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Sala StampaIntervista a Aref Ali Nayed

Intervista a Aref Ali Nayed

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Vi proponiamo l’intervista pubblicata oggi da Libero.

Ingegnere, teologo e filosofo, il 56enne Aref Ali Nayed è stato dal 2011 al 2016 l’ambasciatore libico negli Emirati Arabi ed è direttore del Kalam Research & Media. Protagonista del dialogo interreligioso, nel 2006 fu tra i 138 firmatari della lettera indirizzata a Benedetto XVI dopo il Discorso di Ratisbona, da cui ebbe inizio un ampio confronto tra Islam e Chiesa Cattolica. Ha insegnato presso la Pontificia Università Gregoriana. Oggi è candidato alla presidenza della repubblica libica nelle elezioni che, stando alla Conferenza di Parigi di maggio, dovrebbero tenersi il 10 dicembre. Un’ipotesi che il governo di al Serraj contesta e che anche Roma continua a considerare prematura.

Professore, lei dunque è il candidato alla presidenza del generale Haftar?

Non è esatto. Sono un candidato indipendente e non aderisco a nessuna fazione. Rispondo solo al mio paese. Supporto il lavoro del Parlamento di Tobruk, l’unica istituzione del paese democraticamente eletta. Nei giorni scorsi il generale ha salutato con favore la mia candidatura, per ora l’unica in campo, ma egli è esclusivamente il legittimo comandante militare della Libia orientale.

Lei è estraneo alle fazioni, ma ha duramente criticato il governo di Serraj…

Il cosiddetto Governo di Accordo Nazionale presieduto da Serraj non ha alcuna investitura parlamentare. Non è stato in grado di assicurare alla popolazione i servizi essenziali: sanità, educazione, elettricità… Non riesce a controllare nemmeno la Tripolitania. Non capisco come possa andare avanti. Purtroppo continua a beneficiare del riconoscimento della comunità internazionale…

Finora Serraj è stato sostenuto anche dall’Italia, ma per alcuni analisti l’incontro del ministro Moavero con Haftar a Bengasi segnerebbe un cambio di rotta della politica italiana…

L’Italia ha sempre avuto stretti rapporti con la Cirenaica, ma recentemente ha finito per orientarsi solo verso Tripoli. Io ritengo la visita di Moavero molto importante. L’Italia deve riprendere i contatti diretti con l’Est. E’ necessario che gli incontri si moltiplichino e coinvolgano anche l’UE.

Il nostro governo vuole tenere una conferenza a Roma, a novembre, con tutte le fazioni in campo. La considera un’iniziativa positiva?

Sì, se sarà in continuità con quella di Parigi. Se ben preparata sono convinto che tutti vi parteciperanno, portando un contributo costruttivo.

Il nodo da sciogliere è la data delle elezioni…

Non è possibile pensare di ricominciare tutto il lavoro daccapo a ogni incontro.

Non bisognerebbe aspettare che migliorino le condizioni sul campo?

E’ ciò che sostiene Serraj, ma se aspettiamo che tutto sia tranquillo non le terremo mai, impedendo al popolo libico di decidere da sé chi deve governarlo.

La data del 10 dicembre è una discriminante insuperabile?

C’è bisogno di una deadline per avere una base di lavoro precisa.

Il generale Haftar vuole sostituire l’ENI con la Total?

Haftar non ha mai detto questo. Si occupa solo di questioni militari. Personalmente penso che la presenza dell’ENI sia fondamentale per la Libia e che ENI e Total possano convivere. Se diventassi presidente, non solo tutelerei gli interessi di ENI, ma favorirei ulteriori investimenti. Bisogna, però, porre fine alla violenza e sconfiggere il terrorismo.

A proposito, come giudica il fatto che alcune milizie salafite parteggino per Haftar?

E’ sempre pericoloso dare spazio all’estremismo religioso armato. L’Islam libico esiste da 1400 anni e ne rispecchia i valori più autentici: cosmopolitismo e tolleranza. L’antica tradizione sufi è alla base della nostra tradizione religiosa. Dobbiamo essere in grado di renderla attuale.

Come giudica l’operato di Salvini teso ad arginare i flussi migratori, per la cui gestione una Libia stabile è cruciale?

Un buon leader deve fare di tutto per preservare l’identità nazionale del proprio popolo e proteggere la propria gente. Salvini ha ragione, anche se non bisogna mai dimenticare di essere compassionevoli verso gli altri. Quanto ai flussi bisogna incidere sulle cause, ovvero le condizioni economiche in cui versa il Sahel. Italia e Libia non possono essere lasciate sole: l’Europa deve fare la sua parte, aiutando quei paesi a garantire ai loro popoli il diritto a vivere nella propria terra. A questo va aggiunto un grande progetto finalizzato alla messa in sicurezza delle frontiere libiche meridionali, che vanno rese impermeabili ai trafficanti di esseri umani. Penso a un programma multilaterale, finanziato con risorse italiane ed europee, che coinvolga gli stati interessati, ma anche aziende private.

 

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