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TematicheItalia ed EuropaCosa aspetta l’industria italiana

Cosa aspetta l’industria italiana

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Il Financial Times consiglia all’Italia di vendere grandi assett dell’industria e della finanza detenuti dalla mano pubblica, in modo da realizzare un “clean-up” (ripulitura) dell’economia dall’ inefficienza della Pubblica Amministrazione e dall’ingerenza dei partiti. E’ intuibile che il consiglio (certamente disinteressato) verrà seguito.

 L’economia (non solo italiana) sarà presto oggetto di ulteriori e diverse pressioni: l’industria soffrirà della debolezza della supply chain post-Covid e dell’inevitabile impennata dell’inflazione (che potrebbe non essere temporanea, come anche la Federal Reserve si è risoluta ad ammettere), oltre al grave problema dei licenziamenti in arrivo, forse seguiti da ulteriore delocalizzazione dell’industria. A questo si somma l’incognita del Patto del Quirinale, strumento (come sottolineato da molte parti) che potrà essere favorevole all’Italia a patto che questa sappia gestirlo in modo paritetico alla Francia. Ognuno tragga le proprie conclusioni.

L’ultimo articolo pubblicato sull’economia italiana è datato al 1 dicembre, dove la relazione fra la grande industria e lo Stato viene definita la “parasitic relationship between domestic big business and the Italian state”. Il Financial Times dell’8 luglio scorso asserisce che, in un mondo ideale, privatizzazioni su larga scala dovrebbero far parte dell’agenda del Governo italiano insieme al recovery fund, che (come si legge) “stimolerà i trasporti, la tecnologia e gli sforzi in ambito ambientale (“will boost transport, technology and environmental efforts”). Le Aziende partecipate dallo Stato per le quali si auspica una privatizzazione sono circa 90.

L’articolo era stato anticipato da un altro, datato al 26 maggio, nel quale si leggeva come la “ripulitura” del Paese alla quale Mario Draghi è stato chiamato quale Presidente del Consiglio, da effettuarsi tramite una “depoliticizzazione della burocrazia”, abbia dei limiti che consistono nell’”inquinamento” politico del mercato, dovuto ai partiti politici che, influenzandolo, alterano le proprie funzioni (“shift their functions”): lo statement è di Giuliano Amato, che  ha condotto le privatizzazioni italiane degli anni ’90. 

Torniamo all’articolo dell’8 luglio (non firmato, appartenente ai commentari “Lex” e qualificato come “opinion”), che è entusiasta nell’apostrofare affettuosamente il Presidente del Consiglio come “Super”, in riferimento al personaggio Nintendo. Secondo l’anonimo opinionista, la “ripulitura” finale del sistema bancario italiano passa per la restituzione al mercato degli asset pubblici di Montepaschi. Altro attore principale che dovrebbe essere coinvolto nel processo di de-pubblicizzazione dell’economia italiana è Cassa Depositi e Prestiti (CDP), gestita ora da quello che viene definito un “Draghi Boy”. Il quotidiano londinese sottolinea l’esistenza di un problema di non secondaria importanza che interessa il mostro sfortunato Paese: ad opinione dell’anonimo opinionista del FT, banchieri ed investitori sono lievemente più inclinati (“are marginally more likely”) ad effettuare nuovi investimenti in affari che abbiano minori connessioni con le policies governative. Non è dato sapere su cosa si basi tale affermazione, ma essendo l’articolo una mera “opinon” (piena di forme verbali modali ed eventuali quali “should” e “may”) questa viene proposta come tale, senza pretendere troppe elaborazioni. Il messaggio viene fatto passare e basta, rapidamente. Una moda di questi tempi. Quale la soluzione suggerita per rendere maggiormente appetibile un investimento nella disgraziata Italia? Naturalmente quello di provvedere prima ad abbandonare il controllo statale di diverse compagnie, anche quelle energetiche, al fine di permettere al mercato di meglio definire i termini della decarbonizzazione (“to better dictate the terms of decarbonisation”). Un obiettivo ambientalista, quindi. “Green”, per meglio dire. Questo significherebbe mettere in vendita le quote detenute da CDP in gruppi quali Snam and Italgas (6.2 miliardi di Euro), oppure – arriva il pezzo forte – in ENI, dove le partecipazioni in Euro ammontano invece a 10 miliardi. Ma come potrebbe il mercato meglio definire i termini della decarbonizzazione se l’ENI ha già stilato un percorso che punta a raggiungere la carbon neutrality con progressivo sviluppo delle energie rinnovabili? E’ un mistero, che verrà probabilmente spiegato in un prossimo futuro da molte anime candide con cittadinanza italiana che (sotto le insegne delle più disparate e prestigiose organizzazioni ambientaliste internazionali) non mancheranno di manifestare contro quella o questa azienda tricolore, che inquina o offende l’ambiente. Le manifestazioni saranno probabilmente destinate a cessare con il passaggio in mani straniere di quelle stesse aziende.

I consigli del quotidiano londinese non si limitano certo alla finanza e all’ambiente: l’Italia dovrebbe pensare, si legge, a ridurre le quote detenute in Enel ed in Poste italiane, nonché in Leonardo…si tratta, d’altronde, di un totale di oltre 30 miliardi di Euro, che verrebbero certamente meglio gestiti dall’efficiente ed invisibile mano del mercato piuttosto che dalla bizantina, inefficiente, detestabilissima macchina statale italiana.

Non è proprio di un contributo pubblicato su un foglio di geopolitica entrare nella questione economica, ma di restare, appunto, nell’ambito del seminato: quali le conseguenze geopolitiche di tali scelte di politica industriale?  

Alcune Aziende hanno un valore strategico, e la loro tutela da un eventuale controllo straniero ha un significato che viene riconosciuto da diversi Ordinamenti. E se è vero (come è vero) che il mercato comune europeo equipara tutti gli attori economici dei 27 Stati e permette, in un quadro di armonia, di agire senza discriminazioni, è anche vero che i diversi Stati continuano ad essere tali e ad agire a tutela di propri interessi specifici, spesso usando la normativa europea come scudo quando serve e tralasciandola negli altri casi (l’affare Fincantieri – Chantiers de l’Atlantique dovrebbe ricordarci qualcosa). L’Unione nasconde, dietro la dizione di entità “sui generis”, il vizio di fondo di essere un esperimento non concluso. Le frontiere esistono, sebbene in forma imperfetta. L’Italia rischia forse di essere assorbita?

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