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TematicheStati Uniti e Nord AmericaL’influenza del gerrymandering sulle elezioni mid-term

L’influenza del gerrymandering sulle elezioni mid-term

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L’8 novembre 2022, gli Stati Uniti torneranno a votare per le elezioni mid-term – per 34 dei 100 seggi del Senato e per tutti i 435 seggi della Camera – su cui l’attenzione dei media e della politica si sta concentrando. Al momento, i Democratici controllano 222 seggi e i Repubblicani 212 (un seggio è vacante), ma è probabile che le prossime elezioni ribaltino questa situazione, portando il GOP ad ottenere la maggioranza. Tale previsione è frutto di due principali fattori: la popolarità di Joe Biden e il gerrymandering. 

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La popolarità del presidente Biden

Ad un anno dall’inizio del suo mandato, la popolarità di Biden è in calo con solo il 41,8% dei cittadini americani dalla sua parte, secondo FiveThirtyEight. Non è inusuale che l’approvazione nei confronti di un presidente cali, anzi, è la norma specialmente a questo punto del mandato, ma la popolarità di Biden è inferiore a quella di tutti i suoi predecessori eletti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, con la sola eccezione di Trump, che ad un anno dall’inizio del suo mandato era apprezzato da solo il 39% degli americani. Con i casi di Covid-19 che non accennano a diminuire, l’inflazione che continua a crescere, i negoziati con la Russia riguardo all’Ucraina che non danno i risultati sperati e il fallimento di molte delle sue proposte di legge, bocciate una volta dai Repubblicani, un’altra dalla Corte Suprema a maggioranza conservatrice, e un’altra ancora dall’ala più a sinistra del suo stesso partito, Biden si trova ad essere simultaneamente il presidente più votato nella storia americana e anche uno dei più impopolari. Neppure il suo affiancamento a Kamala Harris ha dato i risultati sperati, e Biden continua a risultare paradossalmente troppo a sinistra per i centristi che lo votarono per sconfiggere Trump, poiché ad esempio è a favore dell’introduzione di una sorta di “Green Pass” per alcune categorie lavorative, e troppo al centro per i Democratici di sinistra. Tuttavia, l’impopolarità di un presidente potrebbe non essere così decisiva per determinare il risultato delle elezioni, dato che i membri del Congresso spesso sono figure dalla personalità ben definita e non semplicemente membri di uno o dell’altro partito. 

Il gerrymandering 

Ciò che invece fa diminuire i dubbi sul risultato di queste midterm è la pratica del ridisegnare i confini dei distretti elettorali, il cosiddetto redistricting, che, se portato avanti con l’intento di svantaggiare il partito opposto, prende il nome di gerrymandering. Ogni dieci anni, in seguito al censimento sulla popolazione degli Stati Uniti, i confini dei distretti legislativi vengono modificati. Ciò viene fatto per garantire che ogni distretto abbia la stessa quantità di popolazione al suo interno, ma dal 1810 questa pratica è stata usata spesso per svantaggiare il partito opposto. Se in 11 stati la mappatura dei distretti viene affidata ad un organo indipendente, in ben 39 questo compito è affidato ai legislatori, figure politiche che quindi sfruttano questa occasione a vantaggio del proprio partito. Grazie ad un sistema elettorale maggioritario, ciò si può ottenere attraverso la pratica del cracking, ossia disperdendo i voti per un partito in tanti altri distretti, così da renderli una minoranza in ogni nuova area, o con la pratica del packing, ossia raggruppando tutti i voti per un partito in una sola area, così da “salvare” le aree circostanti da un risultato incerto. Nel 2011, e in generale storicamente, il Partito Repubblicano ha sfruttato moltissimo il gerrymandering, che è anche il motivo per cui ad oggi il GOP ha il potere di ridisegnare i confini per stati che rappresentano 187 seggi del Congresso, contro 75 dei Democratici. 

