In Pakistan: business militare, gestione dell’estremismo e il nuovo che non avanza

Il governo di Imram Khan fu protagonista di una vittoria elettorale, nel 2018, che aveva aspetti significativi e innovatori da un punto di vista normativo dal momento che il suo Pakistan Teehrik-e-Insaf (PTI) si aggiudicò l’agone elettorale basato su una nuova ponderazione di collegi che scaturiva dal censimento del 2017.  Ma vi fu un’evoluzione netta rispetto al passato anche di tipo socio-politico in quanto per la prima volta nell’alternanza tra i dirigenti del Pakistan Peoples Party (PPP) e Lega Musulmana (LM) apparve un terzo attore forte e votato alla competizione politica parlamentare.

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Il PTI godeva e gode di un forte sostegno tra un elettorato meno tradizionalista di quello che esprimeva il proprio assenso per la Lega Musulmana e i suoi notabili e non decisamente votato al progressismo del PPP (almeno sulla carta), si tratta di una base elettorale che vede un forte sostegno dell’etnia pashtun ed una certa concentrazione nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa. Tra gli aspetti meglio noti ed esaminati del fenomeno PTI si può citare la presenza e la forte influenza di organizzazioni giovanili come ben evidenziato da Hassan Javid, politologo e studioso della dimensione sociale delle compagini partitiche del Pakistan.¹ In un certo modo la leva su cui si è basato il sostegno al PTI (almeno apparentemente) è stata quella del richiamo verso il rinnovamento (approcciato no di rado con ispirazione populista), la rottura con il vecchio equilibrio partitico e la decisa presenza giovanile nelle fila della compagine politica di Imram Khan. 

¹ Cfr. Hassan Javid, Patronage, Populism and Protest : Student Politics in Pakistani Punjab, in « South asia Multidisciplinary Academic Journal » n. 22, 2019, pp.1-16.

Se analizzato secondo i canoni accademici il populismo di Imram Khan non può essere definito tale tout court, infatti presenta solo alcune caratteristiche della retorica populista: un continuo richiamo alla mobilitazione per il rinnovamento e la rottura dal vecchio sistema, un costante raffronto ad ideali generali ma non legati ad una caratterizzante declinazione politica, come la giustizia (non a caso il nome del partito può essere tradotto come Movimento per la Giustizia del Pakistan) e la retorica dello scontro politico diretto e non del confronto politico, che pure non afferisce al sovvertimento rivoluzionario. Manca però, nell’azione e nella comunicazione di Imram Khan quell’opposizione alla rappresentanza mediata in special modo del potere legislativo che è tipica di un certo modello di populismo richiamato anche da Carl Schmitt. Nel discorso di Imram Khan rimane fermo il punto della scelta della via della rappresentanza e della democrazia elettiva come via maestra del governo del paese e manca l’esaltazione della personalità del leader politico che, seppur esercita un carisma notevole, non ha cercato di introdurre una formula presidenzialista di alcun tipo pur muovendosi verso un determinato accentramento.

La resilienza del military business ed il rapporto con Nuova Delhi

La storia della Repubblica Islamica del Pakistan attraversa l’imposizione al paese di tre periodi di dittatura militare. Il primo periodo fu dal 1958 al 1971 con l’avvento al potere del Generale Mohammad Ayyub Khan e, successivamente di Mohammad Yahya Khan, il secondo fu dal 1977 al 1988, con Mohammad Zia-ul-Haq, alleato degli Stati uniti nel contrasto all’operazione sovietica di occupazione dell’Afghanistan ed il terzo è rappresentato dal governo militare di Pervez Musharraf dal 1999 al 2008, anno in cui vennero svolte regolari elezioni che reintrodussero in Pakistan un sistema nominalmente democratica. La presenza, forte, del potere militare è sempre stata fattore centrale e non contorno del sistema politico del Pakistan e l’influenza del potere armato è passata da un livello immanente come l’assunzione ufficiale ed effettuale del potere attraverso il colpo di stato militare (come con Mohammad Ayyub Khan, Mohammad Zia-ul-Haq e Pervez Musharraf), ad un potere forte di tipo giuridico (attraverso cessioni della sovranità statale come nel caso dell’adozione dei Pakistan Army (Amendment) Acts) e della creazione di una struttura esecutiva parallela a forte caratura economica e politica.
Una foto attendibile della struttura esecutiva militare che affianca e dirige le scelte dell’esecutivo di Islamabad è narrata da Ayesha Siddiqa nel suo Military Inc. – Inside Pakistan’s Military Economy.

