Taiwan, la Cina e la geopolitica dell’Asia: intervista a Giulio Terzi

Geopolitica.info ha avuto il piacere di incontrare l’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, già Direttore Generale degli Affari Politici e Vice Segretario Generale del Ministero degli Esteri; Ambasciatore in Israele, alle Nazioni Unite e negli Stati Uniti d’America e Ministro degli Esteri dal 2011 al 2013, per un’intervista sulle dinamiche geopolitiche che coinvolgono Taiwan, la Cina e l’intero Estremo Oriente in uno dei momenti di maggiore incertezza vissuti dal continente asiatico dalla fine della Guerra fredda.

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Nella sua visita a Taiwan, la scorsa primavera, lei ha incontrato il Presidente Ma Ying-jeou, il Ministro degli Esteri David Lin e altri membri del Governo taiwanese discutendo di molti argomenti, tra cui la promozione dei rapporti tra Taipei e Roma. Per la sua esperienza diplomatica a Washington, e per la sua conoscenza della politica estera americana, vorrei iniziare l’intervista dalla osservazione che, per gli Stati Uniti, Taiwan riveste, dalla fine della II Guerra mondiale, una importanza geostrategica cruciale. Negli ultimi mesi i segnali di questa importanza si sono moltiplicati: mi riferisco alla nomina di Kin Moy, già Deputy Assistent del Segretario di Stato per l’Asia Pacifico, quale nuovo Rappresentante degli Stati Uniti a Taipei, il diplomatico americano di più alto rango inviato a Taiwan dal 1979; alle recenti dichiarazioni del Segretario di Stato John Kerry alle Commissioni Esteri del Congresso; all’arrivo a Taipei, in giugno, dell’Assistent Segretario di Stato per gli Affari Economici, Charles Riwkin, il quale dopo gli incontri, anche con il Presidente Ma, ha confermato l’avvio di nuovi colloqui nell’ambito del TIFA bilaterale (Trade and Investment Framework Agreement in vigore dal 1994) e il sostegno alla partecipazione di Taiwan nel progetto di Trans Pacific Partnership che coinvolgerà 15 paesi. Infine le visite di Ma, in luglio, ad Harvard e a Los Angeles sulla via dei suoi viaggi in tre paesi del Centro America. Alla luce dei colloqui che lei ha avuto a Taipei, qual’è la sua interpretazione di questi sviluppi?

Le relazioni tra Italia e Taiwan sono sempre state eccellenti. Esse stanno registrando un ulteriore rafforzamento: grazie alle numerose iniziative promosse dai rispettivi Governi in ambito economico, culturale, scientifico, ai contatti tra le autorità parlamentari, e le nostre società civili, intensificatisi in misura considerevole negli  ultimi anni. Recarmi a Taipei è stata anzitutto per me, e per l’On. Adolfo Urso con il quale ho avuto il grande piacere di condividere questa esperienza, l’occasione di stare tra amici guidati da molti comuni valori culturali, umani e politici. L’incontro con il Presidente Ma Ying-jeou è stato di straordinario interesse. Il Presidente ha tracciato un quadro estremamente lusinghiero delle prospettive di collaborazione italo taiwanese. Profondo conoscitore del nostro Paese per esservi stato più volte, mi è parso particolarmente attento a cogliere, nella storia quasi millenaria di rapporti tra Italia e Cina, le dinamiche più innovative della scienza, dell’arte, dello stile di vita italiani. Con lui, così come con il Ministro degli Esteri David Lin, altri esponenti del Parlamento e del Governo, e personalità del mondo accademico, ho avuto conferma di una visione politica imperniata sulla promozione dello Stato di Diritto, sull’affermazione dell’universalità dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Pur con tutte le incognite che si sono presentate nel corso dell’ultimo anno sotto il profilo della sicurezza regionale, mi sembra di poter constatare che una stabilità basata sul rispetto del diritto internazionale e sul riconoscimento di sistemi politici diversi, nell’ambito di una sovranità nazionale condivisa, rappresentino il principale pilastro della politica estera americana ed europea in Asia, nel rapporto con la Cina, Taiwan ed i Paesi rivieraschi del Mar della Cina. Durante la mia permanenza a Taipei ho tratto la conferma del valore che la RoC vi attribuisce. Le vicende di politica interna sulle due sponde dello Stretto amplificano, ancor più in mesi caratterizzati dalle prossime scadenze elettorali a Taiwan, e da assestamenti non certo marginali a Pechino, l’impatto delle enunciazioni su principi, in particolare quello riguardante “un Paese, due sistemi”, la cui reiterazione viene vista di per se’ come fatto politico. Comprensibile è quindi la grande attenzione, in  questa delicata fase, a iniziative che rafforzino gli scambi e i contatti, rendendo irreversibile e permanente l’interesse delle due parti al dialogo anche sulle questioni più sensibili.

