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Interessi commerciali tedeschi e strategie europee sullo sfondo dei piani anti cinesi di Washington

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Il pensiero secondo cui libero mercato, democrazia e diritti umani sono tra loro inscindibili è il presupposto che ha guidato le aperture commerciali che hanno permesso alla Cina di acquisire dall’Occidente il know how e la tecnologia necessari a sfidare il primato occidentale stesso. Le odierne ambizioni revisioniste di Pechino, che punta a mettere in discussione il ruolo egemone degli Stati Uniti nel plasmare gli equilibri globali, si sono palesate soprattutto nell’ultimo decennio, durante il quale è cresciuta la pervasività politica, economica e militare da parte di quella che è a tutti gli effetti una potenza in ascesa. In risposta, si è assistito al cambio di passo da parte di Washington, che ha strutturato nuove iniziative di cooperazione e ha aumentato la presenza militare nell’Indopacifico, coinvolgendo nell’ultimo biennio anche alcuni alleati europei come, Germania, Francia, Italia e Regno Unito in periodiche esercitazioni navali in loco. In tale contesto, mentre la Cina punta a divenire un attore decisivo negli equilibri globali sfruttando a tal fine anche le difficoltà della Russia, gli Stati europei si limitano a piani di autonomia strategica che faticano a prendere corpo per carenza di posizioni comuni in molte scelte strategiche, ancora legate a doppio filo con quelle di Washington.

A pochi mesi dall’annuncio del prossimo invio della portaerei italiana Cavour nel mar Cinese meridionale, la Germania ha annunciato l’intenzione di replicare nel 2024 quanto già compiuto nel 2021 con l’invio in loco di una propria fregata. La notizia, diffusa dal ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius durante l’ultimo Shangri-La Dialogue tenutosi a Singapore, si pone nel solco ormai tracciato di una politica euroatlantica finalizzata a proteggere le principali rotte marittime mondiali dalle mire talassocratiche della Cina, la quale guarda alle catene di isole che la circondano come ostacolo ai suoi propositi di proiezione strategica sui mari. Le mosse occidentali nella regione ruotano attorno al “dossier Taiwan”, per Pechino “isola ribelle” e per Washington centro di importanza geostrategica essenziale poiché snodo principale della “prima catena di isole” atta a contenere la proiezione marittima della Cina e sede di importanti aziende produttrici di microchip e semiconduttori. In ragione di tali peculiarità, Taipei è oggetto sia delle mire di Pechino, che intende annetterla in futuro anche ricorrendo eventualmente alla forza, sia delle attenzioni di Stati Uniti e Paesi Ue, che pur ribadendo l’esistenza di un’unica Cina contribuiscono di fatto ad alimentare le aspirazioni autonomistiche dell’isola.

Nel caso della Germania, la linea tenuta durante l’ultimo decennio è stata improntata a una sostanziale ambiguità di fondo, dettata dalla necessità di conciliare gli interessi economici generati dai flussi di investimenti da e verso Pechino con il timore dell’alleato statunitense circa la crescente pervasività del Dragone nel panorama economico tedesco. I governi succedutisi a Berlino in tale lasso di tempo hanno concluso molteplici accordi con la Cina, che, a dispetto del cambio di paradigma da parte degli ultimi due inquilini della Casa Bianca, continua a rappresentare un importante sbocco commerciale per le manifatture tedesche, legate anche da strette connessioni infrastrutturali al partner asiatico. I collegamenti tra le due potenze passano infatti per una rete di rotte commerciali terrestri e marittime che hanno come terminale il porto di Amburgo, dove la cinese Cosco ha rilevato una parte consistente dei terminali per il traffico di container. Pertanto, la decisione tedesca di inviare di nuovo del naviglio da guerra nell’Indo-pacifico è verosimilmente inquadrabile nella volontà di bilanciare l’appartenenza euroatlantica e la politica mercantilista che ha reso Berlino la “locomotiva d’Europa”.

