Impulsi endogeni e pressioni esogene: cosa implica l’accordo Fatah-Hamas per la politica palestinese?

La politica dei territori palestinesi sta affrontando un riassetto della propria linea strategica, alla luce degli sviluppi regionali e internazionali sulla questione del conflitto arabo-israeliano. Gli accordi di Abramo mediati dalla Casa Bianca hanno rappresentato un terremoto strategico il  leader dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, il quale ha basato il suo progetto diplomatico sul sostegno della comunità internazionale e del mondo arabo e islamico. Ora che il consenso arabo è stato spezzato, il ritorno all’autosufficienza palestinese è diventato il fulcro della nuova strategia e la chiave per una resistenza popolare non violenta.

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Il 3 settembre Abbas ha convocato una sorta di “Stati Generali”, invitando tutti i Segretari Generali dei vari partiti palestinesi (fra cui anche Ismail Haniyeh, leader di Hamas e Ziyad al-Nakhalah, capo della Jihad Islamica Palestinese, le due fazioni più importanti di Gaza). L’incontro, tenutosi a Ramallah in videoconferenza il 3 settembre, ha impegnato i leader riuniti a discutere su come reagire alla pressione diplomatica. Il risultato è stata la creazione del Fronte unificato per la Resistenza Popolare, un comitato formato da tutte le fazioni dell’OLP, con l’aggiunta di Hamas e Jihad Islamica Palestinese, che servirà a unificare gli sforzi di tutte le fazioni per guidare una nuova campagna di resistenza popolare in tutti i territori palestinesi. Tuttavia, la notizia più importante è sicuramente l’annuncio di nuove elezioni concordate fra i due principali partiti palestinesi, Fatah, che controlla la Cisgiordania, ed Hamas, che governa Gaza. Infatti, il 24 settembre, membri del Comitato esecutivo dei due partiti si sono incontrati al Consolato Generale palestinese ad Istanbul, e anche grazie alla mediazione turca, si è giunti all’accordo per nuove elezioni generali palestinesi, le prime da oltre 14 anni. Secondo la dichiarazione congiunta, i territori palestinesi saranno testimoni di tre elezioni nei prossimi mesi. In primo luogo, si terranno le elezioni legislative del Consiglio Legislativo Palestinese (il Parlamento con sede a Gaza che non si riunisce dal 2007). In seguito, il piano prevede la formazione di un governo di unità nazionale e quindi le elezioni presidenziali dell’Autorità Palestinese.

Lo storico consenso raggiunto tra le due fazioni non deve però oscurare il fatto che la condivisione dei poteri e la leadership della lotta nazionale hanno rappresentato il punto debole della politica palestinese. Infatti, le elezioni sono state a lungo fonte di tensione tra Hamas e Fatah. Nel gennaio 2006, l’inaspettata vittoria di Hamas alle elezioni legislative portò al boicottaggio internazionale del governo guidato da Ismail Haniyeh, e alla centralizzazione del potere dell’Autorità Palestinese nelle mani di Abbas. La successiva battaglia di Gaza, che vide le forze di sicurezza di Hamas cacciare quelle di Fatah dalla Striscia, diede luogo all’attuale rottura istituzionale, con Gaza de facto in mano ad Hamas e la Cisgiordania sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, e quindi di Fatah.  Nel corso degli anni, i due partiti hanno varie volte tentato un riavvicinamento, firmando diversi accordi al Cairo (2011 e 2017), alla Mecca (2007) e a Gaza (2014). Eppure, non hanno portato ad una sostanziale riconciliazione ed il loro scopo è stato più che altro rafforzare la legittimità di ciascun partito tra i rispettivi elettorati. Le elezioni potrebbero essere la migliore via d’uscita dall’impasse politica perché risolverebbero i dubbi su chi detiene la legittimità legislativa ed esecutiva nei territori palestinesi. Il riavvicinamento politico tra Fatah e Hamas è quindi tattico poiché attualmente serve gli interessi di entrambi i partiti contro una deteriorata situazione diplomatica regionale e dalla mancanza di legittimità interna.