Sin dai primi passi dell’Amministrazione Obama è stato evidente lo sforzo di Washington per fare sempre più evolvere il rapporto con Pechino dalla dimensione economico-finanziaria a quello della sicurezza regionale e globale. Credo sinceramente che la strategia, tanto discussa, del “pivot to Asia” nascesse non tanto dalla preoccupazione di “bilanciare” militarmente la rapidissima crescita delle potenzialità cinesi soprattutto nella “interdizione” di “sea lanes” vitali per l’Occidente; quanto dall’intenzione, del Presidente Obama e del Segretario di Stato Clinton, di coinvolgere Pechino in un partenariato di natura globale: sia dal punto di vista geopolitico – ad esempio per la Corea del Nord, l’Iran o le rivendicazioni contrapposte nel Mar della Cina – sia sotto il profilo delle potenziali  crisi derivanti dalla sicurezza cibernetica, dalla proiezione cinese in regioni ritenute vitali per gli interessi statunitensi, o dalle diversità esistenti circa le questioni climatiche. In questa linea si era sviluppato a Washington, sin dal 2010, anche su incoraggiamento britannico e italiano, uno stretto raccordo tra gli Ambasciatori di alcuni Paesi europei e il Dipartimento di Stato, con l’obiettivo di esercitare un’azione diplomatica coerente, sin dove possibile, tra Washington e Bruxelles: affinché una collaborazione concreta con Pechino diventasse più di una mera realtà episodica, come la pur utile, ma limitata, collaborazione nella lotta alla pirateria nell’Oceano Indiano. Al centro di questi sforzi si poneva, per i colleghi americani, come per noi Ambasciatori europei a Washington, la tutela di Taiwan quale componente essenziale per la pace e la stabilità regionale e globale. Non potrei quindi essere più d’accordo con quanto Lei dice, circa il significato dell’intensa serie di contatti, dichiarazioni, iniziative che dimostrano la grande vitalità delle relazioni tra Washington e Taipei. Sono convinto che la disponibilità americana a far partecipare Taiwan alla Trans Pacific Partnership -TPP – porrà un’altra pietra miliare non soltanto allo sviluppo dell’interscambio, alla crescita dei flussi di investimento, alla integrazione dei mercati, alla definizione di regole comuni e affidabili nella tutela della proprietà intellettuale e quindi al progresso scientifico e tecnologico dell’intera regione asiatica. Non dobbiamo sottovalutare il cambio di mentalità che questi grandi accordi regionali, quando sono coerenti con la promozione dei diritti umani, con la tutela del lavoro, con le libertà fondamentali, possono e devono produrre nelle società e nell’ambiente politico dove essi troveranno applicazione. In questo senso Taiwan appare sin d’ora posizionata molto favorevolmente, rispetto anche ad altri paesi del TPP, per trarre dall’Accordo il massimo beneficio.

Vorrei aggiungere come da almeno un anno stia prendendo corpo il riconoscimento, in sede multilaterale, di un ruolo più pronunciato di Taiwan in alcune situazioni anche “esterne” alla regione asiatica, che influiscono tuttavia sulla sicurezza globale. Mi riferisco alla lotta al Daesh’, o Stato Islamico, e alle altre forme di Jihadismo, siano esse di matrice sunnita o sciita. Si tratta di una responsabilità ormai chiaramente avvertita dai Paesi dell’Asia che tengono ad affermare i diritti e la dignità, della persona umana, attraverso la tolleranza e il riconoscimento universale della libertà religiosa. Il 3 dicembre scorso, a Bruxelles, la conferenza dei Paesi che sono impegnati a combattere lo Stato Islamico ha espresso un importante messaggio in questo senso. Per questo motivo la partecipazione di Taiwan, insieme a Giappone, Corea del Sud e Singapore, è stata così significativa. Non lo vedo come un fatto episodico. Il Presidente Ma ha affermato più volte che Taipei è un modello di consolidamento della democrazia, della tolleranza e del dialogo, in linea d’altra parte con la protezione assicurata dalla sua Costituzione alla diversità culturale e ai diritti umani.