Tale status, tuttavia, è ad oggi in discussione a causa di una congiuntura economica e politica sfavorevole, alimentata dalla crisi energetica seguita agli eventi bellici in Ucraina e dalla decisione statunitense di mettere in sicurezza le catene produttive ad alta tecnologia attraverso un processo di friend shoring, orientato a mettere in sicurezza le catene del valore. Le misure adottate dalla Casa Bianca, che ha subordinato le esportazioni di chip a specifiche licenze del Dipartimento del Commercio tramite il Chips Act, e attraverso l’Inflation Reduction Act ha previsto incentivi e sgravi fiscali mirati per annullare il vantaggio competitivo cinese nei settori delle energie rinnovabili e dell’automotive, hanno destato preoccupazioni nelle cancellerie europee. In risposta, i Paesi dell’Europa occidentale, riscontrando il disinteresse di altri Stati membri per una reazione comune europea a un impianto normativo penalizzante, hanno tentato di mediare con gli Stati Uniti affinché questi ultimi includano gli alleati nei processi di riallocazione delle catene del valore. Emblematico in tal senso è il caso di Intel, che a fronte di ingenti sussidi ha stilato un accordo con il governo tedesco per sviluppare in Germania due impianti per produrre microchip e risulta in trattative con l’Italia per ulteriori investimenti in Europa.

La messa in sicurezza delle catene produttive, fortemente incoraggiata dalla Casa Bianca, mira in primis a favorire il rientro negli Usa di imprese e capitali, rilanciando la produttività interna, e a mantenere sotto il livello di guardia le capacità di innovazione cinesi nei settori ad alta tecnologia. Obiettivo collaterale di Washington è altresì quello di ridimensionare i legami tra i Paesi europei e il Dragone, anche se le cancellerie del Vecchio Continente tendono a smorzare i toni del confronto, nel timore che un distacco repentino dalla Cina porti a contraccolpi economici difficilmente gestibili. I tentativi statunitensi di cooptare in maniera stabile gli alleati europei nel contenimento della Cina si scontrano con ostacoli sia in ambito strategico che in quello economico, dove misure quali l’Inflation Reduction Act penalizzano i Ventisette costringendoli a ricorrere anch’essi a incentivi per contrastare gli effetti distorsivi di tale concorrenza implicita. A livello geostrategico, Washington preme sugli alleati europei per ulteriori sforzi nel contenere l’ascesa cinese, chiedendo alle maggiori potenze del Vecchio Continente un impegno multisettoriale che comprende anche la periodica presenza militare europea in teatri operativi lontani come quello Indopacifico.L’invio saltuario di navi militari europee in questa regione non apporta tuttavia un contributo significativo all’operato di Washington, già legata ad alcuni Paesi della regione da intese militari bilaterali o multilaterali come Aukus, che prevede la condivisione tecnologica tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia. In tale contesto geostrategico, la prospettiva di un coinvolgimento europeo sempre più ampio nel contenere attivamente i rivali strategici dell’Occidente rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio per i Ventisette, costretti a ripensare il loro ruolo nell’agone globale, ma ad oggi incapaci di definirne con chiarezza prospettive e limiti. All’attivismo statunitense si contrappone la sostanziale mancanza di unità di intenti da parte degli Stati europei, combattuti tra l’aspirazione all’autonomia strategica e le diverse visioni in merito alle modalità con le quali realizzarla affrontando altresì i costi dei necessari disaccoppiamenti. Qualora i principali Paesi esportatori dell’Ue come la Germania, l’Italia e la Francia siano costretti a rinunciare in tempi brevi sia alle fonti energetiche a buon mercato che agli approvvigionamenti sicuri di terre rare e componentistica ad alto valore, potrebbe scatenarsi una spirale recessiva dagli esiti imprevedibili per tutto il Vecchio Continente.

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