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11/11/2025
Cina e Indo-Pacifico

L’improbabile amicizia tra India e Talebani

di Massimiliano Pedoja

Lo scorso 9 ottobre Amir Khan Muttaqi – ministro degli esteri del governo talebano di Kabul – atterrava a Delhi per una visita di Stato di una settimana. Lo stesso giorno, l’esercito pakistano ha condotto diversi attacchi mirati sul suolo afghano, compresa la capitale Kabul, contro obiettivi del gruppo terrorista Tehrekk-e-Taliban Pakistan (TTP), tra cui il leader Noor Wali Mehsud. Nell’agosto 2021, dopo il ritiro americano dall’Afghanistan e il ritorno dei Talebani al potere in Afghanistan, in pochi avrebbero potuto prevedere lo scenario attuale. Per quanto sorprendenti, i recenti sviluppi si inseriscono in consolidate dinamiche di potere.

Lo scorso 9 ottobre Amir Khan Muttaqi – ministro degli esteri del governo talebano di Kabul – atterrava a Delhi per una visita di Stato di una settimana. Lo stesso giorno, l’esercito pakistano ha condotto diversi attacchi mirati sul suolo afghano, compresa la capitale Kabul, contro obiettivi del gruppo terrorista Tehrekk-e-Taliban Pakistan (TTP), tra cui il leader Noor Wali Mehsud. Nell’agosto 2021, dopo il ritiro americano dall’Afghanistan e il ritorno dei Talebani al potere in Afghanistan, in pochi avrebbero potuto prevedere lo scenario attuale. Per quanto sorprendenti, i recenti sviluppi si inseriscono in consolidate dinamiche di potere.

Un passato ritorna

Come testimoniato dalle statue di Buddha di Bamyan (distrutte proprio dai Talebani nel marzo 2001) e dal ritrovamento degli editti dell’imperatore Ashoka Maurya, le relazioni tra India e Afghanistan sono millenarie.

In diverse epoche la regione afghana è stata, però, il retroterra da dove sono state lanciate diverse invasioni straniere in India. 

La lista è lunga: Unni bianchi, Mahmud di Ghazni, Muhammad di Ghur, Moghul. Una menzione particolare merita la spedizione di Ahmad Shah Durrani, sovrano afghano immortalato nel “colossal” bollywoodiano “Panipat” del 2019.

Come ben noto a inglesi e russi, l’Afghanistan rappresenta la porta di accesso all’India dall’Asia Centrale e viceversa. Non può sorprendere che oggi sia tornato al centro di una battaglia di influenza che coinvolge diversi attori.

In tempi recenti, dopo il vuoto di potere causato dal ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan nel 1989, India e Pakistan si sono contesi l’influenza sul paese.

Per Islamabad era l’occasione per ottenere un “retroterra strategico”. Per Nuova Delhi mettere sotto scacco l’acerrimo rivale.

Per il Pakistan – sostenuto dai sauditi – la chiave per il controllo dell’Afghanistan fu il sostegno ai Talebani, che presero il potere a Kabul nel 1994.

L’India, con Russia e Iran, iniziò a fornire sostegno all’Alleanza del Nord, la coalizione anti-talebana guidata dal leader tagiko Ahmed Shah Masood.

La cacciata dei talebani ad opera della coalizione a guida americana, alla fine del 2001, fornì all’India una grossa opportunità di ritornare a contare in Afghanistan e scalzare il Pakistan. 

Nuova Delhi, infatti, sostenne, politicamente ed economicamente, i governi afghani che si succedettero.

Un sostegno che l’India pagò anche con il sangue, a causa di attacchi da parte dei Talebani a personale indiano nel paese. L’episodio più grave: l’attentato all’ambasciata indiana a Kabul nel luglio 2008.

Nessuna sorpresa, quindi, che dopo la caduta del governo di Ashraf Ghani nell’estate 2021 e il ritorno dei Talebani al potere a Kabul, Nuova Delhi abbia temuto un ritorno dell’alleanza tra Afghanistan e Pakistan e un incremento del rischio di terrorismo, in particolare in Kashmir.

A conferma della sfiducia verso il nuovo regime talebano, Nuova Delhi si affrettò a chiudere ambasciata e consolati e a ritirare tutto il suo personale diplomatico dal paese.

Il governo indiano, però, è rimasto vigile monitorando come potersi inserire nelle eventuali crepe del rapporto tra regime talebano e Pakistan.

Verso il disgelo

Un primo segnale di distensione e apertura è l’invio di una rappresentanza diplomatica indiana Kabul, nel giugno 2022, per sovraintendere alla distribuzione di aiuti umanitari.

