Incendi in Australia e cambiamento climatico: l’ammissione di Morrison senza effetti

In Australia si sono verificati grandi incendi dall’estate del 2019 fino ai primi mesi del 2020 che hanno distrutto circa 90mila chilometri quadrati di superficie tra foreste e altre aree australiane. Un numero pari a circa l’estensione del Portogallo. La connessione con il riscaldamento globale viene denunciata dagli esperti e dalla maggior parte dei cittadini australiani. Tuttavia, Canberra sembra non avere intenzione di cambiare posizione sull’utilizzo dei combustibili fossili. L’unico che forse potrebbe segnare un rallentamento è Joe Biden.

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I numeri non sono incoraggianti

Nel sesto Paese del mondo per estensione metà degli incendi sono causati dal fenomeno atmosferico dei fulmini mentre l’altra metà è causata dall’uomo in modo colposo e doloso. Tuttavia, gli incendi dalle dimensioni più grandi sono senz’altro causati da fulmini in quanto interessano le aree più disabitate e rurali del territorio australiano noto per essere enorme ma anche spopolato e dunque dove non sono presenti le attività dell’uomo o perlomeno difficilmente riescono ad arrivare. Diverso è invece come gli incendi riescano a diffondersi. La causa di questo fenomeno è da ricercare nel cambiamento delle temperature che hanno fatto registrare il 2019 come l’anno più caldo e secco dal 1900. Le temperature sono aumentate e le piogge diminuite significativamente, questo ha favorito un clima caldo e secco per cui la vegetazione evapora rapidamente acqua e si dissecca. Pertanto più la siccità è prolungata maggiori saranno le dimensioni della flora che si seccherà insieme a fusti e rami che perderanno acqua e che con l’azione del vento caldo favoriranno la propagazione dell’incendio.

Ma cosa c’entra l’azione dell’uomo? Parliamo di una Nazione divisa in cui una metà fa fatica a comprendere l’altra metà che sta tentando di adottare misure per cercare di arrestare le pressioni che le attività produttive esercitano sull’ambiente. L’International energy agency fa sapere, secondo una classifica del 2018, che tra i 7 grandi paesi ricchi che inquinano di più al mondo al primo posto si trova l’Australia con 15,3 tonnellate di CO2 pro capite. Seguono immediatamente Canada e Stati Uniti. Vi sono poi Corea del Sud e Giappone. Infine l’Europa, con la Germania che emette 8,4 tonnellate e il Regno Unito all’ultimo posto con 5,3 tonnellate di CO2. Nonostante l’elevato e preoccupane numero di emissioni che si affianca all’Australia il suo primo ministro, Scott Morrison, è uno dei pochi che non si sta impegnando per adottare misure che possano contribuire ad una drastica diminuzione delle emissioni climalteranti.

Interessi vs carbon neutrality

Sono incendi senza paragoni nella storia recente con danni importantissimi per l’ecosistema seppur sul territorio australiano si siano sempre verificati (sono infatti noti gli incendi boschivi stagionali). Ciononostante da mesi gli esperti dicono che l’intensità di questi roghi aumenta a causa delle condizioni più calde e secche del territorio dovuto al riscaldamento globale. Invero, è stato lo stesso Primo Ministro Scott Morrison a sostenere e a riconoscere “da sempre la connessione esistente tra gli eventi meteorologici e gli incendi con l’impatto dei cambiamenti climatici globali”. Affermazione che lasciava intendere un importante dietro front sulla questione climatica che è stato subito smentito con i fatti pochi mesi dopo, nel 2020, quando ha annunciato che non intende anteporre la politica della “carbon neutrality” agli interessi delle compagnie minerarie giacché sono proprio i vicini asiatici che acquistano da Canberra grandi quantità di combustibili fossili. Emblematica fu l’immagine del premier conservatore che portò e mostrò in parlamento un pezzo di carbone per sostenere l’industria degli idrocarburi provocando dissenso sia da parte del partito laburista, la principale forza di opposizione, sia tra la maggioranza degli australiani.

Tuttavia le dichiarazioni e le azioni del premier potrebbero avere dei risvolti negativi anche a livello politico, considerando che i cittadini credono fermamente che quello del riscaldamento globale sia un problema serio e grave. E nonostante nei sondaggi, assieme al partito conservatore, goda di consenso per la gestione della pandemia, la stessa approvazione è assente per la reazione che ha verso il fenomeno dei cambiamenti climatici. Ciò però non significa che ci sarà un isolamento di queste figure a livello politico e il motivo risiede nelle esportazioni di carbone e gas che rappresentano circa un quarto delle entrate australiane. Però, la vittoria di Joe Biden negli Stati Uniti potrebbe significare un riallineamento di Washington alle politiche dei paesi impegnati per azzerare le emissioni e ciò potrebbe porre un freno sugli affari incentrati sul carbonio che riguardano l’area asiatica e pacifica. È vero che l’Australia è uno dei principali attori responsabili del cambiamento climatico ma la conversione di Morrison ad una politica più sostenibile potrà essere, indirettamente, condizionata dalla volontà dei paesi con cui ha accordi commerciali bilaterali che decideranno di concretizzare la promessa “zero emissioni”, privilegiando dunque investimenti in energie rinnovabili e introducendo perfino una tassa sulle aziende più inquinanti.

L’Australia non è da sola

Il problema principale è che l’economia dell’Australia si basa sull’estrazione ed esportazione di carbone verso i vicini asiatici e tali estrazioni non sono compatibili con il raggiungimento degli obiettivi per contenere il riscaldamento della Terra al di sotto di 1.5°C. Dietro l’industria del carbone ci sono migliaia di lavoratori e l’attuale governo conservatore non è molto favorevole alla “decarbonizzazione” dell’economia nazionale. Tuttavia, ogni nazione è connessa con le altre in un mondo multipolare e globalizzato perciò le responsabilità non sono soltanto del premier Morrison ma anche degli altri attori mondiali che contribuiscono all’aumento di CO2 nell’atmosfera attraverso le attività del settore economico, dei trasporti, agricolo, commerciale, industriale.


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L’impronta del climate change è sempre più presente e questo dovrebbe incentivare maggiormente comportamenti collettivi che abbiano un alto impatto specialmente nelle attività che riguardano le produzioni e i consumi.