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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaL’influenza iraniana in Iraq a livello securitario e di...

L’influenza iraniana in Iraq a livello securitario e di governance

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L’Iraq rappresenta un paese centrale per l’Iran a livello strategico, securitario ed economico. È un’area fondamentale per la politica di difesa avanzata ed un perno del cosiddetto asse della resistenza (Muqawama), un network di milizie e attori ibridi sciiti, legati alle forze Quds, che garantiscono all’Iran un livello di penetrazione ed influenza significativi.

Articolo precedentemente pubblicato nel trentatreesimo numero della newsletter “Mezzaluna”. Iscriviti qui.

Paradossalmente è stato proprio l’intervento Usa (visti dall’Iran come il grande Satana) a favorire la penetrazione iraniana: la campagna di de-baathizzazione, che è diventata de-sunnizazione, ha conferito potere agli sciiti iracheni dopo anni di persecuzioni sotto Saddam Hussein. Gli sciiti rappresentano il 60% della popolazione irachena e nel 2005 per la prima volta uno dei maggiori paesi arabi ha avuto un governo a maggioranza sciita. È proprio grazie a questo bacino sciita ed alla creazione, iniziata negli anni ‘80, di attori ibridi legati alle Forze Quds, che l’Iran è diventato attore protagonista sulla scena irachena. Ha consolidato la sua presenza grazie ad una pletora di milizie sciite legate alle IRGC-QF, creando un sistema di Stato nello Stato, ed ha raggiunto l’apice dell’influenza a livello securitario e di governance nel 2019, dopo che la coalizione pro-Iran ha ottenuto 48 seggi alle elezioni. Alcuni eventi hanno ridimensionato la sua capacità di influenza e la sua immagine: l’uccisione di Soleimani, la perdita di sostegno popolare, acuita dalla dura repressione del movimento Tishreen, il ritiro delle milizie sciite Atabat, fedeli ad al-Sistani, dalle PMF, ed i risultati deludenti nelle elezioni di ottobre 2021. Nonostante questi shock l’Iran rimane un attore fondamentale in Iraq, capace di sfruttare le opportunità, agendo su più livelli.

L’influenza a livello securitario: milizie sciite filo-iraniane come vettore di potenza

Le milizie sciite, create, addestrate e sostenute a livello ideologico e materiale dalle IRGC sono uno dei principali vettori di potenza dell’Iran in tutta la regione come dimostra il caso del Libano e dell’Iraq: garantiscono il controllo di vaste aree del territorio, divengono attori ibridi, integrati nelle strutture statali, con propri partiti politici e attività imprenditoriali (lecite e non). Portano avanti un’agenda favorevole agli interessi iraniani non solo a livello militare, ma anche politico ed economico. La situazione irachena, caratterizzata da uno scenario multipolare in tema di sicurezza e dall’impossibilità del governo centrale di esercitare il monopolio dell’uso legittimo della forza è stata particolarmente penetrabile e favorevole. Le prime milizie filo-iraniane nascono negli anni ’80 in Iran come la Badr Organization; nel post-Saddam le IRGC Quds riescono a creare un network diversificato, coordinato e allineato agli obiettivi della Repubblica Islamica grazie al lavoro di Soleimani, comandante delle IRGC e del leader iracheno al-Muhandis, leader di Kata’ib Hezbollah. Le principali milizie sciite pro-Iran attive in Iraq ed i rispettivi leader sono: Badr Organization (ex Badr Brigade), guidata da al-Amiri, Kataib Hezbollah, guidata da al Hamidawi, Asaib Ahl al Haq, guidata da Khazali, Harakat Hezbollah al Nujaba, guidata da al Kaabi, Kataib Imam Ali, Kataib Sayyid al Shuhada e Saraya al Khorasani, a cui si aggiungono diversi gruppi di facciata.  Le diverse milizie servirono inizialmente a combattere le forze USA/Nato; nel 2014 con la formazione delle PMF (Popular Mobilization Forces), dopo la presa di Mosul da parte dello Stato Islamico, grazie all’endorsement del governo e alla fatwa emessa dal mariy’a Al-Sistani, massima autorità sciita in Iraq, hanno ottenuto un’aurea di legittimità ed aumentato il consenso popolare. All’interno delle PMF, ombrello che comprende le diverse milizie sciite ma anche sunnite e curde, fin dall’inizio la fazione filo-iraniana ha svolto il ruolo di guida, grazie alla leadership di Soleimani e al-Muhandis, che divenne de-facto il capo di tutte le PMF, imprimendo una stretta svolta filo-iraniana ed un carattere maggiormente repressivo e settario.  La creazione e l’istituzionalizzazione delle PMF ha conferito alle milizie pro-Iran diversi vantaggi: penetrare gli apparati statali, approvvigionarsi delle risorse statali (gli stipendi sono pagati dall’Iraq), avere basi, armi, copertura politica e accesso a settori economici quali telecomunicazioni e dogana. Proprio per questo l’Iran si è opposto ai diversi tentativi di smembrare le milizie o integrarle completamente all’interno delle IDF, tentando di sfruttare lo stato dall’interno, senza rinunciare all’autonomia. Esplicativa è la marcia indietro fatta dal primo ministro iracheno Adel Abdul-Mahdi nel 2019: emanò il 1° luglio l’Executive Order 237 che prevedeva l’assorbimento di tutte le milizie nelle forze irachene nel giro di un mese, ma dopo una visita a Tehran chiarì che le PMU sarebbero rimaste una entità separata.

