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TematicheCina e Indo-PacificoL’impatto dell’invasione russa dell’Ucraina sulla politica estera cinese

L’impatto dell’invasione russa dell’Ucraina sulla politica estera cinese

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L’invasione russa dell’Ucraina rappresenta il più grande conflitto convenzionale tra nazioni sovrane dai tempi della Guerra del Golfo, nonché il più grande conflitto convenzionale in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale. Tale invasione ha avuto un pesantissimo impatto sulla politica internazionale, influenzando pressoché ogni attore sullo scacchiere geopolitico. Tra gli attori maggiormente coinvolti da tale crisi figura la Cina, Pechino si è infatti trovata nella difficile situazione di dover prendere una posizione in un conflitto che coinvolge un partner strategico fondamentale nell’ottica di balancing dell’Occidente e una nazione con la quale ha tradizionalmente rapporti amichevoli. La lunga durata di tale conflitto ha avuto un effetto pesantemente negativo sulla politica estera cinese, mostrando al mondo le contraddizioni e le debolezze di un attore la cui ascesa era considerata inevitabile, ma che si trova in realtà ad affrontare il periodo più difficile da anni a questa parte.

Contraddizioni della politica estera cinese e debolezze di Pechino

A seguito del boom iniziato negli anni Novanta, la Repubblica Popolare Cinese ha visto di anno in anno un costante rafforzamento della sua potenza economica e militare che l’ha gradualmente resa il principale competitor strategico degli Stati Uniti, nonché il primo attore in grado di rappresentare una significativa minaccia al primato globale degli Stati Uniti dai tempi dell’URSS. L’ascesa della Cina ha avuto un impatto piuttosto evidente sulla politica estera americana, portando gli Stati Uniti ad adottare diverse manovre in un’ottica di balancing della crescente potenza cinese, l’exemplum magnum è forse il significativo miglioramento dei rapporti tra gli USA e l’India dopo decenni di relazioni piuttosto problematiche. Ciononostante, a dispetto di una costante ascesa negli ultimi anni questa crisi ha dimostrato che la Cina non è ancora nelle condizioni di potersi schierare completamente contro l’Occidente. Pechino mantiene infatti fortissime relazioni commerciali con l’Occidente, che risultano  assolutamente fondamentali per la propria economia. Sei dei primi dieci partner commerciali della Cina sono nazioni occidentali, o alleate dell’Occidente, le esportazioni rappresentano il 18,50% del PIL cinese (in crescita rispetto allo scorso anno) e il 44,1% delle esportazioni di Pechino è rivolto a nazioni occidentali, o alleate dell’Occidente. In conseguenza di ciò, la Cina ha mantenuto una posizione neutrale sulla crisi, da un lato il Vice Ministro degli Esteri Le Yucheng ha fortemente criticato il processo di espansione della NATO e Pechino ha inoltre espresso una forte opposizione alla decisione da parte dell’Occidente di imporre sanzioni economiche a danno di Mosca. Dall’altro la Cina si è più volte espressa in favore dell’integrità territoriale dell’Ucraina, ha corrisposto aiuti umanitari in favore di Kyiv e ha più volte chiesto alle parti in causa di risolvere le loro controversie pacificamente. Tuttavia, le posizioni forse maggiormente esplicative della neutralità cinese riguardano l’assistenza militare e gli investimenti in Russia. La Cina ha (di fatto) risposto picche alle richieste di assistenza militare da parte della Federazione Russa e a dispetto della mancata adesione alle sanzioni occidentali, le aziende cinesi si stanno dimostrando piuttosto riluttanti a stipulare nuovi contratti con società russe, emblematico è il caso dell’azienda statale Sinopec, la quale sta ripensando alle sue partnership con aziende russe nel timore di incappare in sanzioni occidentali. In sostanza, a dispetto di una costante ascesa economica negli ultimi anni i rapporti commerciali con l’Occidente rimangono ancora prioritari per Pechino e per la sua economia, influenzando di conseguenza la politica estera. La Cina pur considerando la Federazione Russa come un partner di grande importanza in un’ottica di balancing dell’Occidente, non sembra disposta a mettere in pericolo i suoi rapporti con l’Occidente per una nazione il cui peso sull’economia cinese risulta quasi irrilevante. Questa crisi rappresenta un chiaro segnale per le potenze occidentali e per le nazioni dell’area Indo-Pacifica: la Cina non è ancora in grado di schierarsi completamente contro l’Occidente e non si sta rivelando in grado di supportare un partner strategico fondamentale. Un pessimo segnale per una nazione che ambisce a divenire la prima potenza mondiale. 

