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TematicheCina e Indo-PacificoSarà l'India il futuro della globalizzazione?

Sarà l’India il futuro della globalizzazione?

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Le crescenti tensioni tra Washington e Pechino e il disaccoppiamento delle loro economie che ne deriva, oltre al rallentamento della crescita cinese, da una parte, e la sempre maggiore cooperazione tra Stati Uniti e India, la cui economia cresce a tassi invidiabili, dall’altra, portano ad interrogarsi se questo mix di fattori geopolitici ed economici farà sì che l’India diventi il protagonista dell’economia mondiale.

Il 2023 si annuncia come un anno significativo per l’India. La presidenza del G20 e della Shanghai Cooperation Organisation sono un’opportunità per promuovere il paese politicamente ed anche economicamente. 

In questi primi mesi dell’anno sono già stati in visita a New Delhi il Cancelliere tedesco Scholz e il Presidente del Consiglio italiano Meloni. Il Presidente francese Macron e il premier indiano Modi, invece, si sono incontrati virtualmente per sugellare l’ordine di oltre 200 velivoli Airbus da Air India.

Lo scorso anno, invece, l’India aveva festeggiato la decisione di Apple di incrementare la produzione di iPhone 14 in India e l’accordo tra la taiwanese Foxconn e il gigante minerario indiano Vedanta per la costruzione di una fabbrica di chip in Gujarat. Ciò a conferma della tendenza verso il c.d. “friendshoring” e alla diversificazione della produzione (c.d. “China plus one strategy”) di molte imprese.

Al tempo stesso, l’economia indiana sembra correre, a tassi 7-6% negli ultimi anni, scalzando quella inglese al quinto posto della classifica mondiale nel 2022. I riconoscimenti ricevuti anche da parte di organizzazioni internazionali, come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, sembrano ulteriormente confermare che il gigante asiatico sia il paese su cui scommettere.

Altre notizie e dati, tuttavia, fanno sorgere dei dubbi sulla reale capacità dell’India di diventare il faro della nuova globalizzazione e crescere fino a livelli comparabili a quelli della Cina

Diverse imprese europee e statunitensi, infatti, hanno deciso di ridurre la presenza o addirittura ritirarsi dal mercato indiano per via di barriere o controversie fiscali.

Secondo l’Index for Economic Freedom 2023, che misura il grado di libertà economica degli Stati, l’India si posiziona al 131 posto, dietro all’Angola e davanti alla Tunisia, e al 27 posto tra i 39 paesi della regione.

Sembrano, dunque, esserci sia motivi a favore che contro a scommettere sull’India.

Motivi a favore

Uno dei principali e più ovvi aspetti positivi è che l’India possiede una numerosa forza lavoro (si prevede che l’India diventi lo Stato più popoloso al mondo nel 2023) che, peraltro, parla inglese.

Negli ultimi anni il governo indiano ha messo in atto numerose riforme strutturali volte a semplificare e modernizzare alcuni settori, ad esempio il Goods and Services Tax, l’Insolvency and Bankruptcy Code e il Real Estate Regulation and Development Act.

Negli ultimi anni, poi, l’India ha fatto passi da gigante nella digitalizzazione del paese e dell’economia consentendo l’accesso a milioni di persone a servizi pubblici ed economici. 

Nell’ambito del programma “Make in India”, finalizzato a sviluppare la produzione interna, il governo ha stanziato incentivi finanziari per attrarre imprese straniere a produrre in India. Al tempo stesso, il governo ha anche investito nello sviluppo e miglioramento delle reti di trasporto terrestri. 

In funzione di una maggiore integrazione nel commercio mondiale e apertura del paese agli investimenti esteri, l’India ha concluso e sta negoziando accordi bilaterali con un numero sempre maggiore di paesi. Oltre agli accordi commerciali con Giappone, Corea del Sud e ASEAN, l’India ha concluso nel 2022 dei trattati di libero scambio e riduzione delle tariffe con Australia e Emirati Arabi Uniti e sta negoziando accordi simili con Regno Unito e Unione Europea (che riguarderanno anche la circolazione dei lavoratori, la proprietà intellettuale e la protezione dei dati).

