In Tunisia la rivoluzione è incompiuta e la geopolitica bussa alla porta

La Tunisia contemporanea è specchio di diversi processi che stanno attraversando la regione mediterranea, sia a livello socio-economico sia geopolitico. Sul piano domestico, soprattutto a causa delle conseguenze della crisi del Covid-19, il Paese riscopre gli scheletri nell’armadio del post- Jasmin Revolution e gli scenari sono tutt’altro che rosei. Su quello geopolitico, la politica tunisina dimostra di essere uno straordinario termometro del conflitto in atto tra Francia e Turchia. Ovvero lo scontro -diretto o per procura- che attraverserà inevitabilmente le acque del Mare Nostrum nei prossimi anni, non solo in Libia. (Stati Uniti permettendo).

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Se le “rivoluzioni arabe” non sono “rivoluzioni”

La parola “rivoluzione” è usata (e abusata) in qualsiasi teatro politico, ovunque nel globo e sempre nella storia. Sebbene venga impiegata per convenienza da coloro che mirano al sovvertimento del potere costituito, in realtà è anche definibile oggettivamente come un processo che porta a un cambiamento netto e duraturo della struttura politica, economica, sociale e culturale di un Paese. È un giro di 180° da un sistema A a un altro B. Un percorso complesso talvolta però vanificato da imprevisti che disegnano un giro di 360° o addirittura di 0°. È necessario allora giudicare la storia solo ex post, per non farsi sedurre dalle sirene della (legittima) retorica strumentale degli attori in gioco. A tale proposito, le straordinarie rivolte antisistema che nel 2011, partite dalla Tunisia, interessarono Libia, Egitto e Siria, note come “primavere arabe” o “rivoluzioni arabe”, cavalcate successivamente (e non create) da alcuni soggetti europei –in primis Francia e Regno Unito- si rivelarono invero fenomeni drammatici dai risvolti opposti a quelli prefissati. Non si riscontra in essi alcuna transizione sostanziale da un sistema a un altro, né tantomeno dunque possono essere definiti come “rivoluzioni” o “primavere”. A meno che non intendiamo come “rivoluzione” la presa di coscienza socio-politica da parte di questi popoli e il loro coraggioso tentativo (talvolta riuscito) di esautorare il capo di stato di turno. Ma ciò sarebbe alquanto riduttivo. Rivoluzione significa molto di più.

In Tunisia la rivoluzione è incompiuta

La Jasmin Revolution, madre delle cosiddette “primavere arabe” è stata allora effettivamente una revolution?

La Tunisia è oggi ancora nel mezzo del processo rivoluzionario. Dal 2011 il Paese ha attraversato cambiamenti sostanziali inediti, in particolare a livello costituzionale e nel campo dei diritti civili. La Tunisia può a buon diritto essere annoverata –con squisita retorica orientalista– come una democrazia. Sono ad esempio presenti elezioni effettive, pluripartitismo, dibattito civile libero, associazionismo dal basso, organi intermedi e una costituzione dallo straordinario compromesso tra islam politico e stato moderno. Tuttavia le deficienze strutturali, soprattutto di carattere socio-economico tra centro e periferia, sono troppe e portano il popolo a protestare nelle strade contro una classe politica a suo giudizio corrotta. Nelle parole di Giuliana Sgrena: “Immolarsi non fa più notizia in Tunisia”. Ebbene sì, in questi nove anni le promesse di lotta alle disparità sociali, alla corruzione ealle economie informali sono state in gran parte eluse e deluse e le immolazioni persistono ma non hanno la stessa eco che ebbe quella del venditore ambulante Mohammed Bouazizi, iniziatore della “Rivoluzione dei Gelsomini”. La recente crisi del Covid-19 ha messo a nudo i limiti della struttura statale: sebbene a livello sanitario il virus abbia causato ufficialmente “solo” 50 vittime, la crisi economica è profonda e probabilmente è solo l’inizio. Le periferie, specialmente quelle del sud del Paese, come la città di Tataouine, sono tornate in piazza. Questa volta chiedendo soprattutto (o solo) il pane. La rivoluzione è un processo lungo e la Tunisia lo dimostra. Parlare di “rivoluzione” o di “primavera” tunisina è corretto nella misura in cui si descriva un processo in fieri, ma rischia di celare totalmente la situazione di reale precarietà in cui versa il Paese. Mantenere tale sguardo distaccato e severo permette di essere rispettosi verso un popolo che troppo spesso ha fame e, drammaticamente, della democrazia liberale non sa che farsene.

Il 15 luglio scorso, Elyes Fakhfakh, leader del governo di coalizione, si è dimesso. Le dimissioni sono arrivate al culmine di un braccio di ferro con il partito islamico Ennahda, partner della coalizione di governo, che accusava il primo ministro di conflitti d’interesse, tema sul quale ha presentato una mozione di sfiducia. Le sue dimissioni, depositate prima del voto di sfiducia, investono il Presidente della Repubblica Kais Saied, del compito di formare un nuovo governo.

