Internally Displaced People in Azerbaigian e protezione dei diritti umani
Lunedì 6 maggio, la Sala delle Colonne di Palazzo Marini, presso la Camera dei Deputati, ha ospitato il Seminario Internazionale sul tema “Protection of Internally Displaced People in International Humanitarian Law. The case of Azerbaijan Compared with Other Selected Cases”. All’incontro hanno partecipato illustri personalità del mondo accademico, politico e diplomatico incentrando il dibattito sulla protezione dei profughi interni e sulla tutela dei diritti di questi ultimi nella cornice del diritto umanitario internazionale.
Il problema dei profughi interni è stato esaminato partendo dalla realtà del Caucaso del Sud facendo luce sulla realtà dell’Azerbaigian, lo Stato che ospita il più alto numero di IDPs (Internally Displaced People) nel continente europeo (750.000, circa il 6,3% del totale della popolazione). Per tale motivo, l’Azerbaigian è divenuto il simbolo dell’onerosa questione riguardante i profughi interni rappresentandola in tutta la sua drammaticità, richiamando l’attenzione non solo del governo locale, ma di tutta la comunità internazionale al fine di intervenire e trovare soluzioni durevoli al problema. Il dibattito è poi proseguito con il confronto della situazione in Azerbaigian comparata con altri casi in esame, quali i paesi dell’Africa, del Medio Oriente, dell’Asia e dei Balcani. Anche in queste zone, così come in Azerbaigian, gli IDPs sono vittime di un esilio forzato e sognano ogni giorno il ‘Great Return’, vale a dire il ritorno nella propria città o comunità d’origine il prima possibile.
Il Seminario Internazionale, organizzato dal Comitato Italiano Helsinki per i Diritti Umani con il patrocinio di Roma Capitale e la collaborazione dell’associazione Geopolitica.info, è stato moderato da Antonio Stango, Rappresentante del Comitato Italiano Helsinki per i Diritti Umani. L’evento è stato introdotto da Maurizio Gressi, esperto di Diritti Umani e capo segreteria della Presidenza della Camera dei Deputati, seguito dall’intervento di Antonello Folco Biagini, Professore di Storia dell’Europa Orientale e Prorettore dell’Università La Sapienza di Roma. Il dibattito si è così aperto sottolineando l’importanza della questione degli IDPs non soltanto a livello politico, ma anche economico e sociale poiché, come ha ricordato il Professor Biagini, la Cooperazione non avvenire solo tra Stati, ma anche tra enti universitari che devono coinvolgere le giovani generazioni nel prendere parte a tali dibattiti. “E’ ai giovani che dobbiamo parlare, se non credessi nei giovani mi sarei ritirato a vita privata da un pezzo”, ha commentato il Prof. Biagini con un velo di commozione.
Successivamente, l’Ambasciatore Sergio Piazzi, Segretario Generale dell’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo (PAM), ha preso la parola tracciando un quadro dettagliato sulla situazione dei profughi interni in due realtà diverse, ma dalle problematiche simili, quali la Siria e il Ruanda. Compito della PAM è quello di proteggere la popolazione civile e alleviare situazioni di crisi umanitarie favorendo, così, la rapida democratizzazione del paese e la risoluzione dei conflitti. Il dibattito è proseguito con l’intervento di Gunnar Ekelove Slydal del Comitato Norvegese Helsinki, ripercorrendo le tappe e le difficoltà della condizione sofferta dai profughi interni con particolare attenzione al caso del Caucaso del Sud, dove si conta il più alto numero di IDPs. In Azerbaigian i profughi interni costituiscono circa il 7% della popolazione locale mentre in Georgia sono circa il 6%. Il caso della Georgia è stato preso in esame sottolineando la mancanza di interesse da parte del governo locale di condurre indagini contro i responsabili dei crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Ekelove Slydal si è inoltre soffermato sull’aspetto sociale ed umanitario del problema ricordando che la maggior parte dei profughi interni vivono in uno stato di isolamento dal resto della popolazione.
