L’impegno USA al fianco di Taiwan

Il passaggio di due navi da guerra della Marina degli Stati Uniti attraverso lo Stretto di Taiwan è solamente l’ultima notizia dalla regione che conferma il rinnovato impegno di Washington al fianco di Taipei. Sin dai giorni immediatamente successivi all’elezione di Donald Trump Taiwan è prepotentemente tornata sotto la luce dei riflettori. La National Security Strategy del 2017 ha confermato l’impegno statunitense nella competizione economica e strategica con il rivale cinese e tanti segnali importanti hanno confermato la volontà di Washington di un nuovo rapporto con Taiwan.

L’impegno USA al fianco di Taiwan - GEOPOLITICA.info

Il documento programmatico presuppone un ruolo centrale di Taiwan nella regione Indo-Pacifico e nella contesa con la Repubblica Popolare Cinese (RPC). Un riposizionamento che ha generato delle incertezze nell’alleato taiwanese, abituato alla teoria «no news is good news». La fragile architettura degli accordi che regolano le relazioni tra Stati Uniti, Cina e Taiwan e la nuova politica estera assertiva di Xi Jinping potranno determinare un significativo cambiamento nella proiezione della democrazia taiwanese nella regione. Le relazioni sino-taiwanesi (Cross Strait Relation) restano, nell’interpretazione di Alan Romberg uno dei massimi esperti del tema «l’unico problema al mondo oggi che potrebbe realisticamente portare alla guerra tra due grandi potenze». Per la prima volta in assoluto, da quando la Casa Bianca ha iniziato a produrre la NSS nel 1990, Taiwan viene esplicitamente menzionata. C’è un chiaro riferimento alla continuità nel supporto nei confronti di Taipei attraverso il Taiwan Relations Act e una esplicita dichiarazione dell’impegno statunitense nella difesa di Taiwan. La citazione si trova ovviamente all’interno dell’analisi sulla regione Indo Pacifico. Già la denominazione dell’area è un cambio di rotta rispetto all’approccio obamiano, la regione che «si estende dalle coste occidentali dell’India alle sponde occidentali degli Stati Uniti» risulta cruciale nella strategia statunitense. La contrapposizione con la Cina è evidente, sin dalle prime righe sono citati gli incentivi e le sanzioni usate per influenzare gli stati della regione e, soprattutto, le manovre militare nel Mar Cinese Meridionale sono esplicitamente menzionate come una minaccia sia per la stabilità regionale sia per la sovranità delle altre nazioni. Durante il suo viaggio in Asia dell’ottobre 2017 il Segretario di stato Rex W. Tillerson ha citato esplicitamente la visione di Washington per un «free and open Indo-Pacific» , costituito da rapporti sempre più strette tra le democrazie del quadrante, Stati Uniti, India, Australia e Giappone.


Un contesto totalmente distinto dal rebalancing obamiano che prefigura un possibile ruolo attivo per la democrazia taiwanese. Negli scorsi decenni i tentativi di Pechino di costringere gli Stati Uniti all’accettazione dell’interpretazione cinese della One China Policy non hanno prodotto risultati significativi e un approccio flessibile nei confronti dello status quo dell’isola è stata una prerogativa di qualsiasi amministrazione. Sin dalla sua elezione Trump ha mostrato di non volere accettare a priori la cornice diplomatica che ha circondato i rapporti tra Cina, Taiwan e Stati Uniti dalla fine degli anni settanta. Uno dei primissimi gesti pubblici del presidente Donald Trump fu la celebre telefonata a Tsai Ing-wen, un evento che scatenò l’ira di Pechino e colpì l’opinione pubblica internazionale per la rottura del protocollo rituale nelle comunicazioni tra Washington e Pechino. Un atto che fu interpretato inizialmente come una scelta estemporanea del neopresidente ma si rivelò nelle settimane successive il frutto di una precisa strategia. La telefonata ebbe delle forti ripercussioni a Taipei, generando simultaneamente una soddisfazione per la momentanea attenzione mondiale nei confronti delle vicende taiwanesi e una sensazione di fragilità dovuta alla eccessiva esposizione mediatica dei rapporti tra Taiwan e Cina.