Sono 28 gli stati che hanno completato il processo di mappatura, dato che il Census del 2020 è arrivato con molti mesi di ritardo a causa del Covid-19, ma i Repubblicani sembrerebbero aver guadagnato seggi in Iowa, North Carolina, e Montana con una conseguente perdita di potere per i Democratici. Altri seggi che potrebbero passare al GOP sono alcuni in Georgia e Florida. Dalla loro parte, i Democratici potrebbero guadagnare invece dei seggi in Illinois, Oregon, Maryland e nello stato di New York. In più, i Repubblicani si stanno anche concentrando nel ridisegnare i confini di distretti già a maggioranza conservatrice, come in Indiana e Utah, seppure di pochi punti, per evitare di correre il rischio di perdere. Infatti, secondo FiveThirtyEight, di decennio in decennio diminuiscono sempre di più i distretti in cui è incerto il risultato delle elezioni, proprio a causa di questa pratica. 

Ma il gerrymandering è legale? 

Ci sono delle restrizioni al gerrymandering ma esse sono – di anno in anno – sempre di meno. Dal 1965, anno dell’approvazione del Voting Rights Act, fino al 2013, alcuni stati in cui la divisione e differenza fra cittadini neri e bianchi era particolarmente marcata, come il Texas, l’Alabama e la Virginia, così come alcune contee di stati come la California, hanno dovuto chiedere l’approvazione federale, se volevano apportare modifiche alle loro leggi elettorali, incluse quelle riguardo ai confini dei loro distretti. Nel 2013, la Corte Suprema ha però stabilito in Shelby vs. Holder che la formula utilizzata per determinare quali stati dovevano chiedere questa pre-autorizzazione era obsoleta e quindi l’ha eliminata del tutto, mantenendo comunque la possibilità di sottoporre alla Corte casi in cui la modifica dei confini distrettuali poteva portare un grande svantaggio nei confronti di uno o dell’altro partito. Tuttavia, nel 2019, in Rucho vs. Common Cause, la Corte Suprema a maggioranza conservatrice ha deciso che, nonostante le mappe della North Carolina sottoposte dai Democratici e quelle del Maryland sottoposte dai Repubblicani creassero degli svantaggi particolari per i partiti, esse presentassero “questioni politiche al di fuori della portata dei tribunali federali.” Quindi, ad oggi, i gerrymandering meramente “politici” devono essere contestati nei tribunali statali, mentre possono raggiungere la Corte Suprema solo quei casi che violano esplicitamente il Voting Rights Act, ossia quelli che ridisegnano i confini dei distretti a partire dalle differenze di etnia della popolazione (il cosiddetto racial gerrymandering). 

Al momento, le modifiche apportate ai distretti di Ohio e Alabama sono state bloccate dalle corti statali, perché troppo partigiane, ma in altri dieci stati cause molto simili sono state intentate e verranno discusse nei prossimi mesi. Il più importante è il caso del Texas, a cui si contesta che nonostante il Censimento abbia rilevato che le persone non bianche nello stato costituissero il 95% della massiccia crescita della popolazione, che ha fatto guadagnare allo stato due nuovi distretti congressuali, la nuova mappa non includeva alcun distretto che riflettesse tale cambiamento. Il Dipartimento di Giustizia ha giudicato questo un caso di racial gerrymandering e ha intentato una causa contro lo stato. Il Texas, una volta roccaforte repubblicana, è ormai uno luogo in cui le minoranze etniche rappresentano il 55% della popolazione, portandolo ad essere considerato uno swing state nelle elezioni del 2020. Nonostante alle ultime elezioni si sia riconfermato uno stato rosso, i punti di differenza fra il GOP e i Democratici sono da anni in diminuzione: se Romney aveva superato Obama con oltre 1.2 milioni di voti nel 2012, Trump ha superato Clinton di circa ottocentomila, e Biden di circa seicentomila. Davanti a questo scenario e, in generale, davanti alla crescente popolarità del Partito Democratico su tutto il territorio americano negli ultimi decenni, i Repubblicani sentono di non potersi permettere di perdere uno stato che vale 38 Grandi Elettori nelle elezioni presidenziali e 150 seggi alla Camera (85 dei quali sono presieduti da Repubblicani). 

Il gerrymandering, così come le altre pratiche che fanno parte della cosiddetta voter suppression, è uno strumento ormai fondamentale nel campo della politica americana, uno strumento che però sta portando ad una paradossale realtà in cui non è più il popolo a scegliere i propri rappresentanti ma i candidati a scegliere il loro elettorato.

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