India: la crescita continua a rallentare
Gli indici dell’economia indiana stanno mostrando palesi aspetti di fragilità del sistema finanziario della grande democrazia asiatica. Una fragilità di cui Nuova Delhi dovrà necessariamente farsi carico, come evidenziato dalle dichiarazioni del primo ministro indiano, Manmohan Singh, che nei giorni scorsi si è detto pessimista sulla ripresa dell’attività economica, stimando che l’obiettivo di una crescita dell’8% da qui al 2017 è “ambizioso”.  

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A metà dicembre il suo governo aveva già tagliato gli obiettivi di crescita, al di sotto del 6% per l’anno fiscale 2012-2013, che si chiude a marzo: la peggior performance in dieci anni della terza economia più sviluppata dell’Asia, che nell’anno fiscale precedente aveva registrato un incremento del 6,7%.

Nel corso degli anni Novanta, l’India ha vantato una crescita media annua pari al 6%, ulteriormente consolidatasi con l’inizio del nuovo millennio che ha dato il via a un trend positivo che dal 2000 al 2008 ha registrato un tasso di crescita del Pil intorno al 7,2%. Dopo la crisi economica del 2008, a cui il paese del kathakali ha saputo far fronte in maniera decisa (soprattutto grazie alla domanda interna principale motore dell’economia nazionale), nell’anno fiscale 2010-2011 la crescita del Pil indiano è stata del 8,4%.
Un dato nettamente in controtendenza con l’ultima previsione di chiusura dell’anno fiscale in corso annunciata da Nuova Delhi, che conferma una diminuzione della crescita del Pil che si attesterà al di sotto del 6%, registrando la più debole espansione economica dal 2009.

Mentre la rupia indiana ha ottenuto il poco onorevole titolo di peggior moneta asiatica quotata in borsa contro il dollaro, costringendo la Reserve Bank of India (Rbi), la Banca centrale del Paese, a mettere mano alle riserve di valuta estera, vendendo dollari e acquistando rupie che in tal modo fuoriescono dal sistema finanziario, vanificando gli sforzi fatti per iniettare risorse. La Rbi sembra essere più che complice di questo peggioramento economico. Per combattere l’aumento dei prezzi, la crisi del debito in Europa e la paralisi politica in materia di investimenti stranieri, la Banca indiana ha aumentato i tassi d’interesse in maniera esponenziale. Tuttavia, la Rbi ha dato la sua disponibilità a ridurre i tassi, a condizione che il governo riesca ad arginare il deficit del budget del Paese. Secondo Radhika Rao, economista del Forecast Pte di Singapore, se da un lato la rapida crescita economica indiana è stata garantita dalla possibilità di avere tanta manodopera in giovane età a basso costo, dall’altro lato l’esplosione demografica e la povertà dilagante rischiano di rendere insostenibile la crescita economica del Paese, tenuto conto anche della carenza di manodopera sufficientemente istruita e qualificata.

Sin dall’Indipendenza, l’India ha visto la maggioranza dei suoi abitanti vivere in condizioni di indigenza. Emblematico in tal senso, l’ultimo Report della Banca Mondiale che indica come il 40% della popolazione indiana stia vivendo sotto la linea della povertà. Il tessuto sociale indiano è infatti percorso da profonde diseguaglianze, soprattutto in tema di reddito, con il risultato di una grande fetta di popolazione, prevalentemente costituita da giovani, che, essendo preclusa ai benefici dello sviluppo economico, potrebbe scatenare disordini sociali e politici. Inoltre secondo l’Ocse, l’inflazione potrebbe rallentare la crescita economica che sfiora il 10% (soprattutto sui generi alimentari) e che ha determinato la decisione della Banca Centrale di elevare il tasso di interesse sui prestiti, generando molto malcontento e perplessità in settori cardine dell’economia, come quello industriale, per la stretta sulla liquidità. Amol Agrawal, analista economico della Stci Primary Dealer Ltd, è dell’opinione che gli enormi passi avanti effettuati dall’India in campo economico, non devono lasciare il campo ad un eccessivo ottimismo.

Il processo di crescita dell’economia indiana sta dimostrando la sua fragilità e il paese ha bisogno di ulteriori riforme per potenziare la propria capacità economica, poiché gli scandali legati alla corruzione e la mancata approvazione di alcune proposte politiche stanno pesando sulla sostenibilità dell’economia nazionale. Nei fatti, le proposte avanzate dal governo di Manmohan Singh negli ultimi mesi, sembrano rispondere ai “suggerimenti” fatti dalla Banca centrale indiana. Per il momento, si tratta di riforme mancate: dall’apertura del mercato al dettaglio alle grandi catene internazionali di supermercati, bocciata dal parlamento; alla legge anticorruzione (Jan Lokpal bill) attesa da 43 anni che permetterebbe ad un organo istituzionale indipendente di indagare e perseguire per legge tutti gli esponenti degli uffici pubblici del paese, dal funzionario locale al primo ministro. Una misura fondamentale per la credibilità del governo e più volte non approvata per un soffio.

Tra le altre priorità dell’esecutivo figura la sostituzione della legge sull’acquisizione di terre, in vigore da ben 179 anni, con una nuova legge denominata “Land Acquisition, Rehabilitation, and Resettlement”, che per acquisire terre per lo sviluppo di un progetto economico prevede un consenso di almeno l’80% dei proprietari interessati e un aumento considerevole dei risarcimenti in caso di esproprio. Un’iniziativa di grande importanza, dal momento che la difficoltà nell’acquisire i terreni necessari all’espansione industriale è uno dei maggiori impedimenti allo sviluppo dell’economia indiana.I pacchetti di incentivi per l’economia varati finora dal governo, sono risultati inefficaci a causa delle fragilità strutturali del sistema finanziario indiano, incapace di fungere da reale intermediario per il settore privato e di garantire una peculiare redistribuzione dei proventi delle attività produttive. E’ ormai chiaro che per rispondere in maniera adeguata alle pressioni dei mercati, il Congress di Singh non potrà prescindere dall’introduzione di rapide e adeguate riforme.