila, una volta cambiato regime, ha avviato processi giuridici rilevanti nei confronti del predecessore, senza dimenticare, inoltre, lo scandalo che ha visto coinvolta anche la presidente Park Geun-hye.

Il fazionalismo è una caratteristica della politica sudcoreana che allo stato attuale spaventa l’elettorato nazionale. Ad esempio, sebbene attualmente il candidato Yoon sia dato favorito con pochissimo scarto, i suoi stessi elettori hanno timore nei confronti di questa componente tradizionale della politica, ovvero la gogna e gli arresti degli appartenenti dell’opposizione. Questa caratteristica della politica viene messa molto in discussione dall’elettorato coreano.

Un’altra componente importante della politica sudcoreana è il regionalismo, che in passato ha determinato le sorti politiche del Paese. Tuttavia, la rilevanza di questo elemento è andata via via riducendosi, dal momento che la vera partita politica si gioca nella metropoli di Seul, dove troviamo un melting pot di regioni. All’interno della città viene a perdersi la questione dell’appartenenza regionale del candidato.

Anche questa caratteristica affonda le radici in quello che viene definito localismo tradizionale, lascito della cultura pre-moderna e che alcuni studiosi interpretano come un’estensione dell’ideologia della famiglia confuciana, ideologia che sottolinea l’importanza dei legami relazionali nella formazione della propria visione politica. Il regionalismo viene visto quindi come un senso di appartenenza, sebbene ad oggi questo fenomeno tende ad essere sempre meno rilevante, dal momento che le nuove generazioni non si riconosco più in quel valore di collettivismo e di comunità, ma sono sempre più proiettate verso forme di individualismo.

Diventano così rilevanti le proposte, il fattore generazionale, che soprattutto in queste elezioni sarà determinante, e le questioni di genere, presenti nell’agenda politica di entrambi gli schieramenti.

Credo che in politica estera la situazione non cambierà molto, anche se, come menzionato in precedenza, il partito conservatore e il partito progressista-liberale hanno visioni diverse, entrambi in realtà riconosco l’importanza dell’alleanza con gli Stati Uniti e l’importanza che la Cina ricopre a livello economico nei confronti della Corea del Sud.

Anche la questione nordcoreana, che è stata per esempio un baluardo della campagna di Moon Jae-in, dal momento che gli scenari e le esigenze interne al Paese sono cambiati notevolmente già dalle ultime elezioni, diventa qualcosa di sempre più secondario rispetto alle problematiche che oggi la Corea si trova ad affrontare: un cambio generazionale veramente rilevante, forse più che in altri Paesi, caratterizzato da una crisi demografica.

Quest’ultima è determinata da un tasso di natalità tra i più bassi al mondo, con una popolazione che sta invecchiando e che ha bisogno di ripensare tutte le politiche. È su questi punti che bisognerà osservare il posizionamento di chiunque vinca, rispetto alle esigenze del Paese reale, per comprendere le dinamiche future degli schieramenti.

Quindi, la partita politica sarà giocata soprattutto sul campo della politica interna. Se dovesse vincere il candidato Yoon sicuramente ci saranno problematiche relative alla questione femminile, dal momento che l’ex procuratore ha già dichiarato di voler abolire il Ministero delle Pari Opportunità, destando le preoccupazioni dei movimenti femministi, oggi molto attivi in Corea. Questo fattore rappresenta un’incognita: il pubblico femminile, chi voterà?

Anche all’interno del pubblico giovanile possiamo trovare molti indecisi. Sappiano che entrambi i candidati non sono i candidati migliori che i coreani si aspettavano, elemento che getta ancora più incertezza sul reale risultato di queste elezioni. Tuttavia, entrambi dovranno fare i conti con problematiche importanti, come ad esempio, una certa sensazione di instabilità da parte delle giovani generazioni e una società che invecchia, quindi caratterizzata da questioni legate al social-welfare, da sempre caposaldo della sinistra su cui anche il partito conservatore dovrà in qualche modo mettere mano.

Personalmente mi aspetterei più dei cambiamenti a livello interno che dal punto di vista della politica estera; aggiungo dei grossi cambiamenti, in questo senso, e il margine di differenza delle preferenze, che era così palese in passato tra le due forze politiche, tende sempre più a rimpicciolirsi man mano che si avvicinano le elezioni.

La vittoria nel 2017 dell’allora candidato Moon Jae-in è stata fortemente influenzata dallo scandalo che ha visto coinvolte la presidente Park Geun-hye, Choi Soon-sil, leader di una setta vicina alla famiglia Park, e diversi esponenti dei chaebol, i conglomerati multinazionali a gestione familiare tipici della Corea del Sud. A suo avviso, quanto può aver influito, a sua volta, lo scandalo immobiliare che ha visto oggi coinvolti diversi esponenti del partito di governo e quanto, invece, la politica di riunificazione della penisola, cavallo di battaglia della campagna elettorale del presidente uscente Moon Jae-in?