Motivi contro

In un recente articolo su Foreign Affairs, A. Subramanian e J. Felman sostengono che permangono degli aspetti problematici che pongono dei dubbi sull’effettiva capacità del paese a rivestire un ruolo da protagonista nell’economia mondiale.

Seppure l’India abbia un notevole potenziale quanto a forza lavoro, la maggioranza di questa è ancora poco qualificata. A ciò si aggiunga anche che la sicurezza dei luoghi lavoro è ancora piuttosto discutibile con circa 6.500 decessi riportati negli ultimi 5 anni e molti altri incidenti.

Come V.A. Nageswarand e G. Kaur, rispettivamente Chief Economic Adviser del governo indiano e funzionario del Indian Economic Service, ammettono su Foreign Affairs, nonostante gli sforzi del governo volti a semplificare e modernizzare le leggi e la burocrazia, c’è ancora molto da fare per migliorare la qualità del sistema burocratico e ridurre le barriere che ostacolano l’attività economica, in particolare per le piccole-medie imprese. 

Un altro aspetto negativo, è l’assenza talvolta di un “level playing field”, ossia di una “favoritismo” verso i grandi conglomerati nazionali. Un recente esempio riguarda lo scandalo che ha interessato il Gruppo Adani, a seguito delle accuse di irregolarità formulate dall’americana Hindenburg Research, e che ha gettato ombre sui rapporti tra politica e grandi gruppi industriali e sull’integrità del sistema economico-finanziario indiano.

Anche le recenti perquisizioni alle sedi della BBC in India, per irregolarità fiscali, avvenute poche settimane dopo la pubblicazione da parte dell’emittente inglese di un controverso documentario sull’ascesa politica di Modi, solleva qualche interrogativo sul possibile uso politico delle agenzie statali.

Nonostante il governo abbia annunciato importanti investimenti nel settore delle infrastrutture relative ai trasporti, i risultati restano ancora inferiori alle aspettative: dei 25.000 km di nuove strade annunciati l’anno scorso, solo 5.774 km sarebbero stati realizzati.

Nonostante i dati ufficiali mostrino che le violenze in India siano diminuite, permane per molti un clima anti-musulmano, fomentato dal nazionalismo indù (c.d. Hindutva) a cui si rifanno alcuni esponenti del partito al governo, che rischia di disincentivare gli investimenti nelle aree più soggette a tensioni e scontri tra le comunità religiose.

Seppur sia vero che l’India ha firmato accordi commerciali con diversi Stati, il paese è rimasto però fuori dai principali accordi multilaterali della regione come il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) e il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP), mentre ha optato di non aderire al “pilastro” commerciale dell’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity (IPEF) lanciato dall’amministrazione Biden.

Come argomentano A. Subramanian e J. Felman, l’India soffre ancora la concorrenza di altri Stati della regione che restano meglio posizionati, in termini integrazione, ad attrarre investimenti esteri. Un aspetto questo che, insieme alle politiche protezionistiche improntate all’autosufficienza e condizionate dal deficit della bilancia commerciale, influisce sulla capacità dell’India di inserirsi nelle catene del valore internazionali.

Conclusione

L’India è, comunque, un grande paese con enormi differenze al suo interno. Sarebbe, ad esempio, sbagliato non distinguere tra Patna, capitale del povero Bihar, e la vibrante Mumbai, nel ricco Maharashtra.

Complessivamente, tuttavia, i dati sopra elencati sembrano confermare che l’aumentato ruolo geopolitico da solo non garantisce all’India il successo anche nel campo economico. 

Se Nuova Delhi vorrà approfittare appieno di queste favorevoli condizioni geopolitiche, dovrà continuare il processo di riforme interne e di integrazione nell’economia mondiale, prestando anche attenzione che le tensioni politico-religiose non compromettano gli sforzi finora compiuti.

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