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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoIn Ucraina frana la globalizzazione?

In Ucraina frana la globalizzazione?

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L’invasione russa dell’Ucraina non può essere derubricata a conflitto regionale. Per il progressivo coinvolgimento di un numero crescente di attori e per l’escalation a cui stiamo assistendo sarebbe importante tentare di darne una lettura nel più ampio contesto della crisi di quel fenomeno che chiamiamo “mondializzazione”. Proviamo a farlo con Francesco Marradi, analista strategico ed “Eurofighter Programme Officer” presso il Ministero della Difesa.

Alla luce dei fenomeni convergenti a cui stiamo assistendo – esplosione dell’inflazione, dinamica geopandemica, avvento dell’economia della scarsità e lancio dell’“Operazione speciale” in Ucraina – quale sarà lo sviluppo futuro della Globalizzazione? Pensa sia possibile introdurre la categoria di (Non)globalizzazione o di Globalizzazione frammentata?

Il punto è perfettamente centrato, ovvero, stiamo assistendo a una accelerazione di eventi, altrimenti determinati in un periodo di tempo più lungo – e quindi più influenzabili, oppure con dinamiche “liminali” che ne alterano la percezione, creata dalla convergenza di più fattori di portata estesa, intendo geograficamente e socialmente. La velocità del cambiamento, che sia esso “naturale”, cioè come conseguenza di secondo ordine di fenomeni di primo ordine, oppure indotto volontariamente tramite una determinata interpretazione e gestione degli eventi, impedisce agli eventi di essere diluiti nel tempo, eventualmente manipolati o sanitizzati, e quindi emergono in tutta la loro percezione presso larghi strati dell’opinione pubblica, che logicamente si interroga riguardo un futuro che appare quanto mai certo nelle componenti macro, quanto incerto in quelle micro, quelle della propria sfera personale. Questa introduzione sulla percezione degli eventi in corso non è casuale, poiché la risposta alla domanda è conseguente alla risposta ad un’altra domanda anteriore: ma che cosa è la Globalizzazione? È innegabile che il termine sia entrato in uso a iniziare dalla fine degli anni ’80, quindi non può essere estraneo all’Evento planetario in corso in quel tempo: caduta del Muro di Berlino e successiva dissoluzione del Patto di Varsavia. Il mondo si è ritrovato (all’improvviso) unipolare e capitalista, anche se il processo di globalizzazione economica, sociale e culturale era già in corso dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, all’interno del blocco Occidentale, e portato proprio in quegli anni in evidenza grazie alla nascita delle prime catene di produzione estese e alla suddivisione del lavoro aumentata abilitata dall’avvento del personal computer e delle reti dati internazionali (non siamo ancora all’avvento di Internet). Ma, detto ciò, cosa possiamo dire della Globalizzazione? È veramente un unicum globale? Oppure dovremmo intendere un insieme di “più globalizzazioni”, ognuna separata anche se comunicante con le altre, dato dalla sovrapposizione di più mappe di reti geografiche (rotte energetiche, canali finanziari, reti di catene produttive, reti di cluster territoriali intorno a megalopoli, reti di telecomunicazioni e dati)? Oppure stiamo parlando di un sistema gerarchico “hub-n-spikes” cultural-economico? La mia opinione è che la costruzione mentale denominata “Globalizzazione” non sia in realtà mai esistita, è una semplificazione di complessità necessaria per comunicare all’interno di un corpo sociale complesso; mentre esiste una costruzione multidimensionale formata da cluster regionali tra loro interconnessi, nelle quali agiscono centri di irradiazione culturali per via mass-mediatica, e sulla quale insiste un livello di astrazione occupato da fenomeni ad alta velocità di reazione, questo sì globale, dominato dalla rete finanziaria.
Quindi, una Globalizzazione-incompiuta, ovvero frammentata. Una (Non)globalizzazione, volendo rispondere direttamente alla domanda. Essa pre-esisteva, in forma latente nella percezione, ma che ora emerge come necessità di un mondo Occidentale che viaggia verso un possibile trasferimento (riequilibrio) di Potenza verso Oriente. Quindi, una realtà auto-avverante, volendo, una sorta di “presa d’atto storica” per cui si riporta un quadro astratto alla realtà fisica delle geografie, delle popolazioni e degli Stati.

Le conseguenze economiche della Globalizzazione economica – in primis le delocalizzazioni e i processi di automazione – cancellando milioni di posti lavoro di livello medioalto stanno portando a una insofferenza generalizzata se non a una vera e propria una insurrezione nei Paesi occidentali. A ciò si aggiunge l’incapacità di integrare in un sistema valoriale le nuove generazioni (quelle che OrtegaYGasset chiamava “i barbari verticali). Quale può essere la cornice per risolvere queste dinamiche conflittuali?

