In Libia si decide il futuro del paese (e quello nostro). Ma l’Italia dov’è?

Nell’intricata vicenda libica, che appare mostrare segni di distensione interna tra le forze governative di Al-Serraj e le truppe di Haftar e laddove stanno agendo diversi paesi stranieri, ognuno secondo una precisa strategia di politica estera, in Italia il Presidente del Consiglio Conte saluta con favore in un tweet l’avvicinamento delle due parti in campo. In realtà, il grande assente degli ultimi mesi e nelle ultime fasi decisionali nel quadrante libico, è proprio l’Italia.

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Concentrati sul dibattito relativo alle riaperture delle scuole, all’uso delle mascherine, al numero dei contagiati di Covid, i media italiani e chi governa il paese sembrano aver pressoché dimenticato gli obiettivi strategici della politica estera italiana.

La prospettata pacificazione libica si deve anche alla forte presenza turca, che ha avuto in concessione per 99 anni il porto di Misurata e che da mesi ha avviato scambi diplomatici e trattative di cooperazione per la fornitura di elettricità e non solo da parte di Ankara. L’attivismo di Erdogan al fianco di Al-Serraj non sarebbe affatto indenne per l’Italia, andando a intaccare in maniera assai rilevante i nostri interessi nazionali, confliggendo direttamente con le attività poste in essere dall’Italia attraverso l’Eni. Non casualmente il presidente Claudio Descalzi aveva incontrato a luglio proprio il presidente del governo di Tripoli Al-Serraj, assicurandolo sulla fornitura di energia elettrica per la popolazione. Tra gli incontri vi era stato anche quello con il presidente di National Oil Corporation libica, Mustafa Sanalla, per discutere del progetto Structures A&E e per aumentare la produzione di gas di Bahr Essalam, il più grande giacimento off-shore libico (a 120 km a Nord ovest da Tripoli) e gestito dagli impianti di Mellilah e Sabratha. Proprio Sabratha era stata riconquistata dalle milizie di Al-Serraj nello scorso aprile, sottraendola così al controllo delle truppe di Haftar e il gas gestito da questi due siti arriva direttamente a Gela tramite il gasdotto Green Stream.

Per capire ancor meglio la rilevanza che riveste il paese nordafricano per i nostri interessi basti citare qualche dato relativo a quanto, solo dal punto di vista energetico, siamo legati alla Libia attraverso Eni, quarta azienda italiana con oltre 33 mila dipendenti e un fatturato annuo di circa 55 miliardi di euro. Proprio in Libia l’attività è intensissima, con la produzione di oltre 10,5 miliardi di metri cubi di gas all’anno, 8 dei quali arrivano annualmente nel nostro paese per l’approvvigionamento nazionale, e di 170 mila barili di petrolio al giorno. Inutile poi menzionare quanto, oltre alla presenza energetica, sia fondamentale la prospettiva geopolitica italiana di una forte presenza nel Mar Mediterraneo quale più immediato teatro d’azione della politica estera del nostro paese.

Nelle trattative diplomatiche in corso, l’eventuale spostamento di alleanze da parte di Al-Serraj a favore della Turchia potrebbe risultare dirimente. Si tratta, com’è evidente, di questioni strategiche di primaria importanza per il nostro paese e per il nostro futuro, che deve basarsi sul confronto con ciò che gli altri paesi stanno facendo: oltre al ruolo di primo piano che sta svolgendo la Turchia, che ha ottenuto la concessione del porto di Misurata per 99 anni, la Russia sta allargando ulteriormente il suo raggio d’azione regionale dopo l’appoggio alle truppe governative siriane nella guerra contro l’Isis, avendo così già ottenuto un importante accesso nel Mediterraneo orientale. Si stanno muovendo la Germania e la Francia, con gli Stati Uniti che agiscono a pieno titolo, mentre l’Italia sembra essere davvero il grande assente nelle trattative politiche e diplomatiche in corso, che stanno definendo il presente e il futuro della Libia e, con esso, il ruolo degli attori regionali e dei propri interessi nazionali.

Lungi dal voler entrare nel dibattito strettamente politico italiano, non si può non mettere in rilievo una certa inedia della Farnesina rispetto a tali questioni, che evidenzia due atteggiamenti adottati dal governo, che appaiono in netta controtendenza con la tradizione strategica italiana. Da una parte pare infatti farsi sempre più largo la tendenza a favorire le risorse rinnovabili, a discapito sia degli interessi strategici di medio e lungo periodo adottati dall’Italia sia dello status quo che caratterizza e ha sempre caratterizzato i nostri interessi strategici, senza che tale (legittima) visione appaia accompagnata da una strategia condivisa proprio con l’Eni, che è tra l’altro uno dei massimi attori mondiali sul tema. Dall’altra parte pesa enormemente l’ambiguità dell’esecutivo nei confronti di Pechino, che rischia di spostare sempre più sensibilmente il baricentro geopolitico italiano dall’Alleanza atlantica al regime cinese. Tale ultimo aspetto non è affatto secondario in ciò che sta accadendo proprio in Libia, dove le decisioni degli Stati Uniti, di certo non irrilevanti, dovranno necessariamente tener conto del gioco delle alleanze e della credibilità e affidabilità dei propri partner strategici nel Mediterraneo e tra questi anzitutto dell’Italia.

La politica estera turca, fatta di alleanze multilaterali, si snoda sulla crucialità della presenza nei mari secondo la strategia della Patria Blu: lo attestano le aggressive politiche a Cipro, dove all’occupazione della parte settentrionale del paese si sono affiancate le attività di Ankara di trivellazione anche nelle Zone economiche esclusive greche, la presenza sempre più evidente in Somalia e nell’Africa orientale, nella stessa Libia e nel Mar Nero, partendo dal presupposto che il controllo dei mari risulti funzionale ai propri interessi nazionali e all’approvvigionamento energetico del paese.


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Di fronte all’assertività turca, che oltretutto fa leva sulla crisi dei migranti per tenere sotto scacco l’Unione europea, la blanda attività diplomatica italiana e la poca chiarezza nel gioco delle alleanze bilaterali strategiche rischia di minare alle sue basi il futuro della presenza nel paese e le quote di indipendenza energetica che da quella derivano. Il pericolo più concreto, nel lasciare spazio di manovra alla Turchia nelle zone di primario interesse italiano, è quello di vedere ridotta la presenza internazionale del nostro paese e, con essa, il nostro ruolo e la capacità economica che su quegli interessi e su quelle attività si è basata negli ultimi decenni.

Alessandro Ricci,
Geopolitica.info e Università di Roma Tor Vergata