Se le politiche rivolte alla loro salvaguardia trovano la cartina di tornasole nella sensibilità che ogni Governo manifesta verso i diritti umani, gli orientamenti che riguardano le esecuzioni capitali rappresentano indubbiamente un segnale di grande rilievo. Mi sembra degna di nota la sezione che il Rapporto 2015 di “Nessuno tocchi Caino” sulla pena di morte riserva a Taiwan. Se ne trae la netta impressione di uno sforzo ben più avanzato di quello che si manifesta in quasi tutti gli altri Paesi asiatici, e in particolare nella Repubblica Popolare di Cina. L’8 ottobre 2014 il Ministro della Giustizia Luo Ying-shay, si legge nel Rapporto, ha espresso il suo sostegno all’abolizione della pena di morte, nonostante “questo diverga dal parere della maggioranza. Tuttavia in quanto buddista mi auguro che alla fine la pena di morte sia abrogata a Taiwan“. Mentre il 30 maggio 2015 il Presidente Ma ha detto che il Governo non era in grado di abolire la pena di morte ‘al momento’ ma avrebbe continuato a lavorare in tal senso.

La situazione tra Taiwan e Cina è cambiata negli ultimi 8 anni: Taiwan è il primo investitore in Cina; vi sono 900 voli settimanali che collegano l’Isola a molte città del Continente con un flusso annuale di milioni di persone. Ma Pechino ancora si oppone alla sua partecipazione nelle sedi multilaterali della famiglia ONU, nonostante che, dal 2009, sia Osservatore alla WHA e, da molti anni, partecipi pienamente ad altri organismi internazionali quali la WTO, l’APEC, la BERS, l’ADB e il SICA. Allo stesso tempo la Cina ogni anno aumenta considerevolmente il proprio budget militare e moltiplica atteggiamenti muscolari e azioni unilaterali su isole contese da più paesi e in spazi marittimi e aerei internazionali. Sono posizioni che inquietano e irritano tante nazioni asiatiche – dall’India al Giappone, dal Vietnam alle Filippine – includendo ovviamente Taiwan e gli Stati Uniti sempre più proiettati nel Pacifico. Il Presidente taiwanese ha proposto, in maggio, una iniziativa di pace, fondata sul dialogo, per una condivisione delle risorse, richiamando l’esempio dell’Accordo sulla pesca, del 2013, tra Taiwan e Giappone che ha chiuso una disputa durata mezzo secolo. Lei è stato a lungo alle Nazioni Unite, prima come Vice dell’Ambasciatore Francesco Paolo Fulci (quando riusciste ad impedire il progetto di riforma del Consiglio di Sicurezza che avrebbe declassato l’Italia) e poi come Rappresentante Permanente: come valuta queste evoluzioni pendolari cinesi tra incoraggianti aperture e persistenti chiusure per continuare ad escludere, dagli organismi dove si affrontano i problemi globali, un Paese di quasi 24 milioni di cittadini che, con un interscambio nel 2014 di 590 miliardi di dollari, rientra tra le prime 20 economie del Pianeta? Ci può dare la sua lettura di questi eventi e degli scenari che potrebbero determinare sia a livello economico che strategico?

Il quadro complessivo nel Mar della Cina ha registrato, nel corso dell’ultimo anno, vicende di diverso segno. Da un lato il ritiro di una piattaforma petrolifera, ad inizio estate 2014, dalla zona rivendicata anche dal Vietnam è stato visto come uno sviluppo incoraggiante. Nei mesi successivi sono tuttavia proseguiti, a ritmi sempre più accelerati, i lavori per realizzare negli isolotti contesi edifici di probabile impiego militare, piste per atterraggio e decollo di aerei, fari marittimi. A poco sono serviti i numerosi auspici all’attuazione del “codice di condotta” che i Paesi Asean e Cina avevano previsto sin dal 2002, con portata obbligatoria, e le linee guida adottate nel 2011. È vero tuttavia che vi è stato un certo miglioramento nella seconda metà dell’anno, nonostante la prosecuzione delle attività di Pechino, e le contestazioni su sorvoli nelle zone che la Cina ha posto sotto propria responsabilità e controllo. Un accordo in quattro punti con Tokio sui pattugliamenti navali attorno alle Senkaku/Diaoyutai ha ridotto considerevolmente i rischi rendendo più prevedibili le rispettive manovre navali. I Mari della Cina meridionale e orientale apparivano relativamente “calmi” quando lo scorso novembre Xi, Abe e Obama si incontravano all’Asian Pacific Cooperation Summit.