Impulsi endogeni e pressioni esterne

È possibile delineare una serie di fattori, sia interni che esterni, che hanno inciso sulla volontà delle fazioni rivali di giungere ad un accordo. Per quanto riguarda l’Autorità palestinese, l’impeto propulso da Abbas nei recenti tentativi di riconciliazione riflette il fallimento della strategia di resistenza adottata da quest’ultimo. La normalizzazione fra Israele-Emirati Arabi Uniti-Bahrain ha infranto il cosiddetto veto palestinese, la clausola informale che, fin dall’inizio del conflitto arabo-israeliano, ha legato la normalizzazione dei rapporti fra stati arabi ed Israele al soddisfacimento dei diritti palestinesi. La perdita di questo importante strumento di soft power è stato un duro colpo per Abbas, il quale vede la situazione aggravata dalla bassissima popolarità del leader di Ramallah. Infatti, secondo l’ultimo sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research, il 58% dei palestinesi in Cisgiordania vorrebbe le dimissioni di Abbas, e soltanto il 30% degli intervistati reputa sufficiente la sua leadership. Il Presidente della PA, il cui mandato è scaduto ufficialmente nel 2009, ha già ribadito pubblicamente che non ha intenzione di ricandidarsi alle nuove elezioni ma in ogni caso ha intenzione di guidare la transizione democratica e di donare come lascito la riconciliazione nazionale della resistenza palestinese. Un ulteriore fattore di impulso è sicuramente la grave crisi economica dell’Autorità Palestinese, esacerbata dalla mossa di Abbas di rifiutare le tasse che vengono riscosse per conto del governo palestinese da Israele. Le entrate fiscali rappresentano circa il 60% dell’intero budget dell’AP e le perdite ammontano a circa 150 milioni di dollari al mese. Questa decisione, unita alla pandemia, ha contribuito alla crisi finanziaria in Cisgiordania. L’Autorità Palestinese, attualmente, non riesce a pagare gli stipendi dei funzionari e dei membri delle forze di sicurezza, il cui personale ammonta a 15’000 membri, e ha chiesto all’Unione europea prestiti urgenti. Tuttavia, l’Alto Commissario Europeo, Josep Borrell, ha spiegato ad Abbas che fino a quando i palestinesi non riprenderanno ad accettare le entrate fiscali da Israele, l’UE non fornirà nuovi prestiti o altra assistenza finanziaria.

Per Hamas invece, l’obbiettivo non è la riconciliazione con Fatah, quanto piuttosto la possibilità di tornare alle elezioni e riuscire nel tentativo di ricomporre la rottura istituzionale fra Gaza e la Cisgiordania. Superare il contenimento nella Striscia è una priorità strategica del Movimento, il quale aspira alle posizioni di governance dell’Autorità Palestinese per riuscire anche stabilire un sito iraniano nel cuore della Cisgiordania, vicino ai centri urbani israeliani. In una dichiarazione sul sito ufficiale di Hamas, il leader Ismail Haniyeh ha discusso gli sviluppi degli “Stati Generali” del 3 settembre, elogiando il clima di unità e compattezza creatosi fra l’establishment politico palestinese. Haniyeh, il quale sta anche competendo per la sua rielezione a Segretario Generale, ha sottolineato come Hamas sia alla ricerca del “comun denominatore” della politica nazionale, che permetta quindi la riconciliazione e che porti alla creazione di uno Stato palestinese sovrano con Gerusalemme come capitale. Inoltre, ha spiegato che l’unico modo per affrontare l’isolamento diplomatico è la costruzione di un fronte palestinese unificato. Tuttavia, ha precisato che la posizione di Hamas nei confronti di Israele non cambierà e che la strategia base della lotta nazionale rimane la lotta armata.


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In conclusione, l’isolamento diplomatico dell’Autorità Palestinese e l’opportunità per Hamas di interrompere il contenimento, hanno accelerato il processo di riconciliazione fra le varie fazioni palestinesi. Gli Accordi di Abramo non solo hanno violato il veto palestinese ma hanno dimostrato come il conflitto arabo-israeliano si stia sempre più trasformando in conflitto israelo-palestinese. Il messaggio è chiaro: la politica palestinese ha bisogno di uno sconvolgimento – nuovi leader, nuove istituzioni, nuove strategie di lotta – o rischia di cadere nell’irrilevanza. Tuttavia, non è possibile risolvere la questione soltanto con le elezioni. Le varie fazioni palestinesi devono necessariamente riformulare i loro obiettivi e la loro strategia di lotta nazionale, ma devono anche prepararsi per una nuova era delle relazioni regionali in Medio Oriente. I recenti sviluppi sottolineano il fallimento del progetto di sovranità dell’Autorità Palestinese (AP) e con esso il paradigma della soluzione a due Stati stabilita ad Oslo ormai 27 anni fa. Allo stesso modo, Hamas ritiene insostenibile continuare a sopportare il suo contenimento nella Striscia di Gaza entro i confini dell’assedio israeliano imposto nel 2007. Le elezioni potrebbero rappresentare un primo punto di partenza per l’intera riformulazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, organo diplomatico della politica palestinese, ormai messo in ombra dall’AP. Ciononostante, svolgere elezioni in un contesto estremamente delicato come quello palestinese è tutt’altro che scontato. Sia le elezioni legislative che quelle presidenziali coinvolgeranno oltre 5 milioni di palestinesi che vivono a Gaza e in Cisgiordania, senza contare tutti i palestinesi della diaspora che vivono nei paesi arabi. Sono necessari molti altri passi per garantire che gli attuali segnali positivi si traducano nell’aspirazione all’unità della politica palestinese, insieme a elezioni libere ed eque. Il percorso di riforma è soltanto all’inizio e andrà valutato in corso d’opera se l’accordo fra Fatah e Hamas abbia davvero una base solida o se sia soltanto un modo per entrambe le fazioni di prendere tempo e proseguire con il mutuo ostracismo.

Thomas Bastianelli,
Geopolitica.info