Bisogna tener conto innanzitutto che Moon Jae-in viene eletto in una situazione alquanto particolare, con gli scandali che hanno colpito la presidente Park Geun-hye e il relativo impeachment. Moon Jae-in è stato un attivista nell’allora movimento “candle lights”, quando i coreani sono di fatto scesi in piazza e hanno partecipato attivamente all’impeachment della presidente Park.

Sicuramente l’attuale presidente, all’epoca, ha avuto un grande appoggio dalle nuove generazioni che da quel momento in poi sono diventate molto più attive e determinanti nella politica coreana. Per molto tempo queste si sono tenute lontane dai giochi politici all’interno del Paese, ma la questione della presidente Park ha infiammato gli animi dei più giovani, vedendo la partecipazione anche di adolescenti.

Moon Jae-in, quindi, sia per la sua storia, che è stata preponderante nella partecipazione di questi movimenti, giocava quasi “in casa”. Ha avuto, cioè, un terreno abbastanza fertile per poter vincere le elezioni. Sicuramente oggi, proprio quei giovani che erano stati vicini ed avevano riposto molte speranze in lui, sono molto disillusi e delusi da questi scandali, soprattutto per quel che riguarda le speculazioni sul settore immobiliare, che hanno messo a dura prova tutti i coreani. Tant’è vero che anche in Corea si inizia a vedere il fenomeno dei giovani restare a lungo in casa dei genitori proprio perché non esiste la possibilità di acquistare una casa. Questa rappresenta una situazione nuova per la popolazione coreana.

Inoltre, nel Paese si è diffuso il motto popolare “Naeronambul” (내로남불), traducibile come “quando lo faccio io è un’avventura romantica, quando lo fa qualcun altro è adulterio”, una sorta di nostrano “predichi bene ma razzoli male”, per contestare l’operato di Moon Jae-in, visto che predicava, appunto, la fine della corruzione, una maggiore trasparenza e via discorrendo, invece si è ritrovato anche lui coinvolto in diversi scandali. Sicuramente ciò ha condotto molto dell’elettorato che l’aveva supportato a cambiare direzione.

Anche la questione della riunificazione della penisola desta molte contestazioni. Secondo molti sondaggi ed interviste si declina una narrativa popolare che spinge più verso l’accettazione di due Stati distinti e separati e per non rincorrere a tutti i costi questa riunificazione tanto agognata da Moon. Decisamente questa non rappresenta più una priorità dei coreani. Puntare di nuovo i riflettori sulla questione nordcoreana non credo che porterebbe ulteriori voti nelle casse del partito di Moon Jae-in.

In questo caso, va cambiata la direzione della narrativa politica del Partito Democratico se all’ultimo si vogliono riacquistare consensi. La partita è ancora aperta: ci sono molti indecisi ed entrambi i candidati sono finiti in quel vortice fazionalista ancora prima di essere eletti, a colpi di scandali reciproci. 

Il 2021 è stato l’anno della scomparsa, nel lasso di tempo di circa un mese, di due ex presidenti della Repubblica: Roh Tae-woo e Chun Doo-hwan. Entrambi militari ed entrambi figure controverse della storia recente, ma che hanno conosciuto un commiato differente da parte del governo. Il primo ha ricevuto i funerali di Stato per aver ripagato i suoi debiti nei confronti della società e per aver continuamente espresso, addirittura all’interno delle sue ultime volontà, rimorso per il suo coinvolgimento nel Massacro di Gwanju, del 1980; il secondo, al contrario, non ha né versato il corrispettivo dovuto per la sua condanna di corruzione, né fatto ammenda per il suo coinvolgimento nell’evento. Si può dire che per la Corea si è chiuso un particolare e controverso periodo storico o, al contrario, il Paese del Calmo Mattino ha ancora dei conti col passato che rischiano di influenzare il corso della sua storia per gli anni a venire?

Sicuramente si chiude un doloroso capitolo della storia coreana legata in particolar modo a Chun Doo-hwan, in cui Roh Tae-woo ha avuto una parte ma il grosso delle colpe per quanto riguarda non solamente il Massacro di Gwangju sono imputabili al primo. Il 2021 chiude i conti con quel particolare periodo degli anni Ottanta a livello interno. Tuttavia rimangono alcune questioni aperte del passato che forse potrebbero non venir chiuse nell’immediato, soprattutto per quel che riguarda i rapporti in politica estera, in primis, col Giappone.

Sappiamo bene che il partito conservatore è molto più vicino al Paese del Sol Levante rispetto a quello democratico e quindi molto più accomiatante rispetto alle questioni del passato coloniale, ma non bisogna comunque dimenticare il dolore causato dalla ferita molto profonda nel sentimento dei cittadini sudcoreani, che non lasciano passare tanto facilmente questo aspetto.

L’abbiamo visto anche con la presidente Park Geun-hye, dal momento che non è stato molto gradito il suo giungere ad un accordo definitivo col governo di Tokyo sulla questione delle comfort women, accordo che si è unito a tutti quei malesseri che i sudcoreani già percepivano nei confronti del suo governo. Quindi, le questioni relative al periodo coloniale, che va dal 1910 al 1945, rimangono tutt’oggi una ferita aperta e irrisolta.