Una serie di sviluppi successivi andavano nella stessa direzione: l’accordo commerciale tra Seoul e Pechino; i progressi tra Washington e Pechino nella collaborazione per i cambiamenti climatici, in vista della Conferenza di Parigi di fine anno; le facilitazioni nella concessione dei visti; la riuscita del negoziato nucleare con l’Iran nel quale la posizione cinese è parsa in sintonia con quella occidentale; l’influenza esercitata sulla Corea del Nord nel trovare una via d’uscita alla tensione montante con Seoul in questi ultimi mesi. Non trascurabile è stata inoltre la riattivazione del Dialogo Strategico sulla Sicurezza tra Pechino e Washington, sospeso nel maggio 2011. In tale ambito sarebbero stati fatti alcuni primi passi concreti in materia di cybersecurity e di armamento nucleare nordcoreano.

La strategia perseguita da Taiwan negli ultimi otto anni ha colto ogni occasione nel far leva sul consolidamento dei rapporti economici con Pechino e con tutti gli altri Paesi dell’area, per ottenere miglioramenti sotto il profilo della stabilità e sicurezza. Un chiaro esempio è stato, da ultimo, l’iniziativa di pace fondata sul dialogo lanciata dal Presidente Ma lo scorso maggio: un progetto concreto, di misure di fiducia, di condivisione delle risorse, di messa a frutto di precedenti esperienze positive ottenute ad esempio con l’Accordo di pesca tra Taiwan e Giappone del 2013 e con gli Accordi economici con Singapore e Nuova Zelanda.

La doccia fredda sull’economia cinese, che i mercati di tutto il mondo hanno dovuto affrontare negli ultimi due mesi, pone interrogativi che sembrano riguardare più direttamente Taiwan di ogni altro Paese vicino o lontano. Impossibile dire con ragionevole certezza se la flessione del ritmo di crescita, l’espansione dell’indebitamento complessivo, la bolla immobiliare e le altre collegate siano fenomeni essenzialmente congiunturali e come tali superabili attraverso una “correzione” che riporti il sistema economico cinese più vicino ai “fondamentali” dell’economia reale, in linea con una domanda al consumo più sostenuta, con un riequilibrio degli investimenti, ed una ben maggiore trasparenza nei diversi livelli della gestione del Paese. O se invece ci troviamo difronte ad una svolta di natura prettamente strutturale e politica, sintomo di una crisi “di tenuta” di un sistema che, per quasi trent’anni, ha imperniato la legittimazione politica della propria leadership sulla “crescita infinita”, sulla integrazione tra autoritarismo e mercato, tra statalismo e globalizzazione finanziaria. Le contraddizioni che hanno, almeno in parte, causato l’estrema volatilità dei mercati finanziari, gli interventi ripetuti sui cambi, l’approccio palesemente dirigista sulle principali borse, giocato in una direzione rivelatasi subito controproducente per gli investitori azionari e pesantissima per la miriade di risparmiatori che costituiscono la nuova classe media cinese, la censura e la disinformazione con le quali il Governo ha cercato di sostenere le borse, peggiorando le cose, sarebbero stati qualcosa di ben diverso da meri incidenti di percorso dettati da improvvisazione e incompetenza.