Il sistema creato negli anni, in special modo dal periodo della dittatura del Generale Mohammad Zia-ul-Haqq ha atteso alla creazione di una economia a completo controllo dei militari e del proprio entourage, accesa dagli aiuti internazionali ma basata attualmente su fondi pubblici a completo controllo di esercito, aeronautica e marina militare che crea un indotto (forniture, appalti e posti di lavoro) a prescindere dal quale l’economia del paese (già in condizioni precaria) subirebbe ulteriori gravissime perdite. Il timone del military business è fortemente tenuto in mano da società e fondazioni controllate da generali e dirigenti delle forze armate come la Fauji Foundation o il Department of military land and cantonments (un ente che gestisce al fine di creazione di profitto il patrimonio demaniale di origine militare o annesso). Il ruolo dei militari ha assunto un peso determinante anche nella gestione della formazione, grazie alla gestione delle accademie e dell’interscambio universitario e nell’ambito della ricerca, si verifica sempre più frequentemente che gli scambi con gli atenei esterni siano gestiti da fondazioni militari e comunque le accademie militari sono fra i più attivi istituti nello scambio culturale con l’estero. Questa tendenza concede all’esercito il privilegio di gestire un aspetto importante della formazione d’eccellenza e quindi della classe dirigente futura del paese.

Pur se con il passaggio democratico avvenuto fra gli esecutivi del 2013 e del 2018 appare che il potere militare abbia rinunciato ad un’ingombrante presenza nel panorama politico interno, resta la concreta e discreta presenza dei militari capaci di influenzare, grazie ad influenti gruppi di pressione nazionali ed internazionali, l’operato di Imram Khan. Un esempio del peso persistente delle forze armate nella politica interna ed estera del paese è l’importanza attribuita alle parole del Capo di stato maggiore dell’esercito Generale Qamar Bajwa nella distensione fra Islamabad e Nuova Delhi, giunta ad un punto focale a seguito della lettera di Narendra Modi a Imram Khan. Nel discorso tenuto a marzo ed in vari interventi sui social (galassia nella quale le forze armate del Pakistan sono molto attive), il Generale ha espresso un cambio di 180° nella postura dei militari verso il nemico di sempre, affermando che è giunto il tempo di seppellire il passato ed iniziare un serio cammino verso la cooperazione, denso di opportunità di cooperazione anche economiche. Il nuovo approccio delle forze armate, se confermato anche dalle azioni, sarebbe propizio ad un futuro di reale riappacificazione, sinora osteggiata dall’esercito poiché lo scontro fisico con l’India era motivo di importanza per le forze armate e fonte di sostentamento (anche, ma non solo, economico).

²Cfr. Ayesha Siddiqa, Military Inc. – Inside Pakistan’s Military Economy, Pluto Press, London, 2007, passim.

La frammentazione etnica verso spinte centrifughe e scelte estremiste

Un’altra endemica problematica del paese, la frammentazione etnica, non sembra aver trovato una risposta nella politica del PTI, che spesso cavalca la frizione fra etnie per ottenere consensi. Per ottenere il significativo risultato elettorale del 2018 il PTI aveva percorso la scivolosa strada di una campagna di lotta all’ingerenza militare statunitense sul territorio nazionale, sostenendo, parallelamente ad essa, anche il diritto ad una maggiore identità politica per la dimensione tribale di etnie come quella dei pashtun. La campagna anti-droni statunitensi era stata emblema di questo atteggiamento che pur assumendo toni significativi in politica interna, veniva lasciato magistralmente sotto tono in politica estera.

Anche le frizioni con l’India hanno dato a Imram Khan una ghiotta occasione di offrire un supporto incondizionato a etnie a forte connotazione, come i kashmiri e balti. Ma lo slancio etnico incondizionato, se non supportato da una politica programmatica, programmata e concreta può, nel medio-lungo termine, condurre ad effetti controproducenti e, dal momento che l’azione di Imram Khan sinora si è dimostrata limitata al breve termine, il fenomeno si sta già proponendo con in pashtun che stanno tornando a rivolgersi a vecchie formazioni politiche nazionaliste. Un pericolo ulteriore, data la storia sociale del paese, è sicuramente rappresentato dal fatto che in mancanza di una politica di inclusione etnica concreta, il paradigma tribale possa tornare a rifugiarsi sotto l’ombrello di formazioni religiose estremiste.


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In conclusione, la novità che il governo del PTI sembrava essere sul punto di portare al temine del decennio 2010 non appare così sostanziale e sotto la patina del nuovo, aiutata anche da una politica regionale in continua evoluzione, si nascondono gli endemici acciacchi del subcontinente che se non gestiti da un governo centrale legittimo potrebbero essere sfruttati da gruppi di potere o particolarismi etnici.