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Da Blue Stream a Priolo: l’interdipendenza energetica di Mosca e Roma

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Fin dal 1991, anno di nascita della Federazione russa, Mosca e Roma hanno costruito un’interdipendenza economica e commerciale sempre più solida e concreta. Questo rapporto di interdipendenza, che fonda le sue radici nella “fondazione” di Togliattigrad nel 1964, aveva raggiunto agli albori del nuovo millennio dei livelli che ben speravano nell’età post-ideologica della globalizzazione. Ma oggi, con la Guerra in Ucraina in corso, le relazioni bilaterali tra l’Italia e la Federazione Russa sono incrinate, probabilmente in modo irreparabile.

Da “Blue Stream” a “South Stream”

I primi anni Dieci del duemila, quelli in concomitanza con i governi Berlusconi sono stati caratterizzati dalla crescente cooperazione economica ed energetica tra il Cremlino e Palazzo Chigi. L’amicizia tra il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin e del Presidente del Consiglio Berlusconi hanno contribuito all’aumento delle esportazioni e delle importazioni tra i rispettivi paesi. Allora la Russia, uscita dai turbolenti anni ’90 e dall’ambigua presidenza di Boris Eltsin vedeva nell’Occidente una possibilità di riscatto politico ed economico. L’Italia giocava il ruolo di “sensale” tra Russia e Nato/UE. Nel novembre 2005 il presidente Berlusconi, il Presidente Putin e l’omologo turco Erdogan inaugurarono il gasdotto “Blue Stream”.

Costruita tra il 1997 e il 2002 dalla joint venture italo-turco-russa di Gazprom, Eni e Botas, Blue Stream è uno tra i più importanti sistemi di stoccaggio di idrocarburi. Esso attraversa il Mar Nero orientale, collegando l’impianto russo di Izobilnyal terminale di Ankara, passando dagli impianti di compressione di Beregovaya, sito nel Krai di Krasnodar, e di stoccaggio di Durusu in Turchia. 

Due anni dopo, nel giugno del 2007, i majors di Eni e di Gazprom firmarono un memorandum d’intesa alla presenza del Ministro dello Sviluppo economico del Governo Prodi II Pierluigi Bersani e l’omologo russo Viktor Khristenko. Il memorandum mirava alla creazione di un sistema di gasdotti che avrebbe collegato gli impianti di estrazione del Caucaso russo all’Europa occidentale. Questa opera che prese il nome di “South Stream avrebbe attraversato i paesi balcanici terminando il suo corso a Tarvisio, in Friuli-Venezia Giulia. In un secondo momento, si ipotizzò anche la creazione di un secondo troncone che, attraversando la Grecia e il Canale d’Otranto, sarebbe terminato a Taranto. Nel novembre successivo Eni e Gazprom siglarono l’accordo per la creazione della Società italo-russa South Stream AG. 

Nel maggio 2009, a Sochi, l’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni e l’omologo di Gazprom Aleksei Miller siglarono una nuova intesa per l’implemento dello sviluppo di South Stream. L’obiettivo era quello di consentire un aumento del trasporto di idrocarburi dalla Russia all’Europa pari a 63 miliardi di metri cubi l’anno. 

Il fallimento di “South Stream” e la Guerra in Ucraina

Tre anni dopo l’incontro di Sochi, nel novembre 2013, a Trieste, il Presidente del Consiglio Enrico Letta e il Presidente Putin siglarono un pacchetto di 28 accordi commerciali ed economici. L’obiettivo proposto nella città giuliana era quello di incrementare gli investimenti commerciali tra i due paesi, con un occhio di riguardo nei rapporti energetici tra Eni e i colossi degli idrocarburi russi Rosneft e Novatek. Tuttavia, di lì a qualche mese, le posizioni del governo italiano mutarono drasticamente.