La partnership con la Russia 

Dopo decenni di rapporti piuttosto tesi tra URSS e Cina, il crollo sovietico del 1991 ha determinato un significativo miglioramento delle relazioni diplomatiche tra Mosca e Pechino. L’instaurazione di un sistema unipolare egemonico dominato dagli Stati Uniti ha portato ad un riavvicinamento tra Cina e Russia in un’ottica di balancing nei confronti degli Stati Uniti. La partnership strategica tra Mosca e Pechino si è rivelata assolutamente fondamentale per la prima, l’export militare verso la Cina si è infatti rivelato decisivo per la preservazione del complesso militare-industriale russo, il gigante asiatico costituisce inoltre un partner energetico di assoluta rilevanza per la Russia, rappresentando circa un quinto dell’export energetico di Mosca. Il progressivo rafforzamento della partnership tra le due nazioni ha portato molti a credere possibile la nascita di una vera e propria alleanza posta in contrapposizione all’Ordine Internazionale Liberale. La US National Security Strategy del 2017 indica ufficialmente la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese come “potenze revisioniste”, intenzionate a sovvertire l’ordine internazionale. Tuttavia, a dispetto della presenza di alcuni obiettivi comuni, quali la necessità di contrastare lo strapotere americano, le due nazioni rimangono divise da profonde differenze in relazione alle modalità di perseguimento di tali obiettivi, nonché da interessi divergenti. Basandosi sui modelli di potenza revisionista definiti da Gilpin, la Cina rappresenta infatti una potenza “incrementale”, intenzionata a diventare l’attore egemonico entro il sistema vigente, emblematica a tal proposito è la posizione di Pechino sulla questione di Taiwan. La Cina non considera infatti Taipei come uno stato straniero, bensì come una parte del proprio territorio controllata da un governo usurpatore, ergo, una eventuale guerra contro Taiwan non rappresenterebbe, dal punto di vista cinese, un tentativo di sovvertire l’ordine internazionale attualmente vigente. Viceversa, la Russia rappresenta il tipico esempio di potenza “rivoluzionaria”, intenzionata a sovvertire l’ordine attualmente vigente, l’occupazione di territori internazionalmente riconosciuti come parte di altri stati sovrani in nome della tutela dell’interesse nazionale russo, o in nome di rivendicazioni generate dal revisionismo storico, rappresentano infatti evidenti tentativi di sovvertire tale sistema. Le differenti modalità adottate nel perseguimento del medesimo obiettivo, generano al contempo interessi differenti, nell’ottica di Mosca le relazioni diplomatiche e commerciali con l’Occidente e i suoi alleati rappresentano un elemento sacrificabile in favore del mantenimento della vecchia sfera d’influenza russa. Viceversa, dal punto di vista di Pechino le relazioni diplomatiche e commerciali con l’Occidente rappresentano un elemento non sacrificabile allo stato attuale, specie in favore di un partner commerciale assolutamente marginale come la Federazione Russa. In ultima analisi, un ulteriore avvicinamento tra Mosca e Pechino avrebbe dato alle nazioni dell’area Indo-Pacifica ulteriori ragioni per avvicinarsi agli Stati Uniti allo scopo di bilanciare una Cina rafforzata da una eventuale alleanza con la Federazione Russa. In sostanza, l’invasione russa dell’Ucraina ha mostrato tutti i limiti della partnership strategica tra le due nazioni evidenziandone i differenti interessi e le differenti modalità d’azione, facendo intendere che un’alleanza tra le due nazioni rimane (al momento) estremamente improbabile, poiché essa comporterebbe diverse conseguenze che Pechino non pare disposta a tollerare. In ultima analisi, l’indebolimento russo pur rappresentando un’opportunità per Pechino di aumentare i rapporti di interdipendenza tra le due nazioni ricavandone quindi una maggiore influenza su Mosca, non risulta assolutamente funzionale all’obiettivo cinese di arginare l’Occidente. Negli ultimi anni, la Cina ha potuto contare su un partner strategico dotato di un coefficiente di potenza piuttosto alto, l’indebolimento militare ed economico russo stanno riducendo notevolmente il coefficiente di potenza di Mosca, aumentandone al contempo la fragilità e l’instabilità, rendendo quest’ultima nettamente meno utile alla Cina nell’ottica di contrasto dell’Occidente. 