I più recenti eventi finanziari in Cina, e la continua revisione al ribasso del suo tasso di crescita, hanno avuto forti ripercussioni su scala mondiale e ne potrebbero avere anche nella evoluzione dei rapporti tra Cina e Taiwan. Per quanto riguarda le relazioni dell’Unione Europea con Taiwan – che, nel 2014, hanno raggiunto un interscambio di 40 miliardi di Euro – sono sempre state condizionate dalla necessità prioritaria di Bruxelles di coltivare le relazioni con la Cina per gli imponenti interessi economici in gioco. Nel Parlamento Europeo deputati di tutti i gruppi politici chiedono che siano avviati colloqui per un Bilateral Investment Agreement – BIA – tra UE e Taiwan, nella convinzione della sua utilità per entrambe le parti. L’eventuale raggiungimento di un tale Accordo interesserebbe anche all’Italia dove, il 15 Aprile scorso, la Camera dei Deputati, dopo il voto favorevole del Senato, ha definitivamente approvato la Legge sulla esenzione della Doppia Tassazione tra Italia e Taiwan, poi firmata dal Presidente Mattarella (Legge n.62/2015). E’ stato lei, da Ministro degli Esteri, insieme al suo collega Grilli allora Ministro dell’Economia e Finanze, a presentare per primo alle Camere, nel 2012, questo Disegno di Legge, sul quale si è registrata una convergenza parlamentare tra Centrosinistra e Centrodestra, con la sola eccezione dei 5 Stelle. La sua entrata in vigore favorirà la crescita dell’interscambio tra i due Paesi che ci vede attualmente, nell’UE, solo al quinto posto. Ne hanno discusso alla 5^ riunione annuale del Foro economico bilaterale, presieduto dai Direttori Generali del MiSE italiano e del Commercio Estero taiwanese, svoltasi a Taipei lo scorso giugno e alla quale è intervenuta anche una delegazione parlamentare. Le opportunità a Taiwan per i nostri operatori economici sono molte, incluse quelle inerenti ad una base sicura e affidabile per joint-ventures in Cina; la Doppia Tassazione li aiuterà ma dal mondo delle imprese emerge l’esigenza di una maggiore spinta, di un valore aggiunto da parte del sistema Italia: lei cosa ne pensa della posizione italiana e di quella europea?

Cosa significa tutto questo per Taiwan? Quali nuovi rischi, e quali nuove opportunità ne derivano? Difficile dubitare che la flessione dell’investimento complessivo in quello che è di gran lunga il principale mercato di Taipei non comporti delle conseguenze sensibili. In questo senso una differenziazione ancor più accentuata dell’interscambio con gli altri partners non solo asiatici, ma anche e soprattutto americani ed europei, è ineludibile. La RoC si trova però rispetto ad altri Paesi, come il Brasile o la Russia, che negli ultimi anni hanno puntato tutte le loro carte sulla sterzata verso la Cina dei loro sforzi esportativi, cercando alternative rispetto ai paesi occidentali, in una condizione certamente meno sfavorevole: per tipologia delle sue produzioni, ad alta e media tecnologia, ma non dominate dalle materie prime come avviene per Brasilia e per Mosca. In secondo luogo, quanto sta avvenendo in Cina potrebbe aprire spazi ad un’evoluzione degli equilibri politici interni. Se, come ritengono alcuni, Pechino “non ha più i mezzi di sostenere la crescita”, come intitolava Le Monde nei giorni scorsi, potrebbe farne le spese la crociata di Xi Jinping contro i “gruppi di interesse” accusati di deformare le regole del mercato e contro i funzionari corrotti del PCC, che gli ha procurato molti nemici. Il Presidente cinese sta facendo replicare agli attacchi sul web, immediatamente soppressi, con estrema durezza e ha avuto l’occasione di presentarsi al paese nel suo ruolo forte di leader incontestato, ad esempio, con la parata militare del 3 settembre. Resta il fatto che la sensazione di una politica economica cinese che sta perdendo smalto, e che si dimostra la meno efficace degli ultimi venticinque anni, si è diffusa proprio nel momento un cui sono in flessione le altre principali economie mondiali, eccezion fatta per quella americana che ha ripreso una vitalità sino ad ora ritenuta improbabile da molti. La decisione della Banca Centrale Cinese di svalutare lo yuan è parsa, come è stato scritto, un colpo di spada nell’acqua, dato che subito dopo la prima flessione la Banca Centrale è dovuta intervenire per sostenere la sua moneta. La rapida crescita dei salari e la contrazione dei prezzi industriali hanno comportato il forte aumento dei costi unitari e la netta compressione nella redditività del capitale. Conseguenza: si è determinata un’uscita netta di capitali di circa un trilione di dollari in soli diciotto mesi, e di 90 miliardi di $ solo in luglio. Mentre l’indebitamento complessivo, servito negli anni a sostenere la crescita, si colloca ormai al 280% del Pil. Vi sono naturalmente analisti che sottolineano invece la fondamentale solidità dei dati macroeconomici, considerando la “correzione” del mercato azionario un aspetto congiunturale e, tutto sommato, benefico per la stabilità del sistema.

