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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaL'infowar russa nell'area MENA

L’infowar russa nell’area MENA

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In seguito all’invasione russa dell’Ucraina, le sanzioni dell’UE comportano anche la sospensione della diffusione nell’Unione dei media russi RT e Sputnik, vista la loro opera sistematica di disinformazione e manipolazione dei fatti. La disinformazione russa ricopre un ruolo cardine sia a livello di soft power per condizionare l’opinione pubblica, che come elemento di hard power, in caso di cyberwarfare e supporto alle operazioni militari cinetiche. Dmitry Kiselyov, uomo della propaganda del Cremlino, ha infatti definito il giornalismo una “tattica di guerra”. Questa disinformazione viene costantemente applicata anche all’area MENA, elemento chiave secondo Putin per la rinascita della Russia come potenza mondiale. 

I media statali russi alla conquista dell’area MENA ed i legami con i media locali

La versione più evidente della propaganda russa sono i media statali RT e Sputnik. RT Arabic ha iniziato a trasmettere il 4 maggio 2007 come Rusiya al-Yaum TV; disponibile via satellite nell’area MENA, è accessibile online in tutto il mondo. È particolarmente attivo sui social (Twitter, FB, YouTube) e dispone di corrispondenti da Egitto, territori palestinesi, Israele e Libano. Sputnik News Service è stato invece lanciato a novembre 2014 ed appartiene al gruppo Rossiya Segodnya. Questi news outlet non sono solo di proprietà russa ma sono veri e propri strumenti di propaganda pro-Cremlino, parti di una precisa strategia di Putin per diffondere il soft power, la narrativa statale e contrastare il dominio anglosassone nel campo dell’informazione. L’area MENA è particolarmente ricettiva alla propaganda russa dato lo status dei media locali: spesso gli organi di informazione sono sotto controllo statale, l’informazione indipendente è scarsa e debole, la popolazione utilizza in modo massiccio i social media come fonte primaria di informazioni ed è sospettosa verso i media occidentali. Esplicativo è il caso della Turchia dove Sputnik appare un’alternativa indipendente rispetto ai media sotto il controllo di Erdogan. Nei diversi paesi, per ampliare l’appeal verso gli ascoltatori, sia RT che Sputnik dedicano ampio spazio a notizie locali e sviluppano partnership con i media del territorio. Nel 2015 in Egitto, a margine di un incontro Putin-al-Sisi, lo storico giornale egiziano Al-Ahram, legato al movimento nazionalista arabo, ha siglato un Memorandum of Understanding con Rossiya Segodnya (Russia Today) e nel 2018 ha garantito uno spazio della sua piattaforma online Bawabaal-Ahram, dove vengono anche riportati articoli di Reuters e AFP, a Sputnik: questo blending non solo aiuta la diffusione degli articoli di Sputnik ma li rende maggiormente credibili. Il Ministro dei Media saudita nel 2019 ha siglato un Memorandum of Understanding con Dmitry Kiselyov, capo di Rossiya Segodnya per stabilire la cooperazione con Sputnik, che prevede l’apertura di un suo ufficio nel Regno e nel 2020 Sputnik e WAM hanno firmato accordi per scambi di informazioni. Anche in Marocco MAP ha rafforzato la cooperazione bilaterale con Sputnik nel dicembre 2018. Oltre ai singoli stati un accordo di cooperazione è stato siglato tra UNA (Union of OIC News Agencies) e Sputnik ai margini del Group of Strategic Vision “Russia — Islamic World”. Si nota quindi una crescente espansione della rete legata a RT e Sputnik ed una maggiore intromissione nei media locali.

