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TematicheCyber e TechLa relazione annuale dell’intelligence, tra minacce ibride e Cina

La relazione annuale dell’intelligence, tra minacce ibride e Cina

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Il 28 febbraio il Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica (SISR) ha presentato al Parlamento la relazione relativa all’operato degli Organismi informativi nel 2023. Sebbene sia sottoposto ad un processo di sanitizzazione, ovvero di rimozione di informazioni sensibili, questo documento rimane in ogni caso estremamente utile sia per comprendere i principali scenari geostrategici nel quale opera il nostro comparto intelligence, sia per sensibilizzare il pubblico su questioni relative alla sicurezza nazionale. Cina e minacce ibride in primis.

Sicurezza (inter)nazionale e minacce ibride

La relazione 2023 evidenzia il ruolo assolutamente cruciale dell’intelligence, che “da un lato mira ad anticipare i fattori di minaccia alla sicurezza nazionale, dall’altro ha il compito di analizzare queste sfide in chiave di opportunità”. Parola della Direttrice generale del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS) Elisabetta Belloni, intervenuta presso Palazzo Dante assieme all’Autorità delegata Alfredo Mantovano, al Presidente del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR) Lorenzo Guerini, e a Giovanni Caravelli e Mario Parente – rispettivamente Direttori dell’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna (AISE) ed Interna (AISI). Ma, a differenza del passato, tali minacce non sono più esclusivamente di carattere convenzionale. Tra le novità principali della relazione di quest’anno, composta da ben 110 pagine e ricca di infografiche, troviamo infatti un riferimento pressoché costante alle minacce ibride. Si tratta di azioni ostili fluide e multidimensionali, particolarmente difficili da individuare e sempre sotto la soglia del conflitto armato, che possono essere sfruttate da una vasta gamma di attori, statali e non, per destabilizzare le società dall’interno. Parliamo di attacchi informatici, radicalizzazione e terrorismo, passando per la weaponizzazione dei flussi migratori, lo spionaggio e la propaganda, vere e proprie “armi” in un mondo sempre più digitalizzato ed interconnesso, in cui l’avvento dell’intelligenza artificiale rende ancora più complesso distinguere il vero dal falso. Questo non significa affatto che le minacce tradizionali siano passate in secondo piano: del resto, la relazione si apre con un’analisi dei conflitti in Medio Oriente ed Ucraina, dei teatri di crisi nei Balcani e nel continente africano, senza dimenticarsi delle tensioni nell’Indo-Pacifico – in cui l’Italia ambisce a giocare un ruolo sempre più importante. Significa piuttosto che le guerre del XXI secolo, prima ancora di essere combattute con droni, missili e carrarmati, sono combattute con le informazioni e tecnologie all’avanguardia, che permettono di penetrare in profondità il tessuto industriale del nemico, compromettendone le infrastrutture critiche, le istituzioni governative e gli assets di rilevanza strategica.

Già il Global Risks Report 2024, presentato in occasione del World Economic Forum (WEF) di Davos, aveva individuato la disinformazione come la principale minaccia nei prossimi due anni. Questo dato appare ancora più significativo se consideriamo che quest’anno i cittadini di ben 76 Paesi, corrispondenti alla metà della popolazione mondiale, sono chiamati a votare. Un ambiente informativo sempre più inquinato e polarizzato, che favorisce la diffusione di fake news su vasta scala, è in grado di compromettere seriamente la legittimità dei governi eletti, portare a disordini politici, violenza e terrorismo, nonché minare la tenuta democratica stessa delle società occidentali. Gli esempi relativi alla Federazione Russa sono innumerevoli, vale però la pena citarne almeno due: la propaganda in merito alle proteste degli agricoltori e la campagna diffamatoria nei confronti di Yulia Navalnaya. Soprattutto in vista delle prossime elezioni europee, si rende quindi necessaria una cooperazione internazionale anche in ambito intelligence – tema particolarmente spinoso. Tra le iniziative più rilevanti citate nella relazione troviamo l’ Horizontal Working Party on Enhancing Resilience and Countering Hybrid Threats del Consiglio Europeo ed il Foreign Interference and Manipulation of Information (FIMI) toolbox del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (EEAS). Si sta insomma seguendo la scia di quanto fatto negli USA con il Foreign Malign Influence Center, di cui ho parlato qui.                                           

Pechino e la questione del golden power

Tra i principali attori ad impiegare massicciamente la cosiddetta guerra ibrida troviamo non solo la Russia, ma anche la Repubblica Popolare Cinese. Come scrive Carrer, “con la decisione del governo Meloni di non rinnovare il memorandum d’intesa sulla Belt and Road Initiative, la cosiddetta Via della Seta, il documento affronta in maniera inedita la sfida posta dalla Cina in un contesto di nuova globalizzazione segnata dalla competizione”. La guerra in Ucraina ed i più recenti attacchi Houthi nel Mar Rosso hanno accelerato trend globali come la regionalizzazione, il ritorno al protezionismo e la frammentazione delle catene di approvvigionamento. Questo comporta delle opportunità per certi versi inedite, ma anche vulnerabilità enormi. E Pechino, questo, lo sa bene. Uno dei grandi temi affrontati dalla relazione è infatti la politica economica coercitiva messa in atto dal Dragone, “finalizzata all’acquisizione di know-how e all’ottenimento di un vantaggio competitivo basato sull’innovazione attraverso diversi strumenti, dallo spionaggio all’attuazione di joint venture, dai contatti commerciali attraverso la cooperazione scientifica agli accordi bilaterali a livello accademico”. Pensiamo inoltre alla recente legge sul controspionaggio e al cosiddetto underground banking, raffinato ed esteso sistema di riciclaggio di denaro sporco che coinvolge banche occulte. Da dove viene questo denaro? Beh, ad esempio dal commercio di precursori di sostanze stupefacenti come il fentanyl, responsabile di circa 112.000 morti per overdose negli USA nel solo 2023. Tanto per fare un paragone, quando Nixon diede il via alla “war on drugs” nel 1971, le vittime erano 6.770.

Non stupisce, dunque, che il SISR abbia dedicato un’attenzione sempre maggiore nei confronti della tutela degli assets strategici del sistema-Paese, siano essi di carattere infrastrutturale o economico-finanziario. La salvaguardia della competitività nazionale passa infatti dall’adozione di politiche di de-risking al cosiddetto Golden Power, ovvero “la facoltà di dettare specifiche condizioni all’acquisito di partecipazioni, di porre il veto all’adozione di determinate delibere societarie e di opporsi all’acquisto di partecipazioni”. Mantovano rivela ad esempio che il gruppo di coodinamento Golden Power è passato dall’esame di 83 notifiche nel 2019, a 608 nel 2022 e 577 nel 2023. Il 30% riguarda proprio l’ambito ecofin, come nel caso Pirelli o il più recente caso Stellantis-Renault. In conclusione, la relazione annuale dell’intelligence mostra chiaramente che, per affrontare le nuove minacce alla sicurezza nazionale, è necessario adattarsi. Da un lato ci sono segnali incoraggianti di apertura, ed è innegabile che siano stati fatti notevoli passi in avanti negli ultimi anni. Dall’altro, c’è ancora molto da fare. A cominciare dall’adozione di una National Security Strategy e da una riforma organizzativa di un sistema risalente ormai a 17 anni fa, che non tiene debitamente conto della differenza sempre più sfumata tra sicurezza interna ed esterna.

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