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L’ennesimo incidente nel Mar Cinese Meridionale riaccende la tensione nell’area: ma Manila è più preparata di un tempo

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Lo scorso 5 agosto un’imbarcazione della Guardia Costiera Cinese ha sparato con un cannone ad acqua ad una nave di rifornimenti e vettovaglie Filippina, diretta presso la nave spiaggiata Sierra Madre, nei dintorni dell’atollo di Second Thomas Shoal nel Mar Cinese Meridionale. L’ennesimo show di muscoli di Pechino, questa volta come chiara reazione alle politiche di difesa e sicurezza di Manila. Un caso meno unico e ormai non raro che rischia di infiammare irreparabilmente le relazioni tra i due Paesi in un’area geopoliticamente cruciale. 

La notizia dell’attacco cinese a danno di una nave rifornimento filippina ha scatenato l’ennesima e sempre più intensa reazione da parte di Manila e di altri stati regionali. Il colpo di avvertimento sparato da Pechino, tuttavia, si pone in un quadro di rinnovato e perdurante stato di tensione a seguito del riavvicinamento strategico ad opera dell’Amministrazione di Marcos Jr. nei confronti degli Stati Uniti, ormai scelta che ha caratterizzato la politica estera del Presidente nel suo primo anno di mandato. In particolare, si ritiene che tale incidente sia la risposta cinese a certe dichiarazioni rese dal Segretario alla Difesa Filippino Teodoro presso la visita ad un sito di EDCA, l’accordo di rinnovo della cooperazione militare tra Filippine e USA che prevede la condivisione rotazionale di alcune basi militari delle Forze Armate Filippine. In questa occasione, Teodoro ha ribadito come le scelte in materia di difesa siano una prerogativa sovrana dell’Arcipelago, e che EDCA sia un trattato a dichiarato scopo difensivo: il fatto che alcune basi si trovino a dirimpetto di Taiwan costituirebbe un mero “accidente geografico”. Tali dichiarazioni vanno interpretate in considerazione della politica interna filippina, in un contesto di polemica interna tra fazioni e dinastie che compongono la coalizione che sostiene Marcos Jr.: da tale e così definita da alcuni analisti “danza delle dinastie”, e non solo dalla difficile posizione di Manila tra le due superpotenze, potrebbe emergere un quadro più completo e complesso delle scelte di politica estera che l’Arcipelago ha davanti. 

La fazione che ora appare prevalere nell’amministrazione Marcos Jr, guidata dalla burocrazia militare e dallo stretto entourage del presidente, persegue una strada volta al potenziamento delle forze armate Filippine attraverso la cooperazione con l’alleato storico USA e partner regionali (Giappone, Australia), dimostratisi disponibili ad elevare lo status delle relazioni militari. In questo, diversi analisti ritengano che quanto di rilevante non siano unicamente le legittime preoccupazioni circa l’ammodernamento della Marina Cinese, ma anche la necessità di una costituenda (e sempre in crescita) “Media potenza” nell’acquisire capacità operative e di deterrenza e controllo dei confini, in un contesto generale di confusione e incertezza regionale. 

La fazione opposta invece, capeggiata dalla dinastia dell’ex presidente Rodrigo Duterte, dalla sorella di Marcos Jr. Imee e anche dalla ex presidente Gloria Arroyo, critica le scelte dell’attuale amministrazione nel prendere una posizione da loro considerata apertamente anti-cinese, affermando come la via preferibile alla risoluzione delle tensioni con il Dragone possa essere il dialogo anziché il rafforzamento delle capacità militari, che andrebbero a contribuire anziché stemperare il corrente stato di tensione, danneggiando ulteriormente anche i rapporti economici e commerciali con Pechino, nonché la possibilità di ricevere i promessi investimenti per lo sviluppo. Si pensi che l’ex presidente Duterte è volato a Pechino in visita privata soltanto un paio di settimane prima dei recenti accadimenti, comunicando al presidente simili preoccupazioni.

Il prevalere della fazione vicina al presidente, anche a discapito dei rischi, è da ricercarsi in diversi fattori. Innanzitutto, come osservato da diversi analisti, pur tradizionalmente filo-americane, le Filippine sotto Duterte hanno esperito svariati tentativi di dialogo e appeasement verso la Repubblica Popolare, senza sortite risultati concreti. In secondo luogo, lo stesso senso di insicurezza che ha portato all’elezione di Strongman quali Duterte e Marcos Jr. porta la popolazione a preferire la necessità di difendersi più che a fare concessioni a potenze straniere. Questo elemento è rintracciabile nel basso tasso di soft power cinese nell’Arcipelago nonostante la vicinanza e il boom di rapporti commerciali. Infine, le relazioni civili-militari dell’arcipelago appaiono sempre più marcate da una certa attenzione per le élite militari e le loro necessità e interesse, le quali giudicano Washington un alleato e partner più affidabile (e ad un oceano di distanza) su cui fondare anche la propria base di potere ed influenza. 

Alla luce di questi elementi (in particolare l’ultimo) si può intuire come tale processo di lento rafforzamento e ammodernamento del potere militare dell’Arcipelago e le tensioni sul mare siano due elementi autoalimentanti, e alla luce dell’ennesimo incidente sul mare, il dato rilevante è come ormai a Manila si discuta sempre più di come prepararsi per i prossimi, invece che su cosa fare per fermarli. 

Da ultimo, Manila sembra sempre più collocarsi come attore della costituenda architettura di sicurezza dell’Indo-Pacifico a guida americana, preferendola nei fatti anche alle iniziative e organizzazioni regionali quali l’ASEAN e l’ASEAN Regional Forum, giudicate di fatto da Manila non risolutive del problema nello specifico. 

Ed è dunque in questo contesto, in cui elementi della burocrazia militare, un montante nazionalismo e atavici sentimenti di appartenenza che Manila continua sempre più con veemenza a difendere le proprie prerogative, amplificando tramite media e internet quanto accade nel Mare. Rispetto ad anni fa, in cui tali lamenti rimasero inascoltati, ora sia alleati che diversi Paesi anche non coinvolti nella regione (quali Germania e Canada) puntano gli occhi nel Mar Cinese Meridionale: rimane da vedere se e in qual modo la fazione dominante riuscirà a cavalcare tale interesse a beneficio proprio e del Paese, o se incappi nel rischio di oltrepassare pericolose linee rosse tra gli atolli contesi.

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