Tutti gli indicatori dello stato delle relazioni tra Stati Uniti e Taiwan mostrano dei segnali molto positivi per Taipei. John Bolton, il nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale nominato da Trump, è un sostenitore di lunga data della causa taiwanese e si è espresso a più ripresa in difesa della necessità statunitense di un supporto sempre maggiore a favore della Repubblica di Cina. Mike Pompeo, il nuovo Segretario di Stato, ha criticato con frequenza il debole appoggio di Obama nei confronti di Taiwan. L’inaugurazione della de facto ambasciata statunitense, l’American Institute in Taipei, un imponente e avveniristico edificio costato più di 220 milioni di euro è un ulteriore segnale del ruolo che Washington sta delineando per Taiwan negli equilibri futuri della regione. Segnali che sono rassicuranti sul supporto incondizionato a Taiwan da parte del principale alleato diplomatico, anzi descrivono una attenzione nei confronti di Taipei che non si registrava da molto tempo a Washington.

Una dinamica che appare impostata su una comunicazione costante tra Washington e Taipei. Washington ha persino emanato un nuovo atto che si va ad aggiungere alla cornice normativa che regola i rapporti tra gli Stati Uniti e il suo alleato. Il Taiwan Travel Act (TTA), approvato all’unanimità da entrambe le Camere del Congresso statunitense e firmato dal Presidente Trump nel marzo 2018, arriva a mettere in discussione i comunicati congiunti sino-americani secondo l’interpretazione di Pechino. Il TTA dichiara che «il governo degli Stati Uniti dovrebbe incoraggiare le visite tra funzionari degli Stati Uniti e di Taiwan a tutti i livelli» inclusi gli incontri con «funzionari di sicurezza nazionale a livello di gabinetto, ufficiali generali e altri funzionari di ramo esecutivo». A seguito di una intensa e sotterranea trattativa diplomatica con la Cina l’amministrazione Trump ha ufficialmente espresso la volontà di attenersi alla One China Policy, come stabilito nei comunicati congiunti sino-americani e nel Taiwan Relations Act. Il TTA ha registrato un supporto unanime e incondizionato, sia alla Camera sia al Senato: una situazione inedita rispetto al primo anno della presidenza Trump che è stata caratterizzato da una forte polarizzazione. Il presidente statunitense non avrebbe potuto fare a meno di firmare l’atto, che non può essere ascritto esclusivamente alla volontà di Donald Trump ma segna una nuova direzione nei rapporti tra Washington e Taipei. Un approccio che sembra apparentemente condiviso sia dall’opinione pubblica sia da entrambi gli schieramenti politici, ed è legato alla chiara volontà di ribilanciamento dell’egemonia cinese nella regione, anche sul piano della promozione degli ideali democratici.


La Security Strategy non ha registrato un brusco cambiamento nell’approccio nei confronti di Taiwan ma ha certamente mostrato la volontà di un impegno più attivo nei confronti dell’alleato. In particolare, gli Stati Uniti hanno chiaramente comunicato, attraverso la NSS-17, che non verrà lasciato spazio a Pechino per imporre la propria politica su Taiwan. Si tratta di un atteggiamento non totalmente ascrivibile all’amministrazione Trump, piuttosto sembra il frutto di un clima che si era instaurato sia negli ambienti della difesa e della politica estera ben prima della candidatura dell’attuale presidente. Pur non essendo uno degli attori principali della politica statunitense nell’Indo-Pacifico, il cambiamento dell’approccio strategico di Washington nella regione ha creato i presupposti per un ruolo centrale di Taiwan. Rimane una dose di scetticismo, dovuto alla naturale instabilità dei rapporti tra le due sponde dello Stretto di Taiwan e alla nuova politica assertiva di Xi Jinping. Tuttavia la sempre maggiore interdipendenza economica nella regione mostra chiaramente come i costi – politici e materiali – di un eventuale conflitto nello Stretto non siano sostenibili per nessuno degli attori coinvolti. Il principale timore a Taipei resta quello di vedere trasformata la difesa dell’isola in una pedina di scambio nelle delicate e sempre più agitate relazioni sino americane. La menzione all’interno della NSS e la piena congruenza dell’assunto teorico del documento con un ruolo attivo per Taiwan nella regione hanno fugato qualche dubbio a Taipei. L’impegno statunitense, soprattutto alla luce dell’inclusione dell’universo valoriale di democrazia e libertà nella strategia per la regione, alla difesa di Taiwan appare ampiamente confermato.

Il presente è un estratto dall’articolo apparso sulla Rivista Trimestrale di Scienza dell’Amministrazione, consultabile a questo link