La mancanza di integrazione, dunque, comporta l’aumento dell’analfabetismo tra i bambini che non frequentano scuole o università, e della disoccupazione tra gli adulti, la quale, a sua volta incide inevitabilmente sugli altri indicatori dell’economia. Quello che i profughi interni sono costretti a vivere è stato definito un vero e proprio ‘trauma psicologico’, secondo Brigitte Dufour, Direttore di International Partnership for Human Rights. Nel suo intervento, il Direttore ha esaminato la questione dei profughi interni partendo dalla propria esperienza personale nei due campi in Azerbaigian e Cecenia, dove è venuta a contatto e si è relazionata con le vittime di esili forzati costrette a vivere in abitazioni fatiscenti, “ Trovandomi ospite in una casa di una famiglia di profughi interni mi sono chiesta dove dormissero e loro ci hanno risposto “qui”, poi mi sono resa conto che eravamo seduti sul loro materasso e divano allo stesso tempo”. Brigitte Dufour sottolinea la drammaticità della questione che deve essere risolta al più presto e a questo proposito dedica tutto il suo lavoro e dedizione.Successivo relatore a prendere parte al dibattito è stato il Dottor Alberto Becherelli, Dottore di ricerca dell’Università La Sapienza, illustrando la situazione nei Balcani facendo luce, in particolar modo, sulla realtà multietnica e multiculturale della Bosnia Erzegovina.

Internally Displaced People in Azerbaigian e protezione dei diritti umani - Geopolitica.info
Il Dottor Becherelli ricorda che quasi metà dell’intera popolazione della Bosnia Erzegovina fu costretta a lasciare la propria città d’origine a causa del conflitto contro la Serbia avvenuto tra il 1991 e il 1995. Vi sono dei tratti in comune tra il caso della Bosnia Erzegovina e quello dell’Azerbaigian poiché si tratta in entrambi i casi di Paesi successori di due grandi potenze quali quello l’ex-Jugoslavia e l’Unione Sovietica, entrambi socialisti. Inoltre, in entrambi i Paesi sono stati commessi crimini di guerra e violazioni dei diritti umani, ma con la sola differenza che in Bosnia Erzegovina i criminali sono stati processati grazie all’istituzione di un tribunale apposito, mentre in Azerbaigian la giustizia fatica ancora a trovare il suo corso. Successivamente, Marat Kangarlinski, del Ministero degli Affari Esteri dell’Azerbaigian, ha tracciato le linee d’intervento per risolvere, o quanto meno arginare, il problema della situazione dei profughi interni sottolineando quanto la non-integrazione sia sinonimo di povertà ed esclusione a livello sociale, politico ed economico. “L’intervento deve essere promosso dal governo locale e finanziato dalla comunità internazionale al fine di garantire a tutti l’accesso ai bisogni primari, quali l’educazione, la sanità e dignitose condizioni di vita puntando successivamente al lavoro e all’integrazione totale degli IDPs con la popolazione locale”, commenta Kangarlinski.
L’ integrazione è sinonimo di miglioramento delle condizioni dei profughi interni, ma non risolve in toto il problema del ‘Great Return’, poiché tutto è temporaneo quando si è sfollati interni e l’unico sogno resta quello di far ritorno nella propria città o comunità d’origine. Infine, il dibattito si è concluso con l’intervento di Dag Sigurdson, Rappresentante dell’ACNUR in Azerbaigian, che ha sottolineato quanto nella transizione dallo stato di emergenza a quello di lunga durata, il problema dei profughi interni è diventato permanente. Sigurdson ha però concluso facendo notare che notevoli progressi sono stati fatti dal governo dell’Azerbaigian che insieme all’intervento sul campo dell’ACNUR si sono impegnati per diminuire la situazione di isolamento degli IDPs di circa il 52%.
L’ACNUR sostiene la popolazione di sfollati interni promuovendo incontri e dialoghi in zone urbane e rurali per raccogliere e risolvere i problemi che la popolazione affronta quotidianamente.
Importante è stato, inoltre, la presenza dell’Ambasciatore armeno al dibattito che sottolinea quanto il tema umanitario vada ben oltre questioni difficili da risolvere sul piano politico e diplomatico.