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Gli interessi nella partita del Mediterraneo orientale, perché conta la Libia

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La competitività geoeconomica investe il teatro del Mediterraneo orientale. Gli attori geopolitici della regione, con rapporti caratterizzati da profonde rivalità storiche, fanno fatica a trovare una cooperazione che soddisfi pienamente gli interessi di ciascuno. Non solo questioni energetiche, ma anche fattori strategici e storico-culturali fanno da sfondo ad antagonismi regionali che rischiano di sfociare in una rivalità propriamente esplicita.

La questione coinvolge il contesto mediterraneo, non a caso l’ambiente marittimo, che riveste un’importanza significativa nell’estrazione e nel trasporto del gas per mezzo di gasdotti o metaniere – imbarcazioni funzionali al trasporto del GNL (gas naturale liquefatto). Il controllo di porzioni di mare diviene quindi uno strumento di sicurezza nazionale, sotto più punti di vista: energetico, economico, geopolitico e quindi strategico. All’aumentare della rivalità strategica tra gli attori che si affacciano sul Mediterraneo orientale cresce la necessità strettamente geopolitica di allontanare la prima linea di difesa e raggiungere una rassicurante profondità strategica. Processo che dal punto di vista geopolitico si sta esplicitando per vie diplomatico-giuridiche, con gli accordi sui confini delle rispettive ZEE, ma anche attraverso l’utilizzo della forza. La Libia ne è paradigma

Le molteplici scoperte di giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale hanno attirato persino attori non regionali, contribuendo a esacerbare i già controversi rapporti dei soggetti costieri direttamente interessati. Da una parte Washington che ha sostenuto la creazione dell’East Mediterranean Gas Forum (EMGF), nato nel 2019 per favorire la cooperazione tra gli attori dell’area mediterranea, nella speranza che funga da strumento volto a disincagliare l’Unione Europea dalla dipendenza energetica dalla Federazione Russa; operazione che doveva avvenire quindi ben prima della guerra in Ucraina secondo gli apparati americani. Dall’altra parte il Cremlino, interessato non solo per l’atavica esigenza di avere un accesso ai mari caldi, ma anche per monitorare le dinamiche energetiche che muovono le acque di questo particolare teatro. Si ricordi quanto Mosca dipenda dall’esportazione di risorse energetiche, fattore che le impone il monitoraggio del mercato complessivo di tali risorse, quantomeno  a livello regionale o macro-regionale. Per queste ragioni ha messo piede ad esempio nel giacimento “Zohr” situato nelle acque egiziane.

All’interesse dei grandi attori si aggiunge quello dei soggetti direttamente coinvolti nella vicenda per prossimità geografica. La creazione dell’EMGF, che comprende Italia, Egitto, Grecia, Israele, Cipro, Giordania, Palestina e Francia, ha volutamente escluso la Turchia, interessata ai giacimenti tanto per questioni interne, legate al relativo fabbisogno energetico, quanto per questioni di politica estera. La Turchia ambirebbe ad accrescere il proprio peso geopolitico divenendo un hub regionale del gas, come dimostrano il TurkStream, che dalla Russia aggira l’Ucraina per raggiungere l’Europa, o il TANAP, che raccoglie il gas azero per trasferirlo verso i mercati europei. La creazione dell’EMGF ha quindi riacceso l’annoso dibattito riguardante la territorializzazione del mare, ovvero la spartizione delle Zone Economiche Esclusive dei vari paesi, strumento giuridico che legittima gli attori ad operare nei fondali tanto per l’estrazione delle risorse energetiche quanto per la posa delle pipelines. A fronteggiarsi sono soprattutto Atene, Ankara e il Cairo. Alle motivazioni energetiche Ankara aggiunge quelle propriamente strategiche. Le isole dell’Egeo sotto la sovranità greca, secondo Ankara, limiterebbero la proiezione marittima turca, cruciale per le sue ambizioni marittime inscritte nell’elaborazione del Mavi Vatan. Secondo tale dottrina, la ZEE turca dovrebbe sovrapporsi ad alcune isole greche dell’Egeo, ritenute non aventi diritto a una propria piattaforma continentale e ZEE, dunque non legittimate a generare zone marittime al di fuori delle loro acque territoriali. Ciò avviene, secondo la Turchia, quando queste si inseriscono nel contesto di un’ampia piattaforma continentale dello Stato costiero che le fronteggia. Al contrario la Grecia sostiene che le isole dell’Egeo, essendo sotto la propria sovranità e in conformità con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (non riconosciuta da Ankara), possono generare una ZEE, rendendo vane le rivendicazioni turche. 

L’accordo bilaterale del 2003 che delimitava le ZEE di Cipro e Egitto, ha dato inizio alla cosiddetta territorializzazione del mare in un contesto che in un primo momento si volle tenere lontano da tale processo, per evitare che si surriscaldasse un medio oceano tanto importante quanto spazialmente stretto, passibile quindi di infinite complicazioni giuridiche tra i paesi rivieraschi. Tale accordo ha creato un precedente dal quale, con l’aumentare delle scoperte dei giacimenti off-shore, si è generata una corsa verso l’accaparramento di porzioni di mare da controllare, dal quale sarebbero potute arrivare: rendite economiche e aumento di peso geopolitico.

Al di là delle questioni strettamente giuridiche, quello che qui si vuole evidenziare è la problematicità geopolitica della questione, che si è ormai estesa negativamente in aree geograficamente vicine e già strutturalmente instabili come la Libia.  Qui Ankara ha deciso di proiettare la sua potenza in funzione marittima. Necessitando di un attore con il quale concludere un trattato bilaterale che legittimasse la propria ZEE, ha sostenuto il governo di Tripoli che nel 2019 subiva l’offensiva di Haftar, in cambio dell’ambita spartizione marittima. 

La situazione ci restituisce il modo in cui la rivalità geopolitica si sia facilmente diffusa territorialmente esacerbando i rapporti tra le parti in causa e coinvolgendo attori inizialmente estranei alla vicenda. Così le speranze di una possibile risoluzione del caso EMGF, che potesse abbracciare le esigenze di tutti gli attori in gioco, soprattutto data la contingente penuria delle risorse energetiche derivante dal conflitto in Ucraina, sono rimaste vane. Al contrario, l’incapacità di dirimere una situazione tanto complessa, per l’inflessibile postura degli attori e per le difficoltà giuridiche riguardanti le ZEE, ha semplicemente procrastinato un confronto che potrebbe rivelarsi ben più aperto nel medio periodo. In ultimo, l’ultimo accordo preliminare turco-libico sull’esplorazione e lo sfruttamento degli idrocarburi nella ZEE libica rende la presenza e l’influenza di Ankara sempre più concreta, irrigidendo la contrarietà di Grecia e Turchia. L’accordo è fondamentale per Ankara soprattutto alla luce del tentato golpe del 27 agosto al governo tripolino sostenuto dai turchi, azzardato dagli attori politicamente vicini a Egitto e Grecia. La Libia dunque rischia di diventare uno strumento geopolitico delle parti in causa volto al raggiungimento dei rispettivi interessi nella contesa per il Mediterraneo orientale; contingenza spaziale che però graverebbe sulla possibilità di una riconciliazione libica,  teatro esiziale per gli interessi dell’Italia.

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