Il processo di normalizzazione prosegue e tra novembre 2024 e agosto 2025 il governo indiano consente al regime talebano di nominare un console a Mumbai e Hyderabad e l’invio di un rappresentante a Nuova Delhi.

Sono i segnali che preannunciavano, nei fatti, la visita di Muttaqi a Nuova Delhi del 9 ottobre scorso e l’annuncio della riapertura dell’ambasciata indiana a Kabul.

La strategia indiana

La visita di Muttaqi e la riapertura dell’ambasciata a Kabul sono segnali chiari che il Nuova Delhi ritiene che per tutelare i propri interessi debba incrementare la sua presenza in Afghanistan e di giocare un ruolo da protagonista.

Il ministro degli esteri indiano, Jaishankar, non ha fatto mistero al suo “omologo” talebano che l’India si aspetta che il regime di Kabul faccia la sua parte nel “combattere il terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni”. 

L’interessamento indiano verso il regime talebano, tuttavia, non è dettato solo dalla lotta al terrorismo.

A livello strategico, l’obiettivo principale di Nuova Delhi è tenere Talebani e Pakistan separati quanto più a lungo possibile.

Si tratta di un adattamento in chiave contemporanea dell’antica dottrina del Mandala Rajya (o teoria dei cerchi). Secondo Kautilya/Chanakya, che la espose oltre 2000 anni fa nell’Arthashastra, i confinanti sono il tuo nemico e il confinante del tuo confinante il tuo alleato.

Non tanto diversamente da Kautilya, nell’incontro Jaishankar ha definito l’Afghanistan un “contiguous neighbour” e, velatamente, il Pakistan una “shared threat”.

Tra le righe delle dichiarazioni ufficiali sono emersi anche interessi nell’espandere i rapporti economici tra i due paesi, anche il principale interesse indiano in Afghanistan ha un nome preciso: T.A.P.I., ovvero Turkmenistan–Afghanistan–Pakistan–India Gas Pipeline.

Sebbene lo sviluppo questo progetto per portare il gas turkmeno in India sia iniziato diversi anni fa e accompagnato da diverse cerimonie, i lavori sono ripresi dopo il cambio di regime a Kabul ma proseguono lentamente.

Nuova Delhi confida che i Talebani possano assicurare quella stabilità e sicurezza necessari per consentire al progetto di finalmente prendere forma.

Grazie allo sviluppo di rapporti diplomatici, economici e sostegno umanitario – Jaishankar ha annunciato nuovi progetti finalizzati a migliorare la sanità afghana – il governo indiano punta a presentarsi al regime di Kabul come un partner affidabile, scoraggiare un riavvicinamento con il Pakistan e presentarsi come un’alternativa alla Cina.

L’interessamento indiano costituisce una boccata di aria fresca per il regime talebano in cerca di riconoscimento internazionale e legittimazione interna.

Seppure corteggiato dalle grandi potenze regionali, il regime talebano fatica a ottenere riconoscimento ufficiale tanto quanto a stabilizzare il proprio potere e il paese. 

Minato da lotte intestine e con altri gruppi (in particolare lo Stato Islamico del Khorasan) per il potere, il regime talebano appare incapace di risollevare un paese affetto da siccità e problemi di malnutrizione, aggravate dal recente terremoto del 31 agosto scorso.

Un rapporto inversamente proporzionale

Contemporaneamente al miglioramento delle relazioni tra India e Talebani, quelle tra Kabul e Pakistan sono via viglia peggiorate raggiungendo, probabilmente, il minimo storico con l’attacco del 9 ottobre scorso.

Prova ne è che Islamabad, che fino a poco tempo fa definiva quello dei Talebani “governo ad interim”, ora lo definisce “regime”. 

La ragione principale del deterioramento dei rapporti è l’accusa del Pakistan a Kabul di non impedire al gruppo estremista TTP di progettare attacchi contro obiettivi sia militari pakistani dall’Afghanistan.

Il TTP, gruppo terrorista nato nel 2007 dalla riunione di diversi gruppi jihadisti, è un alleato del regime talebano e persegue l’obiettivo di stabilire in Pakistan un governo fondamentalista islamico sul modello di quello afghano.

Dopo aver perseguito una strategia di attacchi indiscriminati, negli ultimi tempi si è concentrato in operazioni contro le forze di sicurezza pakistane. L’esercito pakistano ha spesso risposto con attacchi oltre il proprio confine in Afghanistan, dove il gruppo ha i propri campi.

