Infografiche – #USA2020

Tutte le infografiche di #USA2020!

Bush vs Al Gore
L’8 novembre del 2000 il rapporto della divisione elettorale in Florida affermò che Bush aveva un margine di vittoria di 1784 voti, equivalente allo 0,5% di scarto. Gore chiese un riconteggio delle schede ma non potendo terminare entro i limiti di legge, iniziò la causa legale. Dopo la sentenza, il Segretario di Stato della Florida confermò la vittoria di Bush in Florida: i 25 grandi elettori ottenuti da Bush gli permisero di arrivare a quota 271, uno in più dei 270 richiesti per vincere.


Curiosità Maine
Il Maine al momento risulta essere l’unico stato americano che il 3 novembre userà il ranked choice voting, sia per le elezioni presidenziali che quelle del senato. Il sistema permette all’elettore di classificare i candidati invece di sceglierne uno solo.


Swing States
Ecco come si presentano gli stati chiave di USA2020 il giorno del voto:⁠ ⁠ In verde, Michigan e Wisconsin, gli stati del midwest vinti da Trump nel 2016 con un margine risicatissimo in cui è prevedibile una vittoria di Biden;⁠⁠ in arancio, Florida, Pennsylvania e Arizona, in cui i sondaggi riportano una gara competitiva fra i due candidati. Biden potrebbe permettersi di vincerne solo uno e comunque raggiungere la soglia dei 270 grandi elettori;⁠ ⁠ in magenta, Georgia, Carolina del Nord e Texas, nei quali, se si confermasse un buon risultato complessivo per Biden, il democratico potrebbe espandere il proprio vantaggio di Electoral Votes.⁠


Come vengono nominati i giudici della Corte Suprema?
Quando vi è un posto vacante, il presidente nomina il suo candidato, che è sottoposto ai cosiddetti “hearings”, programmati dal leader del Senato e condotti dal Senate Judiciary Committee. La durata di queste udienze si aggira in media sui 60 giorni. Al candidato vengono poste domande sulla sua carriera e sulla sua posizione in merito a temi centrali (e.g. l’aborto). Conclusi gli hearings, il Committee manda la candidatura al vaglio dell’intero Senato, con o senza una positiva o negativa raccomandazione. La candidatura passa con una maggioranza semplice, e se c’è parità decide il vicepresidente. Dopo il consenso del Senato, il candidato presta giuramento davanti al presidente, dopo il quale diventa a tutti gli effetti giudice della Corte Suprema a vita, salvo dimissioni, pensionamento o impeachment.


Qual è stata la presidenza più breve?
William Henry Harrison è stato il nono presidente degli Stati Uniti ed ha ricoperto questa carica per soli 31 giorni. Egli prestò giuramento il 4 marzo 1841 e si racconta che quel giorno facesse freddo. Harrison insistette per raggiungere la cerimonia a cavallo, senza né cappotto né cappello, e tenne un discorso inaugurale di due ore, il più lungo della storia  americana. Tre settimane dopo l’evento, egli sviluppò quella che i medici diagnosticarono come polmonite al polmone destro, probabilmente contratta durante la cerimonia di inaugurazione, e nove giorni dopo l’inizio della malattia morì. Tuttavia, un’analisi medica del 2014, sulla base delle note deli suoi dottori, ha concluso che probabilmente egli morì di shock settico dovuto alla febbre enterica (o tifo addominale)


Quali Presidenti sono stati messi sotto accusa tramite impeachment?
Andrew Johnson nel 1868, Bill Clinton nel 1998 e Trump nel 2019. Perché Nixon non è in questa lista? Perché Nixon nel 1974 si dimise dopo che la Commissione giustizia approvò tre articoli dell’impeachment ma prima che la Camera dei Rappresentanti si esprimesse ufficialmente.


Quale presidente è stato eletto più di due volte?
Il 27 febbraio del 1951 è stato ratificato il XXII emendamento della Costituzione americana che prevede che “nessuno potrà essere eletto alla carica di Presidente più di due volte, e nessuno che abbia tenuto la carica di Presidente, o abbia agito come tale, per più di due anni di mandato per il quale qualche altra persona era stata eletta come Presidente, potrà    essere eletto alla carica di Presidente più una sola volta”. Ecco spiegato perché Franklin Delano Roosevelt è stato il primo e l’unico Presidente americano della storia ad andare oltre i due mandati.