Le criticità del dopo-Soleimani

È evidente quindi la proiezione di potenza che queste milizie consentono all’Iran; c’è però da sottolineare che la gestione di questo agglomerato eterogeneo richiede un grande lavoro di mediazione e coordinamento, per poterne mantenere il controllo e dettarne l’agenda. Questo coordinamento era affidato a Soleimani, architetto dell’asse della resistenza e ad al-Muhandis, leader di KH e de facto guida delle milizie sciite in Iraq. Il 3 gennaio 2020 un missile USA uccise, a pochi km dall’aeroporto di Baghdad Soleimani e al-Muhandis, assestando un duro colpo all’Iran non solo in Iraq, ma in tutta la mezzaluna sciita. Le milizie sciite filo-iraniane in Iraq si trovarono prive non solo del leader IRGC ma anche del loro leader: questo vuoto di leadership sta avendo effetti devastanti nella strategia iraniana. Le diverse milizie cominciano a frantumarsi, perseguire le proprie agende e lottare tra loro per ottenere la leadership. Un tema particolarmente delicato riguarda la scelta strategica tra una de-escalation vs una escalation nei confronti delle truppe USA /NATO: all’annuncio di un cessate il fuoco il 4 ottobre 2020, KH aderì alle direttive del nuovo comandante IRGC, Qaani, mentre AAH continuò ad attaccare le truppe occidentali. Tra i due gruppi nacque una faida a livello soprattutto mediatico, la cosiddetta Tuna/Noodle saga, con accuse reciproche di non essere in grado di colpire obiettivi significativi. Il leader di AAH al-Khinzali in una intervista alla BBC, condotta da Nafiseh Kohnavard, ha sottolineato come AAH possa agire in autonomia e non dipenda più dalle forniture militari delle IRGC, ribadendo l’intenzione di continuare la resistenza armata contro l’Occidente, indipendentemente dalle direttive iraniane. KH e AAH stanno diventando troppo grandi, meno leali e con agende divergenti dagli obiettivi della Repubblica Islamica e l’Iran, sotto la nuova gestione a guida Qaani sembra aver perso in parte le capacità di controllo, persuasione e mediazione. Una possibilità è che le IRGC creino nuovi gruppi più piccoli, più leali e meno conosciuti, che garantirebbero una maggiore deniability e sarebbero meno soggetti a raid USA/Israeliani.  Un indizio in merito è il fatto che nel primo incontro di Qaani con i leader delle milizie sciite pro-Iran, siano stati messi in primo piano Abu Ala al-Walai, leader di Kata’ib Sayyid al-Shuhada e Akram Kaabi, leader di Harakat Hezbollah al-Nujaba (HaN). Le milizie dell’asse della resistenza stanno quindi vivendo un periodo turbolento, tra lotte intestine e traiettorie talvolta contrastanti, dove l’Iran sta ri-adattando la sua strategia: certamente la morte di Soleimani ha un impatto negativo ma le milizie sono attori ben radicati e la strategia iraniana, che da sempre punta ad un portafoglio diversificato di attori ibridi, rende l’influenza a livello militare e securitario un tratto destinato a rimanere, impedendo allo Stato iracheno di ricostituire il monopolio della forza, fattore imprescindibile per un Iraq stabile e scevro da influenze straniere.

