In una non facile cornice regionale, l’economia di Modi vive alti e bassi

Le attuali condizioni di instabilità interna causate a Nuova Delhi dalla riforma agraria messa in piedi dal governo del  Bharatiya Janata Party (BJP), pur attirando grande attenzione mediatica internazionale, sono purtroppo solo l’estrema propaggine di una serie di scelte economiche discutibili e che potrebbero portare l’India a una situazione decisamente critica cedendo terreno, in alcuni settori chiave, al concorrente economico/avversario politico Pakistan.

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L’India ha vissuto una serie di sostanziali riforme molto importanti per la propria struttura economica negli anni Novanta, quando furono implementate delle significative liberalizzazioni nel commercio. Non a caso dal 1990 al 1996 il PIL indiano ha avuto una interessante stagione di crescita.

L’arrivo al potere di Narendra Modi, con la possibilità di una decisiva stabilità dovuta alla notevole maggioranza ottenuta alle elezioni del 2014, rappresentava per molti la speranza di una consistente chance di riforme decisive per l’economia e il consolidamento democratico del paese. Alla prova dei fatti l’aver ottenuto il peso decisivo grazie alla formazione di una larga alleanza politica (l’Alleanza Democratica Nazionale) di centro destra e la contestuale appartenenza del partito di Narendra Modi agli strati più conservatori della società indiana ha tarpato le ali al rinnovamento e alla riforma. Il BJP, infatti, ha tentato di intraprendere la strada verso determinate mete di riforma economica (specialmente in campo agrario e industriale) ma non ha conseguito risultati sostanziali.

La riforma fiscale, ad esempio, che il governo ha tentato di concretizzare con la Goods and Services Tax (GST) per uniformare un complesso e talvolta carente sistema di tassazione ha il pregio di essere molto più facilmente applicabile dei regimi precedenti ma non ha visto, purtroppo, un’uniformità nella messa in atto fra stato e stato.

Una serie di normative strumentali a creare stabilità al fine dell’appetibilità per gli investitori esteri è poi stata discussa in varie occasioni ma frenata dalle ali più conservatrici del BJP e della coalizione guidata da Narendra Modi: un’eccessiva apertura del paese porterebbe, con ogni probabilità, a mettere in discussione i privilegi, soprattutto economici, che sono appannaggio delle classi più conservatrici, vero centro di gravità degli elettori del BJP.

Tutta la fin troppo prudente azione politica di Narendra Modi e del suo più stretto entourage ha dimostrato di non voler entrare in conflitto con la porzione reazionaria degli elettori, essendone prova soprattutto la decisiva carenza di supporto alle classi lavoratrici e agli strati subalterni, come ad esempio i migranti interni e i lavoratori pendolari. La situazione delle classi lavoratrici era già critica prima dell’avvento dell’emergenza sanitaria ma quest’ultima ha fatto precipitare la situazione, soprattutto, naturalmente, per i migranti economici interni fra stato e stato.

Se da una parte le statistiche relative alla disoccupazione nel paese mostrano una crescita, seppur molto moderata dell’impiego, a partire dal 2014, come dimostrato dalla Tabella 1, il salario medio rimane molto basso, consistendo in circa 341,4 dollari al mese. Una pubblicazione dell’Organizzazione internazionale del lavoro, il Global Wage Report, sottolinea le cattive condizioni dei lavoratori indiani e la scarsità dei tentativi fatti dal governo per migliorare la situazione.

Anno di riferimento.Percentuale di disoccupazione.
20145,61%
20155,57%
20165,51%
20175,42%
20185,33%
20195,36%
20205,4%
Tabella 1: Dati relativi al tasso di disoccupazione in India, ottenuti da fonti della Banca Mondiale attraverso il portale: https://statista.org

Il vaso di Pandora scoperchiato della riforma del mercato agricolo che ha portato ai crescenti disordini nel subcontinente sta quindi compromettendo una situazione economica di per sé già molto complicata. I disordini principali sono scoppiati a partire dalle regioni del Punjab e della Haryana, stati che vedono fra le loro risorse principali le produzioni di riso, cotone, canna da zucchero e grano, prodotti base che in assenza di un mercato tutelato (per i produttori) potrebbero veder precipitare le loro quotazioni in una corsa al ribasso disastrosa per gli agricoltori economicamente più deboli. La riforma agricola promossa dal governo di Modi e già messa in discussione di fronte alla Corte Suprema, prevede una liberalizzazione quasi completa del mercato dell’agricoltura, che addirittura giunge a promuovere l’e-commerce come mezzo principale di vendita anche al dettaglio e per i piccoli produttori. Secondo l’orientamento del governo grazie alla riforma i produttori diventeranno presto regolatori dei prezzi e padroni del mercato mentre la realtà dei fatti è apparsa ben diversa sin dagli ultimi mesi del 2020. Un regime di assenza di tutela potrebbe nuocere in maniera grave al settore primario indiano e far guadagnare un vantaggio comparato nella competizione economica alle imprese agricole  del Pakistan, geograficamente molto vicine alla regione e soggette a costi di produzione meno elevati. Il potenziale vantaggio dei competitori pakistani sarebbe peraltro reso macroscopico dalle intese commerciali accordi commerciali in atto fra i due paesi.

Al di là delle critiche notizie afferenti all’instabilità interna, che ha raggiunto un livello di guardia nel mese di gennaio e che ha visto già numerose tragiche morti, il BJP del Primo ministro dovrebbe considerare anche il pesante segnale che la rivolta lancia come giudizio della politica economica decisamente non positiva.

Francesco Valacchi,
Geopolitica.info