La crisi umanitaria che sta devastando Gaza ha riattivato, in gran parte del del Sud globale, un senso profondo di ingiustizia. In Indonesia, questo sentimento è particolarmente forte. Non si tratta solo di empatia religiosa o solidarietà morale, la causa palestinese è sentita, da decenni, come parte integrante dell’identità nazionale e internazionale del Paese. In fondo, l’Indonesia è nata da un’esperienza di decolonizzazione e ha sempre rivendicato la sua vicinanza ai popoli oppressi. Il sostegno alla Palestina non è, dunque, una posizione politica tra le altre, ma un riflesso coerente della propria storia. Tuttavia, qualcosa è cambiato negli ultimi mesi.
Con l’escalation del conflitto israelo-palestinese, l’Indonesia non si è limitata, come spesso accaduto in passato, a prendere posizione nei consessi internazionali. Ha scelto di agire. Lo ha fatto attraverso un aumento consistente dei contributi all’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, e fatto ancor più rilevante, annunciando la disponibilità ad accogliere temporaneamente fino a mille civili palestinesi, in particolare feriti, orfani e traumatizzati, che non possono più essere assistiti nella Striscia di Gaza. Si è parlato di voli umanitari, di cooperazione con Paesi terzi come l’Egitto, la Giordania, il Qatar e la Turchia, e di ospedali pronti a riceverli in territorio indonesiano. Si tratta di un gesto forte. Un segnale politico che, con linguaggio silenzioso, dice noi ci siamo. Ma, come spesso accade in politica estera, le dichiarazioni di principio si scontrano con le realtà normative e operative. E qui, la questione si complica.
Accoglienza palestinese tra valori e limiti legali
L’Indonesia, infatti, non è firmataria della Convenzione del 1951 sui Rifugiati né del Protocollo del 1967. Questo significa che, formalmente, non è tenuta a riconoscere uno status giuridico preciso a chi cerca asilo sul suo territorio. La protezione umanitaria che offre è, in sostanza, volontaria e ad hoc. Le decisioni vengono prese di volta in volta, spesso in collaborazione con UNHCR e IOM, ma senza un quadro normativo interno chiaro, trasparente e soprattutto vincolante. Eppure, questo non ha impedito a Jakarta di ospitare, negli anni, centinaia di rifugiati, dai Rohingya fuggiti dal Myanmar, ai richiedenti asilo afgani, yemeniti e sudanesi. La prassi indonesiana si muove tra due binari, una tolleranza de facto e un attivismo selettivo, che consente al governo di decidere quando e come intervenire, in base a logiche politiche, umanitarie o diplomatiche. È un equilibrio delicato, che funziona finché resta circoscritto e gestibile. Ma l’annuncio sull’accoglienza dei palestinesi, tanto lodevole quanto simbolicamente carico, rischia di metterlo alla prova.
In primo luogo, perché non sono mancate le reazioni critiche interne. La Majelis Ulama Indonesia, Nahdlatul Ulama (NU) and Muhammadiyah hanno espresso il timore che accogliere i palestinesi equivalga, involontariamente, ad accettare la loro espulsione definitiva dalla terra d’origine. Una logica spietata, ma che riflette una sensibilità autentica cioè il dolore della diaspora e la memoria storica della Nakba.
In secondo luogo, c’è il problema, molto concreto, delle capacità istituzionali. Accogliere rifugiati non è mai solo un gesto politico o morale. Significa predisporre infrastrutture, percorsi legali, assistenza medica e psicologica, sistemi di registrazione e protezione. Significa, insomma, avere uno Stato pronto a rispondere non solo all’urgenza, ma anche alla complessità. E, allo stato attuale, l’Indonesia non dispone di una legge sui rifugiati, né di un sistema amministrativo strutturato che possa garantire protezione legale a lungo termine.
Solidarietà simbolica o svolta strategica?
Tuttavia, sarebbe ingeneroso leggere questa mancanza come ipocrisia. In realtà, il comportamento dell’Indonesia riflette un dilemma condiviso da molti Paesi del Sud globale, coniugare etica e sovranità, solidarietà e prudenza, impegno internazionale e stabilità interna. Offrire accoglienza senza aderire formalmente alla Convenzione può sembrare una contraddizione. Ma è anche, per certi versi, una forma di pragmatismo. Jakarta preferisce mantenere un margine di manovra, riservarsi la scelta di chi accogliere e come, senza vincoli giuridici internazionali che potrebbero rivelarsi ingestibili nel lungo periodo.
La domanda vera, quindi, non è se l’Indonesia stia violando qualche norma, perché non lo sta facendo, ma se sia pronta a sostenere nel tempo ciò che oggi annuncia come impegno morale. È disposta a trasformare l’eccezione in regola, l’annuncio in politica pubblica? È pronta ad avviare una riflessione seria su una possibile legge nazionale sull’asilo, che possa garantire diritti minimi anche al di fuori dell’adesione formale alla Convenzione del 1951?
In ultima analisi, l’intervento dell’Indonesia a favore della Palestina rappresenta un momento importante per il Paese. Non solo perché risponde a un’urgenza globale, ma perché mette a nudo i limiti, e le possibilità, della sua politica estera. In un’epoca in cui le grandi potenze appaiono sempre più ciniche e distanti, la capacità di un attore del Sud globale di tradurre valori in azione è significativa. Ma, il vero potere non si misura solo nelle parole o nei gesti simbolici, ma nella capacità di sostenere le proprie scelte nel tempo, costruendo consenso, istituzioni e responsabilità. L’Indonesia ha scelto di esporsi. Ha scelto di agire. Ora le resta da fare il passo più difficile, ovvero, costruire le condizioni perché questa azione non resti un episodio isolato, ma diventi parte di una strategia coerente, stabile e rispettata.