La penetrazione del sistema politico ed economico

Caratteristica fondante delle milizie filo-iraniane è l’essere attori ibridi e quindi raggiungere non solo la dimensione prettamente securitaria ma anche quella di governance: questi attori affiancano infatti al movimento armato un’ala politica e spesso divengono anche attori economici di rilievo. Anche da questo punto di vista la creazione delle PMF ha segnato un punto di svolta, a vantaggio dell’Iran. Grazie all’ingresso nella Commissione Hashd ed alla legalizzazione delle milizie del 2016, queste hanno accesso alle casse dello stato che garantisce i salari, alleggerendo quindi di molto gli investimenti fatti dalle IRGC, aspetto sempre più rilevante alla luce della crisi economica iraniana, legata anche alla massima pressione ed alle sanzioni. Sulla scena economica irachena questi proxy sono attivi  in settori chiavi quali il settore bancario (attraverso istituti privati da loro controllati si assicurano dollari per trasferirli in Iran),  la gestione di valichi e dei checkpoints, delle telecomunicazioni (KH ha uomini nel ministero delle telecomunicazioni), dei porti e aeroporti (fino al 2020 KH ha gestito i servizi dello scalo di Baghdad) e dei campi petroliferi (Najma, Qayyarah, Pulkhana, Alas), accrescendo anche il problema della corruzione. Ancora più impattante è il ruolo svolto da queste milizie nelle istituzioni (sul modello di Hezbollah): la Badr Brigade è diventato un importante movimento politico e nel 2014 ha vinto 22 seggi, assicurandosi ministeri di peso come il ministero dell’interno (grazie ad al-Ameri che guida anche le PMF), dei trasporti e dei diritti umani. Interessante vedere come le milizie sciite abbiano saputo spendere l’aura di invincibilità derivante dal loro ruolo nella sconfitta dello Stato Islamico e la legittimazione religiosa, ottenuta grazie alla fatwa di al-Sistani , trasformandole in sostegno popolare e guadagni politici. Le elezioni del 2018 assegnarono alla coalizione al-Fatah (che raccoglie PMF pro-Iran) 48 seggi, diventando la seconda forza politica del paese, dietro al movimento Sadrista. Il governo Abdul-Mahdi segnò l’apice dell’influenza e delle infiltrazioni iraniane nella scena politica irachena.

Risultati deludenti, crepe nella casa sciita: le mosse dell’Iran nello stallo politico iracheno