Per quanto si voglia ignorare la questione nordcoreana, o la si voglia abbracciare, in realtà, non si può negare che la Corea del Sud sia in continuo stato di guerra. Visitando il Paese, sebbene non lo si possa avvertire a livello superficiale, lo si percepisce a livello più profondo. Basti pensare al nord di Seul, dove si vedono constanti dispiegamenti di forze militari, oppure alla grande presenza di soldati americani sul territorio. Queste sono situazioni con cui i coreani hanno a che fare quotidianamente, situazioni che inevitabilmente sono legate al passato e quindi alla storia del Paese.

Altra questione da tenere in considerazione è il rapporto con la Cina, che ha visto un primo momento di grande affiatamento, ma in tempi recenti, invece, un raffreddamento soprattutto per quel che riguarda l’umore popolare. Sebbene la destra sia tendenzialmente meno filo-cinese e nel caso di vittoria di Yoon sarà necessario rinegoziare interamente l’apparato politico relativo alle relazioni con la Cina, come già accennato in precedenza, i rapporti col Dragone sono significativi e non è possibile ignorarli completamente. Di questo il partito conservatore è ben conscio.

Anche la sinistra, sebbene per un periodo abbia avuto delle relazioni abbastanza strette e importanti, ha sperimentato degli attriti, come ad esempio la politica di boicottaggio da parte della Cina anche a prodotti culturali coreani. È stata, ad esempio, impedita la visione dei c.d. k-drama, le soap-opera coreane, in Cina, sebbene di recente il presidente Xi Xinping abbia riammesso questi prodotti culturali all’interno del Paese. Con il Dragone, quindi, le relazioni sono caratterizzate da un trend altalenante, trend con il quale entrambe le fazioni dovranno rivedere, poiché attualmente l’umore popolare in Corea è molto determinante in termini elettorali. Queste questioni storiche ed attuali sono assolutamente importanti per capire che percorso la Corea voglia in effetti intraprendere.

Un ultimo aspetto da tenere in considerazione nell’analisi della politica coreana è certamente la stratificazione generazionale. La maggior parte degli elettori viene divisa in tre generazioni: gli ultracinquantenni, i quarantenni e la generazione, che sta acquisendo un’accezione fortemente socio-antropologica, dei trenta-ventenni. Queste fasce rispecchiano le preferenze elettorali della popolazione.

La fascia degli ultracinquantenni è tendenzialmente conservatrice, quindi legata a questioni anti-comuniste, quindi fortemente anti-nordcoreana, per esempio. I quarantenni rappresentano la generazione post democratica, ovvero la generazione dei diritti civili, la “Generazione X”, ed è stata la prima generazione ad allontanarsi dai pilastri del nazionalismo collettivista, o della cultura organizzativa gerarchica, a favore, quindi, di questo individualismo che prende sempre più piede in Corea del Sud. Questa generazione, orientata leggermente più a sinistra, centro-sinistra, funge da ponte tra le altre due.

I giovani tra i venti e i trent’anni oggi sono il gruppo più importante per vedere quale sarà il futuro della democrazia sudcoreana. Questa generazione, altamente istruita, nativa digitale (i c.d. millenials), rappresenta però anche quella più vulnerabile del Paese a causa della crescente precarietà del lavoro, degli alloggi sempre più inaccessibili, come menzionato in precedenza, della rapida automazione dei luoghi di lavoro, ulteriore problema che sposta le preferenze elettorali. Molti giovani sudcoreani stanno ritardando anche l’età del matrimonio, sposandosi in tarda età, non fanno figli, o addirittura stanno rinunciando completamente a queste aspirazioni, tant’è vero che è nato il termine “Hell Joseon”.

Joseon è un termine arcaico che indica non solamente la dinastia regnante nella penisola, ma viene utilizzato anche per riferirsi appunto allo Stato coreano in epoca pre-moderna. Il termine nella sua interezza “Hell Joseon” connota una realtà infernale, caratterizzata da un’intensa competizione socio-economica e di classe. Queste problematiche sono molto popolari tra i millenial e spingono molti giovani ad emigrare all’estero, deridendo quelli che considerano come comportamenti accondiscendenti e di presunta superiorità dei c.d. “baby boomer”, che vengono identificati col termine kkondae (꼰대). Vi è una rivoluzione e uno scontro generazionale attualmente in Corea di cui le compagini politiche dovranno sicuramente tener conto.

In queste particolari elezioni, tuttavia, si verifica un fenomeno del tutto nuovo, per la Corea, cioè che molti venti-trentenni sono orientati verso destra ed in particolare gli elettori di sesso maschile. Se la democrazia sudcoreana desidera rimanere resiliente e resistere a questi conflitti socio-economici, il Paese deve affrontare urgentemente e in maniera categorica due imperativi generali: fornire un futuro economico sostenibile ai giovani e soddisfare i bisogni materiali delle generazioni più anziane.

Sono problematiche, queste, a cui entrambi gli schieramenti sono chiamati a rispondere e la politica coreana dei prossimi anni verterà proprio intorno al compito monumentale di colmare il divario tra questi due gruppi demografici divergenti e rispondere alle loro diverse esigenze politiche

Alessandro Vesprini,
Centro Studi Geopolitica.info

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