La Tunisia: metro di giudizio del conflitto mediterraneo di oggi e di domani tra Francia e Turchia.

La Tunisia subisce e non crea la geopolitica. Il Paese, fin dai tempi di Ben Ali, arbitro e non giocatore dei conflitti regionali, è chiamato oggi per impellenza geografica a schierarsi in merito al dossier libico. La frontiera tunisina con l’ex colonia italiana è di 459 km e i pericoli securitari che scaturiscono da questa poroso confine sono enormi: su tutti la circolazione di milizie jihadiste in uscita e in entrata (la Tunisia è tra i più grandi incubatori di foreign fighters e nel 2015 l’ONU ne contò circa 5000 in uscita verso Siria e Libia). Il conflitto libico mostra oggi in modo eccellente come nuovi processi geopolitici siano in atto. Gli USA, sebbene ancora policeman della regione, non si curano della Libia –proprio come accadde nel 2011. Il Mediterraneo soffre allora di un’ apparente venir meno della pax americana e i vuoti vengono, quasi per leggi fisiche, colmati dai più capaci attori in loco: Turchia e Francia. La Turchia ha ormai messo le tende in Libia e non le leverà. Anzi, probabilmente combatterà sino alla fine senza aspettare spartizioni “pacifiche” del territorio. La Francia, da una parte, teme l’uscita del dominus americano e, dall’altra, coglie la straordinaria opportunità della “morte cerebrale della NATO” e pensa di sostituirsi a Washington per tornare a essere ciò che è sempre stata: un impero. Lo scenario bellico vede, da un lato, il blocco filo-Fratellanza Musulmana impersonato dalla Turchia e dal Qatar e rappresentato a Tripoli dal Presidente internazionalmente riconosciuto Fayez al-Sarraj e, dall’altro, il blocco dalle petro-monarchie del Golfo (EAU ed Arabia Saudita) con l’aggiunta di Egitto, Russia e Francia, rappresentato dal fragilissimo warlord Khalifa Haftar.  

Le spaccature interne riguardo al dossier libico

La guerra libica dà vita in Tunisia a gravi spaccature politiche sia all’interno del Parlamento sorto in Ottobre 2019, sia tra lo Speaker della Camera Rashid Ghannouchi e il Presidente della Repubblica Kais Saied. Ghannouchi, leader di Ennahda (partito di maggioranza relativa, vicino alla Fratellanza e il più grande fruitore della rivolta del 2011) si è schierato al fianco di al-Serraj tanto da congratularsi via telefono con questo dopo la presa della base al-Fattiwa del 18 Maggio. Questa diplomazia parallela di Ghannouchi cozza drasticamente con la struttura costituzionale, per la quale è il Presidente della Repubblica a dirigere la politica estera, e ha scatenato l’ira di numerosi partiti (non solo dell’opposizione). Ormai in Parlamento è aspro scontro tra Ghannouchi e Abir Moussi, leader del Partito Libero Destouriano (il quinto partito per seggi in Parlamento, fondato su un’ideologia bourhighibista, in parte nostalgico del periodo pre-2011 e sostenitore di Haftar). La crisi intra-parlamentare ha visto il suo picco quando il 3 Giugno, su proposta di Moussi, è stata votata e tuttavia bocciata una mozione tesa al rifiuto di ogni intervento straniero in Libia, in altre parole un tentativo di sfiducia verso il leader di Ennahda.

Più importante ancora è forse lo scontro tra Ghannouchi e il Presidente Saied. Quest’ultimo, rigoroso uomo di legge, riafferma la costituzione e ha continuato a sostenere una soluzione pacifica delle controversie in Libia. Tuttavia, da un po’ di tempo non risparmia accuse più o meno dirette contro lo Speaker della Camera e, dopo lavisita all’Eliseo del 22 Giugno, sembra che la sua linea si sia nettamente acuita. La conferenza stampa con Macrone le dichiarazioni postume lasciano intendere uno scenario chiaro: la Tunisia non appoggia più a tempo indeterminato al-Serraj e si schiera sempre più al fianco di Parigi. La Francia si è fatta sentire e a gran voce: Saied contro Ghannouchi significa Parigi contro Ankara. A esacerbare il dissidio è infine la notizia che in una riunione speciale sulla sicurezza presieduta da Saied con i massimi dirigenti dell’esercito e della sicurezza il 9 luglio, Ghannouchi non è nemmeno stato invitato.

Sono passati nove anni ma il copione non è variato di molto: alla crisi in Libia segue un grande attivismo francese e un disinteresse americano. L’unica variante è l’intervento armato della Turchia, che allora rimase attore importante ma non arrivò alle mani.

Se la Tunisia non si occuperà della Libia la Libia si occuperà di lei.