Nell’ottobre 2019 però il sistema subì una battuta di arresto per le proteste del Tishreen movement e le conseguenti dimissioni di Abdul-Mahdi, primo ministro, leale agli interessi iraniani. Il movimento Tishreen rese evidente l’insofferenza irachena verso l’ingerenza iraniana e la repressione durissima, coordinata dalle IRGC-QF, che spesso utilizzò cecchini agli ordini delle singole milizie delle PMF, rese ancora più insanabile la frattura tra la comunità sciita irachena e le milizie filo-iraniane. Questa perdita di sostegno è acuita anche dalla scelta di al-Sistani di ritirare le milizie a lui legate (Atabat) dalle PMF nel 2020, proprio per i disaccordi con la fazione filo-iraniana ed in reazione alla dura repressione delle proteste. Il risultato della Fatah Coalition nelle elezioni di ottobre 2021 sancisce chiaramente la perdita di consenso popolare verso questi movimenti: solo 17 seggi rispetto ai 48 del 2018. Inoltre, KH, scesa in politica, ha ottenuto un solo seggio. Le elezioni sono state vinte da al- Sadr (73 seggi) che ha ora una posizione populista, anti Usa e anti Iraniana, anche se è una figura complessa e ha cambiato spesso posizioni e alleanze. Questi risultati hanno spiazzato l’Iran che non è riuscito a tenere unita la cosiddetta casa sciita nonostante gli sforzi di mediazione fatti da Qaani stesso: in diverse visite ha incontrato Sadr ed i partiti curdi, cercando di ricucire i rapporti tra questi e il Quadro di Coordinamento sciita. Il rifiuto di Sadr ha portato ad uno stallo politico lungo quasi un anno e ha messo in crisi l’influenza iraniana sul sistema politico iracheno. L’Iran è però riuscito, mantenendo una posizione più defilata, a ridelineare la situazione uscita dalle urne. La Supreme Judicial Council, guidata da Faiq Zaidan, uomo fedele all’Iran, ha infatti emesso una legge che prevede la necessità di una maggioranza dei 2/3 del parlamento per eleggere il presidente. Questa mossa astuta ha tolto ad al Sadr e ai suoi alleati curdi e sunniti, peraltro dopo intimidazioni con lanci di razzi, i numeri per eleggere il presidente. Le dimissioni dei parlamentari Sadristi a giugno hanno portato alla ridistribuzione dei seggi e quindi il Quadro di Coordinamento (che comprende l’ala politica delle PMF ed il partito pro-Iran di al-Maliki) è diventata la prima forza sciita in parlamento. Un altro colpo di scena, favorevole all’Iran anche se non si sa quanto da questo orchestrato, sono state le dimissioni del marji’a Kazem al-Haeri, guida spirituale di molti Sadristi: nel messaggio di dimissioni Kazem al-Haeri toglie ad al Sadr ogni legittimità a diventare lui stesso marji’a e soprattutto invita a seguire il leader supremo iraniano, Ali Khamenei. Questo è un grande endorsement per l’Iran ed un grande smacco per al-Sadr che ha annunciato il suo ritiro definitivo dalla scena politica il 29 agosto. Dopo che i sadristi sono scesi in piazza, arrivando a scontri con le milizie filo-iraniane che hanno causato diversi morti e feriti, Sadr ha chiesto ai suoi di ritirarsi, lasciando di fatto campo libero ai suoi avversari. Il Quadro di Coordinamento non ha sprecato questo regalo di al Sadr ed il 13 settembre è stato eletto Rashid come nuovo presidente dell’Iraq, il quale ha nominato al-Sudani, figura considerata vicina all’Iran primo ministro, che ora ha 30 giorni per formare un governo. È ancora presto per capire se si arriverà ad un governo ma l’Iran ha certamente giocato bene le sue carte e al momento ha mantenuto la sua influenza, che potrebbe essere rinsaldata proprio da al-Sudani.

Tra sfide e nuovi spiragli: quale influenza esercita attualmente l’Iran sull’Iraq?

La penetrazione iraniana in Iraq agisce quindi su più livelli e gli attori ibridi delle PMF rimangono il maggiore vettore di potenza. Le conseguenze della perdita di Soleimani e al-Muhandis sono ancora evidenti nelle Hashd al-Wala’i e Qaani non sembra poter avere lo stesso livello di controllo e di persuasione: le lotte interne e le derive autonomiste minano la compattezza e la capacità di controllo da parte delle IRGC.  Dal punto di vista del consenso popolare e della legittimità sembra ormai incrinato il rapporto tra la Repubblica Islamica dell’Iran e la comunità sciita irachena ed il calo del consenso elettorale è un segnale di allarme per l’Iran, visto anche i parallelismi con quanto accaduto in Libano. Secondo Independent Institute for Administration and Civil Society Studies, nel 2017 il 70% degli iracheni vedeva positivamente l’Iran mentre nel 2020 la percentuale è scesa al 15%. Le proteste del Tishreen, dei sostenitori di al-Sadr e le possibili lotte intra-sciite sono fenomeni che non scompariranno a breve e l’ondata di proteste in Iran in seguito alla morte di Masha Amini potrebbe espandersi nei paesi limitrofi. Il peso futuro dell’Iran in Iraq dipenderà anche dalla linea del nuovo presidente iracheno, Rashid e dal primo ministro al-Sudani (considerata figura filo-iraniana). Nel recente incontro tra il presidente Rashid e l’ambasciatore iraniano al-Sadeq i paesi hanno espresso la volontà di approfondire le relazioni bilaterali, ribadendo i legami sociali e religiosi. KurdPress News Agency riporta che il presidente Rashid ha sottolineato: “Guardiamo all’ Iran come un partner (…) e crediamo che gli interessi dell’Iran vadano oltre gli interessi di Iran e Iraq e siano gli interessi del Medio Oriente”.L’influenza iraniana in Iraq appare quindi sotto certi aspetti in diminuzione ma, considerato il livello di penetrazione e la sua multidimensionalità, seppur indebolita, è destinata a rimanere un fattore impattante sulla terra dei due fiumi.

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