“Barbari verticali”, l’immagine vivida e potente che riassume una dinamica sociale che va di pari passo (forse conseguente? Necessariamente conseguente?) a quella della (Non)Globalizzazione. Sembra scritta oggi, ma è del 1929, quando ancora di globalizzazione nemmeno si pensava che esistesse, a parte forse nella proto-critica pubblicata da Engels nel 1844 riguardo il mercantilismo («Schizzo d’una critica dell’Economia politica»). E se andiamo a leggere dentro il significato attualizzato di tale accezione, troviamo una popolazione iperconnessa tecnicamente e disconnessa socialmente, fatta di individui «che usano Twitter o Facebook come manganelli, o sparano raffiche di fonemi nei talk show», soprattutto giovani (Riccardo Chiaberge, L’invasione che non si vede e i “barbari verticali” di Ortega – Treccani, settembre 2015). Questo significa un consistente bacino di prede per ogni tipo di bias cognitivo, una moltitudine di isolati che istintivamente cerca di fare gruppo (branco?) attorno un’idea o ideologia condivisa e che soddisfi le necessità di trovare una “verità” capace di confermare o dissipare dubbi, certezze, timori. Su questa base, si innesta l’Innovazione, il salto di paradigma tecnologico che, lungi da essere una novità in termini sociali, questa volta non si ferma a sostituire forme di energia e introdurre nuove forme di organizzazioni del lavoro, ma lo ridefinisce fin dalle basi, nei ruoli e nei rapporti. Le reazioni, le stesse ribellioni, non sono lineari e prevedibili: chi avrebbe mai detto che le stesse tecnologie e lo shock pandemico avrebbero innescato il fenomeno delle dimissioni, la “fuga dal lavoro” alla ricerca di un equilibrio vitale che non è stato perduto oggi, ma è conseguenza di anni di deriva sociale? Siamo di fronte a fenomeni che si sviluppano in parallelo: chi viene sostituito o chi teme di essere sostituito a breve – sempre a causa di percezione alterata, e chi invece non avrebbe questo problema ma comunque lascia per una nuova avventura, più “vivibile”. Il tutto cosa lascia a livello di sistema economico? Veramente la “mano invisibile” lo sta guidando nella direzione corretta? O forse stiamo andando verso un sistema subottimale, che offrirà al ciclo economico avverso l’occasione per innescare un arretramento dalle condizioni di benessere ancor più drammatico di quanto già verificabile? Quale può essere la risposta? Ritengo che esista uno scenario anche peggiore, ovvero che la risposta sia quella di “fermare le macchine”, di opporsi a ogni cambiamento tecnologico sperando così di “ricreare lavoro”: non funzionerebbe perché implicherebbe la necessità di disconnettersi da ogni rete e circuito economico, alzare barriere; in pratica smobilitare buona parte del sistema nazionale. Bisogna a questo punto fare una seria riflessione sulla dinamica in atto, intendo riflessione vera e non ideologica. Se bisogna accorciare il raggio delle relazioni internazionali, smobilitare parte della (Non)Globalizzazione, ricostruire le catene di produzione, le rotte energetiche – perché questo è ciò che sembra inevitabile oggi – allora riappropriamoci dei nostri valori, ripartiamo da noi e dal Mediterraneo, dai valori fondanti europei. Ricreiamo la nostra identità di italiani, cittadini del mondo, facendo quello che abbiamo sempre fatto per secoli, cioè declinare secondo la nostra sensibilità culturale ogni forma di novità, oggi quella tecnologica. Usciamo dalla logica di dover andare a comprare una identità al supermercato; ne abbiamo già una in casa per eredità storica e per meraviglia geografica. Riconnettiamoci.

Come legge il rapporto tra tecnologia, globalizzazione e conflitti?

Provocatoriamente, oserei dire al limite del perverso. La tecnologia è la base fondante della globalizzazione (assieme al capitalismo di matrice anglosassone), la conflittualità post-sovietica a cui stiamo assistendo ha tra le cause fondanti la globalizzazione, inutile nasconderlo. Laglobalizzazione è un processo che necessita nuovi territori, sia quelli fisici, sia quelli “meta” dei livelli astratti e digitalizzati. Se non si crea equilibrio in questa espansione, allora le forze multidimensionali si sfogano in punti critici dove può essere rialzata la bandiera dell’ideologia a giustificazione della violenza fisica, che diventa solo l’espressione materiale di violenza in corso nei livelli immateriali. Il “warfare” è cambiato, è diventato multiforme, multilivello. Le stesse differenze e categorizzazioni non riescono più ad abbracciare lo spettro di soluzioni a disposizione. La tecnologia ha abilitato tutto a livello militare (weaponize come si legge negli studi provenienti dalle Accademie e dai Think Tank d’oltreoceano). La globalizzazione offre i canali per poter proiettare la potenza oramai “quantistica” immediatamente a livello planetario, passando per i livelli astratti sopra l’ambiente fisico. Il senso storico è praticamente annichilito in un costante presente, la geografia è diventata piatta. In un certo senso, hanno ragione i terrapiattisti: il mondo è piatto, raggiungibile ovunque. Ed ecco la reazione, brutale, apparentemente illogica; emerge come ogni struttura emerge dalla complessità. L’Attrattore Storico ha fatto un salto. Parlano le armi, con tutto l’orrore che ne consegue. L’energia liberata nel sistema farà fare un altro salto all’Attrattore, che tenderà verso un altro equilibrio, sempre dominato dalla tecnologia, a globalizzazione ristretta. Sempre che abbia ancora un senso chiamarla così.


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