Poiché ci troviamo in un contesto tanto dinamico, ritengo che l’Italia, dopo aver approvato la legge sulla esenzione della Doppia Tassazione con Taiwan con una vastissima maggioranza dei partiti sia del centro destra che del centro sinistra, abbia un preciso interesse a promuovere a Bruxelles ogni possibile iniziativa affinché sia sollecitamente concluso l’Accordo Bilaterale sugli Investimenti tra l’Unione Europea e Taiwan. Guardando alle potenzialità dell’interscambio e della partnership economica e scientifica italo taiwanese, si resta colpiti dal numero e dalla qualità dei progetti in corso, come è emerso dal quinto Foro bilaterale, da lei ricordato, che ha avuto luogo con grande successo in giugno a Taipei. E si sta preparando per il prossimo ottobre in Italia un incontro con l’impulso e la direzione dell’On. Adolfo Urso, che per otto anni ha guidato il Ministero italiano del Commercio con l’Estero, al quale interverranno anche il Presidente e il Vice Presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan, Sen. Lucio Malan e On. Guido Galperti.

Taiwan è all’avanguardia nel campo della Information Technology. Cosa possiamo imparare da un paese, di modeste dimensioni, che ha saputo costruire sulla innovazione tecnologica la sua prosperità economica e sociale, coniugandola – primo caso in 5000 anni di storia cinese – con i più avanzati standard di vita democratica, di rispetto e di continua promozione dei diritti umani, civili e politici? Infine, quali impressioni – come italiano e come diplomatico da una vita di casa in tutto il Mondo – lei ha avuto dal suo viaggio a Taipei? Qual’è la percezione che i taiwanesi hanno dell’Italia? Le sue previsioni per l’avvenire dei rapporti bilaterali?    

L’impressione più forte che ho avuto a Taipei è stata quella di constatare in tutti gli incontri, e in particolar modo alla conferenza svoltasi all’Accademia Diplomatica su “Sicurezza globale e Stato di Diritto”, un’eccezionale sintonia tra la sensibilità europea, in particolare italiana, e quella taiwanese sulle grandi questioni dei diritti umani e della legalità internazionale. Non vi e’ “tema caldo” nell’affermazione delle libertà fondamentali, nella parità di genere, nella lotta alla corruzione, nella “accountability” della classe politica nei confronti dei cittadini-elettori, che non sia avvertito a Taiwan con intensità e urgenza molto simile a quelle che avvertiamo noi. Esistono quindi tutte le premesse perché, sia pure con gli inevitabili condizionamenti che un necessario realismo impone nel rapporto tra Taipei e Pechino, la collaborazione tra europei e taiwanesi venga intensificata in ogni possibile modo anche sul terreno dei diritti umani, dell’assistenza umanitaria alle popolazioni colpite da catastrofi naturali o da guerre, della cooperazione allo sviluppo. Per questa strada mi sembra naturale mirare sempre più al completo coinvolgimento taiwanese in tutte le agenzie, programmi e organismi del sistema delle Nazioni Unite.  Stiamo vivendo una stagione di crisi profonde nella comunità internazionale, alle quali si accompagnano però tendenze di grande rilevanza per il futuro. Tra queste, vorrei sottolineare l’evoluzione del diritto internazionale per quanto riguarda l’universalità dei diritti umani contrapposta ad una loro asserita condizionabilità regionale; la legalità interna agli Stati secondo i principi dello Stato di Diritto, anch’esso divenuto ormai universale in una moltitudine di decisioni e documenti delle Nazioni Unite; la legalità internazionale attraverso la codificazione di norme che regolano la sicurezza, stabiliscono misure di fiducia, indicano le modalità di risoluzione pacifica delle controversie. Forse la creazione di una vera e propria “architettura di sicurezza asiatica” è un obiettivo lontano. La convergenza di valori e di interessi che molte nazioni del Pacifico, tra le quali Taiwan, hanno con i Paesi Occidentali la rendono, io credo, un traguardo realizzabile, oltre che necessario.