Electoral College
Nel 1787, la convenzione costituzionale di quelli che sarebbero poi diventati gli Stati Uniti dovette trovare un compromesso in materia di elezione del presidente. Dovendo bilanciare fra la fazione che non avrebbe delegato la questione al voto popolare e quella che temeva che un governo non eletto potesse risultare tirannico quanto la corona inglese, i padri fondatori delinearono un sistema che delegava la nomina del capo di stato al cosiddetto “electoral college”. Ogni stato, quindi, detiene ancora oggi il diritto di scegliere un numero di “grandi elettori”, pari a due più il numero di rappresentanti alla camera,< proporzionale alla popolazione. Il loro voto viene poi spogliato dal presidente del senato davanti una seduta congiunta del congresso. Nella costituzione, tuttavia, non è indicato su che base i grandi elettori vadano scelti. Tutti gli stati, più o meno dal XX secolo, scelgono gli elettori in base al voto popolare locale, inoltre, tranne il Maine e il Nebraska, si basano sul “chi vince prende tutto”: basta un voto in più in Texas, ad esempio, per ottenere tutti e 38 gli elettori dello stato. C’è anche da aggiungere che solo 38 stati vincolano il voto dei grandi elettori, negli altri i delegati sono teoricamente liberi di cambiare idea e votare secondo proprio coscienza.


Che cos’è il Gerrymandering?
Il gerrymandering è una pratica volta a stabilire un vantaggio politico ingiusto per un particolare partito o gruppo, manipolando i confini di un distretto. Essa è comunemente usata nei sistemi FPTP e prende il nome da Elbridge Gerry, governatore del Massachusetts, che nel 1810 ridisegnò la mappa dei distretti del Senato per indebolire il Partito Federalista. Due sono le tattiche principali utilizzate nel gerrymandering: “cracking” (diluire il potere di voto dei sostenitori del partito avversario in molti distretti) e “packing” (concentrare il potere di voto dell’avversario in un distretto per ridurne l’influenza in altri). Oltre al suo utilizzo per ottenere i risultati elettorali desiderati per un particolare partito, il gerrymandering può essere utilizzato per aiutare o ostacolare un gruppo demografico, spesso etnico.
Questa pratica è molto usata negli USA, dove ogni 10 anni i distretti vengono ridisegnati da chi è in quel momento al potere nei singoli stati, ed è stata spesso utilizzata dai Repubblicani (ma saltuariamente anche dai Democratici) per mantenere il controllo laddove stavano già governando. Thomas Hofeller è colui che ha aiutato molti governatori repubblicani a ridisegnare i loro distretti nell’ultimo decennio. Le sue carte, divulgate dalla figlia dopo la sua morte nel 2018, ne dimostrano la volontà di far sì che “non fossero gli elettori a scegliere i loro rappresentanti, ma il contrario”. Il suo metodo di disegnare i distretti per il voto dei rappresentanti della North Carolina fu considerato incostituzionale dalla Corte Federale, con l’accusa di racial gerrymandering. Dopo la sentenza, egli ridisegnò le mappe secondo quello che è definito partisan gerrymandering, diluendo i voti per i Dem in distretti a maggioranza repubblicana, portando così i democratici nelle ultime midterm elections a vincere, con il 48% dei voti, solo 3 rappresentanti al Congresso su 13.


Filibustering
Aaron Burr, oltre che per essere un padre fondatore e vicepresidente degli Stati Uniti, può essere ricordato per due cose: per aver ucciso Alexander Hamilton, lo storico tesoriere e ancora oggi volto dei 10 dollari, e per aver involontariamente inventato il filibustering. Il filibustering, il cui etimo deriva dai filibustieri che intercettano le navi mercantili, è la pratica di prolungare il più possibile il dibattito nel Senato degli Stati Uniti per fare ostruzionismo. Nel 1806, poco dopo aver ucciso l’altro padre fondatore in un duello, Burr suggerì al Senato che la regola che permetteva la chiusura dei dibattiti con una maggioranza semplice andasse abolita, cosa che avvenne l’anno successivo. Ma solo nel 1841, ci si accorse che in questo modo la discussione su una legge poteva durare all’infinito o fino a quando non fosse stata ritirata. Woodrow Wilson nel 1917 fece introdurre al Senato la cosiddetta “cloture”, ovvero una mozione che terminava forzatamente il dibattito nell’aula, tuttavia richiedeva il consenso di due terzi dei senatori. La maggioranza necessaria fu ridotta a quella di tre quinti nel 1975, dove rimane ora. La “cloture” è diventata, negli ultimi decenni, praticamente obbligatoria per portare a termine qualsiasi votazione del senato, sia sugli emendamenti che sulle leggi. Su 100 senatori, quindi, 41 contrari sono abbastanza per bloccare una proposta. Il compromesso bipartisan ,è di conseguenza, sempre più necessario, anche se le divergenze fra i due principali partiti americane si stanno facendo sempre più marcate, specialmente dalla presidenza Obama.


