Anche il Regno Unito si defila dall’intervento militare in Libia

Il 30 marzo, il premier libico designato Fayez Al Sarraj – assieme al suo Consiglio presidenziale – è arrivato a Tripoli da Tunisi “via mare”, attraccando alla base navale di Abusetta, sotto un “ombrello” protettivo italo-britannico. Il suo primo messaggio è stato un appello a «unificare gli sforzi dei libici per contrastare Daesh». 

Anche il Regno Unito si defila dall’intervento militare in Libia - GEOPOLITICA.info (cr: Getty images)

Sarraj, leggendo un testo, ha inoltre sottolineato il suo «attaccamento alla conciliazione nazionale» e la volontà di «tener fede ai principi della rivoluzione del 17 febbraio 2011» che portò alla caduta del regime di Muammar Gheddafi. Il premier ha inoltre sottolineato la propria volontà di difendere «le istituzioni dello Stato con la partecipazione di tutti i libici» e la fondamentale necessità di rafforzare la tregua e il “cessate il fuoco”.

Le modalità del suo arrivo hanno comunque mostrato l’estrema precarietà della situazione; inoltre alcuni gruppi armati appartenenti a milizie che si oppongono alla pacificazione, avrebbero sparato dei colpi in aria con armi pesanti montate sulle “tecniche” per impedire ai sostenitori del governo di unità nazionale di radunarsi nel centro di Tripoli, nei pressi della piazza dei Martiri. Altrettanto minacciose sono apparse le parole del premier del governo di Tripoli (sostenuto dai Fratelli Mussulmani), Khalifa Ghwell, che in una conferenza stampa nella capitale libica, ha definito Sarraj «pienamente responsabile del suo ingresso illegale» a Tripoli: «Ha due opzioni: consegnarsi alle autorità o tornare a Tunisi».

Quindi – in una cornice Onu – inglesi e italiani sarebbero di fatto i garanti della transazione, e questo mentre da più parti, in entrambi i Paesi si levano voci che raccomandano prudenza per evitare un massiccio coinvolgimento militare in Libia. Paolo Mieli ha interpretato questa posizione con un pesante editoriale apparso sul Corriere della Sera, e con una inquietante tempistica è accaduto lo stesso anche sulla stampa britannica.

Contro il piano predisposto per schierare 1000 soldati inglesi in una green zone creata ad hoc nel cuore di Tripoli – parte di un pacchetto di assistenza militare italo-britannico a sostegno del nuovo governo di unità nazionale creato nel tentativo di porre fine alla guerra civile che dura ormai da un anno – si è schierato apertamente Crispin Blunt un Tory di alto livello, da molti considerato portavoce ufficioso dei vertici militari britannici.

Blunt, egli stesso ex ufficiale, ha definito questo proposito scellerato: «L’idea di mandare truppe occidentali a Tripoli è una cattiva idea; schierare mille uomini in Libia sarebbe un disastro che porterebbe a una situazione analoga a quella del Libano all’inizio degli anni’80». Per il parlamentare conservatore, le cui posizioni hanno avuto grande risonanza sull’Indipendent e sul Sunday Telegraph, questi soldati sarebbero – a prescindere dai loro obiettivi, dalle modalità d’impiego e dalle regole d’ingaggio – un obiettivo di alto profilo, non solo per le cellule dell’Isis operative in Libia, ma anche per le decine di milizie contrarie al processo di pace.

Infatti, anche se impiegate solo per compiti d’addestramento, queste truppe potrebbero essere facilmente percepite come neocoloniali.

Inoltre ambienti militari libici filogovernativi hanno fatto sapere che preferirebbero che le attività di formazione e di addestramento con il sostegno occidentale, si svolgessero all’estero, in particolare in Tunisia; il coinvolgimento sempre più intenso di Tunisi nella situazione libica ha comunque creato una certa apprensione nel Paese: sull’autorevole TunisiaLive si è giustamente sottolineato come difficilmente la Tunisia potrebbe sfuggire alle conseguenze di un intervento militare occidentale in Libia.

Che gli uffici di pianificazione degli Stati maggiori facciano piani è assolutamente legittimo e anzi auspicabile, ma le notizie apparse sulla stampa inglese, dove vengono riportate con dovizie di particolari le aliquote dei contingenti e le eventuali zone di schieramento, dimostrano – al di là delle ondivaghe dichiarazioni del governo italiano, che nell’arco di pochi mesi, anzi settimane, ha cambiato la propria posizione di fronte all’opinione pubblica nazionale e agli alleati – lo stato d’avanzamento dell’opzione militare.

Questo massiccio pacchetto d’assistenza – pur vincolato a una formale richiesta del governo d’unità nazionale libico – avrebbe come compito primario la liberazione di Sirte (città natale dell’ex rais) che per ironia della sorte è diventato il santuario di Daesh nel Paese; ma per Blunt un’azione di questo tipo andrebbe lasciata alle milizie filogovernative eventualmente supportate da reparti speciali occidentali. Reparti speciali che sarebbero già con gli scarponi sul terreno, così come ampiamente documentato proprio dal Sunday Telegraph. Di fatto, Philip Hammond – ministro degli esteri britannico – ha affermato, rispondendo alle critiche di Blunt che saremmo ben lontani da uno schieramento massiccio sul campo.

Il rischio è che il cerino resti in mano proprio all’Italia.