Oltre i media tradizionali: internet, social media e troll 

La nuova frontiera dell’informazione è rappresentata dai social media e questo trend è particolarmente sentito nei paesi MENA, vista anche l’età media della popolazione: un sondaggio del 2017 riporta come in Egitto, Giordania, Libano, Qatar, Arabia saudita, Tunisia e EAU la maggioranza usi gli smartphone per accedere alle news. La Russia ha sfruttato questo target sia con la presenza massiccia sui social legata ai canali RT e Sputnik sia con l’utilizzo di strumenti quali troll, botnets, falsi account e siti volti a specifici audience come nel caso di South Front (per un pubblico interessato a notizie sui conflitti e teorie complottiste). Un ruolo di primo piano nel web è svolto dall’impero digitale di Yevgeny Prigozhin: IRA (Internet Research Agency di S. Pietroburgo) la fabbrica dei troll, RIA FAN, Nevskie Novosti, Media Patriot sono solo alcuni esempi di entità utilizzate per la diffusione di fake news e l’intromissione in processi elettorali (Mali, Sudan e Libia); a queste sono legati molti account considerati falsi e chiusi da FB e Twitter.  Altra figura di spicco è Yonov che ha creato siti come Greenkomitet.ru a sostegno di Gheddafi; hafez.ru, Syrianews.ru, e Syria2014.ru a sostegno di Assad.

Esempi di tattiche e campagne specifiche

Oltre all’attività quotidiana dei canali tradizionali, nell’area MENA vengono implementate vere e proprie campagne di disinformazione. In Turchia l’abbattimento del jet russo, il tentato golpe contro Erdogan e l’assassinio dell’ambasciatore russo hanno mostrato tre diverse tattiche di disinformazione attuate da RT e Sputnik: amplificare il senso di incertezza partendo da notizie reali, fabbricare opportunisticamente notizie false e disseminare narrative contrastanti per insinuare dubbi. Il conflitto in Siria è uno degli scenari dove la disinformazione russa è stata un’arma fondamentale, come sottolineato dal generale Dvornikov. Negare fatti scomodi quali i bombardamenti di obiettivi civili e ospedali, rappresentare erroneamente le vittime (da civili a terroristi) ed attaccare i testimoni per screditarli sono le strategie principali. Campagna significativa è la diffamazione dei White Helmets rappresentati come terroristi, legati ad al-Qaeda o strumento della NATO, accusati di aver falsificato video di salvataggi ed ucciso bambini per incolpare Assad di attacchi chimici e giustificare un intervento occidentale. Casi eclatanti di manipolazione dell’informazione sono il massacro di Khan Sheykhun e l’attacco chimico contro Douma dove RT, Sputnik e diversi blogger filo-Assad hanno cercato di negare l’uso di armi chimiche e di farli passare per false flag attack dei White Helmets. In Libia la Russia è stata particolarmente impegnata nella creazione di pagine social, legate all’impero, di Prigozhin per appoggiare sia Haftar (Knights of Libya, Libya First, Libyan National e People, Libya Forever)  che Saif al-Islam Gheddafi (Libya Gaddafi, Libya forever) o per creare narrative vicine agli interessi russi ed indebolire il GNA (Libya News, Network, Fezzan News Network, Cyrenaica News Network e Tripoli News Network). Inoltre, Prigozhin possiede il 50% dell’ex emittente statale Aljamahiria TV ed ha creato il quotidiano Voice of the People.

Obiettivi e risultati della disinformazione russa nell’area MENA

La strategia di disinformazione è multicanale, si basa sia su media ufficiali quali RT e Sputnik che su troll, falsi account social e media legati a figure di primo piano quali Prigozhin e Yonov. A parte obiettivi specifici si manifestano delle narrative costanti: presentare la Russia di Putin come partner affidabile, portatore di stabilità, rafforzare l’immagine di regimi alleati della Russia, minare la credibilità degli USA, della NATO e dell’Occidente in generale presentandoli come minacce alla stabilità e creare un ambiente dove viene superato il concetto stesso di verità per rendere l’opinione pubblica facilmente manipolabile. Visto il contesto la Russia sembra aver raggiunto alcuni risultati: RT Arabic nel 2015 era nei primi tre canali di notizie in 6 paesi arabi: Egitto, Marocco, Arabia Saudita, Giordania, EAU e Iraq. I social hanno certamente giocato un ruolo nel plasmare l’opinione dei giovani: secondo il sondaggio Arab Youth Survey il 72% dei giovani arabi considera la Russia un alleato, mentre il 41% considera gli USA come un nemico. La disinformazione, visti gli interessi della Russia ed i risultati ottenuti, è quindi destinata a rimanere una delle principali armi russe in Medio Oriente e Nord Africa.

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