Mitch McConnell
Mitch McConnell è una figura meno conosciuta del presidente USA, eppure è fra i legislatori americani più influenti dell’ultimo decennio e, probabilmente, la sua influenza sopravviverà persino ad una eventuale sconfitta di Trump. Capo della maggioranza repubblicana al Senato dal 2014, è stato il principale antagonista del secondo mandato Obama, soprattutto nell’ambito delle nomine giudiziarie avanzate dal presidente democraticotico. Ad esempio, nel 2016, evitò per otto mesi di tenere le udienze di conferma per Merrick Garland, nominato da Obama alla Corte Suprema. In quel caso, sostenne che un presidente uscente non avesse la legittimità di eleggere un giudice alla massima corte. La sua posizione è cambiata radicalmente, poche settimane fa, dopo la morte della giudice Ruth Bader Ginsburg: ha infatti affermato che la sua maggioranza al Senato, riconfermata nel 2018, fosse legittimata a valutare la nomina di Amy Coney Barrett, nonostante la prossimità delle elezioni. Inoltre, il Senato, sotto la sua guida, ha preso una direzione particolarmente pragmatica nei confronti delle proposte dei democratici. Molti disegni di legge approvati dalla Camera a maggioranza dem non vengono neanche calendarizzati per evitarne la discussione e il voto. Qualcosa di analogo accadde durante la procedura di impeachment, quando il leader repubblicano negò la richiesta di ascoltare quattro testimoni chiave, dichiarando che il Senato aveva già deciso di assolvere Trump ancora prima di ascoltare il processo, definendolo una macchinazione politica. Mentre il magnate newyorkese ha fatto dell’esposizione mediatica il proprio punto forte, Mitch McConnell è spesso lontano dai riflettori ma, ad esempio, ha garantito a Trump la conferma di ben 218 giudici, fra Corte Federale e Suprema, un numero elevato per un presidente al primo mandato.


Che succede se finisce in parità
Il secondo articolo e il dodicesimo emendamento della costituzione degli Stati Uniti prevedono che il candidato alla Casa Bianca che ottenga la metà più uno dei voti dell’electoral college venga nominato presidente. Ma cosa succede qualora nessun nome riesca ad arrivare a 270, l’attuale maggioranza? La carta costituzionale prevede anche questo caso: se nel conteggio si ha un pareggio fra i due candidati oppure abbastanza voti vengono dichiarati invalidi o dati a un candidato terzo, la questione passa alla Camera dei Rappresentanti, che dovrà scegliere a maggioranza semplice il presidente. La Camera è composta da 435 seggi e i Democratici ne controllano attualmente la maggioranza, ma non in caso di “elezioni contingenti”, ovvero quelle speciali per il presidente, la Costituzione prevede che i voti vengano assegnati in cui in via eccezionale sulla base degli stati,  26 su 50 dei quali sono controllati al momento dai Repubblicani.


Primo dibattito usa2020
Stanotte fra le 3 e le 4:30 del mattino (ora italiana) si è tenuto il primo dibattito presidenziale del 2020 fra il presidente uscente Donald Trump e l’ex vicepresidente Joe Biden. ⁠
⁠Il campo di battaglia per questo primo incontro era la Case Western Reserve University a Cleveland. Il ruolo di moderatore è stato affidato a Chris Wallace, uno dei pilastri di Fox News, che tuttavia è apprezzato anche dal pubblico democratico per l’intervista di pochi mesi fa in cui ha tenuto testa al presidente in piena pandemia. In un’ora e mezza abbondante di scontro, il conduttore ha fatto del suo meglio per guidare i due candidati — che non si sono astenuti dall’interrompersi a vicenda — attraverso sei macro temi: ⁠
– la corte suprema (e per estensione sanità e l’aborto)⁠
– la risposta alla pandemia⁠
– l’economia nazionale⁠
– la questione del razzismo e le proteste contro le ingiustizie⁠
– le misure contro il cambiamento climatico⁠
– la questione delle modalità e della transizione presidenziale⁠
⁠Si può dire che sia stato un dibattito in cui i candidati principalmente si sono ripetuti dal vivo quello che si erano detti a distanza sia online che nei rispettivi comizi nei mesi precedenti. Prevedibilmente, non sono mancati gli attacchi personali: Trump ha spostato varie volte l’attenzione del dibattito sul figlio di Biden, Hunter, mentre il candidato democratico ha puntato sulla gestione della pandemia e sulla recente inchiesta del NYT riguardo alle dichiarazioni fiscali del presidente.⁠
⁠Nessuno dei due candidati è apparso pesantemente più in difficoltà dell’altro nel complesso e entrambi probabilmente rivendicheranno di essere il vincitore della serata. Nei prossimi giorni i sondaggi mostreranno invece se l’evento avrà avuto effetti sostanziali sui consensi.⁠