L’annessione russa della Crimea, a seguito degli eventi di Euromaidan del febbraio 2014, mutò i già tesi rapporti tra Mosca e i paesi Occidentali. L’Italia, partner commerciale tra i più importanti della Russia, si accodò ai vari pacchetti di sanzioni economiche che la Commissione europea attuò a partire dal marzo 2014, non senza ripercussioni. Le contro-sanzioni attuate da Mosca verso occidente colpirono duramente anche l’export italiano. Se nel 2013 l’export del Made in Italy verso la Russia superava i 10 miliardi di euro, nel 2017 si attestava a poco meno di 8 miliardi. A pesare sui rapporti tra Roma e Mosca vi fu anche il cambio di rotta che quest’ultima intraprese circa lo sviluppo del progetto South Stream.  Il peso delle sanzioni, infatti, portò ad un ridimensionamento del progetto il cui costo, allora, ruotava attorno ai 50 miliardi.  Al tempo stesso Eni, spinto anche dalle posizioni del governo italiano, ritenne opportuno recidere il contratto siglato con Gazprom. Gli obiettivi energetici della Russia si concentrarono sullo scacchiere centro asiatico. Il progetto di costruire un nuovo gasdotto con la turca Botas venne affiancato da una serie di accordi economici e commerciali con la Cina di Xi Jingping. 

Otto anni dopo però, le relazioni bilaterali tra Mosca e Roma, sono ridotte ai minimi termini. Eccezion fatta per la parentesi dei Governi Conte I e Conte II, il controverso aiuto sanitario fornito all’Italia durante i primi mesi della diffusione del Covid-19, e i rapporti, o presunti tali, con alcuni partiti politici, i rapporti sono gravemente deteriorati. Fin dalle prime ore della cosiddetta “Operazione militare speciale” avviata dalle truppe russe in Ucraina il 24 febbraio scorso, il governo italiano si aggiunto al numero di paesi Nato ed Europei che hanno rilasciato pacchetti di sanzioni incentrati sul consumo dei beni di lusso e sull’export.

Tuttavia, l’interdipendenza idrocarburica venutasi a creare con Mosca, e di cui l’Italia continua ad essere uno partner principali, si è venuta a manifestare a ridosso tra l’estate e l’autunno, quando tra minacce di chiusura dei terminali, inquietanti sabotaggi nel Mar Baltico ed aumento dei prezzi degli idrocarburi e dell’energia è aumentato fino al 60% rispetto allo scorso anno. La guerra in Ucraina e le sanzioni sono tra le cause principali.

Il caso Priolo

Nel giugno 2022, un nuovo pacchetto di sanzioni è stato adottato dal Consiglio UE. Gli obiettivi di tale azione mirano a colpire il settore petrolifero ed energetico, vietando l’acquisto o l’importazione di essi dalla Russia. Per tale motivo ha avuto risalto la questione della Raffineria ISAB, sito nel polo petrolchimico di Priolo, in Sicilia. Fondata nel 1973, fino al 2008 è appartenuta alla compagnia ERG, quando vendette il 49% delle sue azioni al colosso petrolifero russo LUKOIL, divenendone il proprietario nel 2014.

Il colosso russo, produttore del 2% del greggio mondiale è stato colpito duramente dai pacchetti di sanzioni sopra citati. Il 21 aprile scorso, Vagit Alekperov, proprietario, si è dimesso dalla società, fondata su mandato di Boris Eltsin nel 1993, per paura di forti ripercussioni economiche a seguito della black list, stilata da USA e UE, degli oligarchi che ruotano attorno allo spazio putiniano; mentre il 1° settembre successivo, il Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’azienda Ravil Maganov, è stato ritrovato senza vita in un ospedale moscovita dove era ricoverato a seguito di un attacco cardiaco.

Con più di cento mila dipendenti in 29 paesi, LUKOIL e altre compagnie sorelle quali Gazprom e Rosneft, sta navigando in acque tempestose. Il 5 dicembre scorso, l’avvio del nuovo pacchetto di sanzioni europee al greggio russo, ha fatto precipitare le speranze delle migliaia di dipendenti della ISAB di Priolo che a partire dal 24 febbraio scorso, si ritrovano a navigare nelle tempestose acque della cassaintegrazione. Nella cittadina siracusana, infatti, il colosso russo da lavoro a più di tremila dipendenti tra indotto e diretti.

È importante non dimenticare che l’eventuale fallimento della raffineria, così come paventata dai Sindacati, potrebbe causare la perdita del 20% totale della capacità nazionale di raffinazione di greggio. Per questo motivo, il governo ha messo sul tavolo delle trattative diverse possibilità, tra cui la nazionalizzazione dell’intera raffineria e l’acquisizione da parte del fondo americano Crossbridge. Nel frattempo, però, il petrolio russo continua ad essere raffinato.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero di Matrioska del 21/12/2022

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