Sebbene i Talebani abbiano sempre negato ogni coinvolgimento e di aver mai consentito al TTP di organizzare attacchi contro il Pakistan dal suolo afghano, Islamabad continua ad incolpare il regime di Kabul legittimando così azioni militare oltre confine.

Ogni tentativo di addivenire ad una soluzione o anche una tregua – da ultimo anche con mediazione cinese – allo stato sembra essersi rivelato inefficace.

In questo contesto, il Pakistan si trova ad affrontare contemporaneamente due minacce alla sua sicurezza: la destabilizzazione della sua frontiera occidentale e il progressivo aumento dell’influenza indiana in Afghanistan a scapito della propria.

Gli attacchi del 9 ottobre sembrano testimoniare una crescente insofferenza pakistana e disillusione di poter risolvere la situazione attuale attraverso la strada diplomatica. 

Il ritorno del Grande Gioco

Indiani, Talebani e pakistani, tuttavia, non sono gli unici attori in questo scenario.

La Cina è l’altro “contiguous neighbour” attivo nella partita afghana.

Mossa da interessi sia economici che di sicurezza, sin dal marzo 2022 Pechino ha chiarito al governo talebano la sua volontà che l’Afghanistan non venga utilizzato come base da terroristi islamici – in particolare il East Turkestan Islamic Movement (ETIM) – per pianificare e condurre attacchi nello Xinjiang, la vasta regione cinese a maggioranza musulmana e uigura.

La stabilità nella regione, inoltre, è essenziale per lo sviluppo del corridoio C.P.E.C. (China-Pakistan Economic Corridor), nell’ambito del progetto Belt and Road Initiative (Via della Seta).

Negli ultimi anni l’instabilità della frontiera Pakistan-Afghanistan e numerosi attacchi terroristici contro personale cinese hanno rallentato e messo a rischio i progetti infrastrutturali di Pechino.

Pechino ha, quindi, deciso di prendere in mano la situazione e negli ultimi mesi ha messo in campo la propria diplomazia per cercare di ricomporre le relazioni tra Pakistan e regime talebano con l’obiettivo di riportare una sufficiente stabilità.

La mossa di Pechino, manifesta nel corso di un vertice a pechino nel maggio scorso, è quella di includere l’Afghanistan nello sviluppo del corridoio C.P.E.C.

L’escalation del 9 ottobre scorso tra Pakistan e Talebani, sembrerebbe aver già compromesso la strategia di Pechino. Resta, però, prematuro ogni giudizio.

Da ultimo, va segnalato anche un ritorno di interesse da parte degli Stati Uniti, come testimoniato dall’idea del Presidente Trump di riprendere possesso della base di Bagram. Idea che, tuttavia, ha riscosso poco entusiasmo a Kabul. 

Al contrario, più concreto è il riavvicinamento tra Washington e Islamabad avvenuto negli ultimi mesi – in particolare dopo il breve conflitto tra Pakistan e India – e testimoniato sia dalla visita del capo dell’esercito pakistano, generale Asim Munir, alla Casa Bianca per un pranzo con Trump.

Nonostante il coinvolgimento nella Belt and Road Initiative cinese, il Pakistan resta fortemente legato agli Stati Uniti sia dal punto di vista militare che economico, come testimoniato dalle forniture militari e dai ripetuti presti del Fondo Monetario Internazionale. 

Dal canto loro, gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione ad abbandonare un partner strategico al rivale cinese e che può essere sfruttato come leva negoziale con Nuova Delhi.

Prospettive future

La situazione resta molto fluida, incerta e confusa a causa della molteplicità di attori statuali e non statuali i cui interessi trovano difficile conciliazione.

La Cina persegue una soluzione economica confidando che questa possa portare a una soluzione politica, ma restano diversi interrogativi su questa strategia.

In Afghanistan l’equilibrio resta precario. L’obiettivo dei Talebani di ottenere riconoscimento internazionale e attrarre investimenti per lo sviluppo del paese sembra trovare ostacolo nella necessità di mantenere il fragile equilibrio politico interno. 

Il rapporto con il TTP, infatti, è funzionale a contrastare i rivali dello Stato Islamico del Khorasan attivi in Afghanistan. Accontentare Pechino ed Islamabad rischia di compromettere il rapporto con il TTP e, di conseguenza, indebolire il proprio controllo sul paese.

In questo contesto, l’India sembra l’attore meglio posizionato per cogliere le opportunità offerte dall’instabilità afghana.

Quel che è certo è che l’Afghanistan è ritornato al centro di una battaglia di influenza tra potenze. 

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