La questione taiwanese

L’impatto della crisi ucraina si sta rivelando pessimo anche in relazione alla questione di Taiwan. Da un lato, l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa dimostra che nell’attuale sistema internazionale è ancora possibile lanciare invasioni su vasta scala di uno stato sovrano allo scopo di inglobarlo nel proprio territorio. Dall’altro però l’avventura militare di Mosca si sta rivelando altamente fallimentare, la riforma dell’esercito ucraino avviata nel 2014 per far fronte ad un eventuale attacco russo, unita ad un’ampia mobilitazione da parte della popolazione che si sta mostrando determinata a combattere per il proprio paese si sta dimostrando estremamente efficace. Inoltre, come affermato in una nostra precedente analisi, questa crisi ha mostrato che a dispetto di un certo declino della loro influenza e di diversi fallimenti negli ultimi anni, gli Stati Uniti sono ancora in grado di fornire un imponente ed efficace supporto ai propri alleati, nonché a guidare una risposta coordinata assieme ai propri partner in contrasto ad azioni ostili messe in essere dai loro rivali. In sostanza, il disastro militare russo sta mostrando l’enorme difficoltà nell’occupare uno stato con una forte identità nazionale e una popolazione determinata a difendersi dall’aggressore. Pechino sta inoltre constatando che laddove decidesse di avviare quest’operazione, gli Stati Uniti garantirebbero il loro supporto a Taiwan e guiderebbero una risposta internazionale alla Cina, con esiti potenzialmente devastanti. In ultima analisi, l’invasione russa dell’Ucraina potrebbe galvanizzare l’opinione pubblica taiwanese, rendendola sempre più risoluta a resistere ad un’eventuale invasione cinese. 

Conclusioni e scenari
La storia ha offerto diversi esempi di conflitti che hanno impattato in maniera profondamente negativa sulla politica estera di Stati terzi. L’exemplum magnum è probabilmente rappresentato dall’impatto che la guerra di Corea ebbe sulla politica estera sovietica. Il fallimento della riunificazione nella penisola coreana sotto il regime di Kim il sung e il mancato intervento in suo soccorso, furono un colpo durissimo per Mosca che intaccò notevolmente il prestigio sovietico. Allo stesso tempo il conflitto favorì un enorme incremento del prestigio cinese, la Cina di Mao Zedong, alleato piuttosto scomodo dell’Unione Sovietica a causa di divergenze ideologiche e dello scarso controllo che Mosca esercitava sulla leadership di Pechino, sì rivelò sempre più problematica. Il mancato intervento sovietico in Corea gettò le basi per la futura rottura sino sovietica, che ebbe un importante ruolo nel determinare il crollo dell’URSS. Altro esempio è la politica di neutralità attuata dalla Giordania durante la guerra del Golfo, che costò ad Amman e l’isolamento da parte degli Stati Uniti divenuti attore egemone nell’area mediorientale a seguito del conflitto. La neutralità tenuta durante la guerra si rivelò disastrosa per il Regno Hashemita che migliorò i suoi rapporti con Washington solo a seguito della firma dello storico Trattato di Pace tra Isrele e Giordania del 1994. Sebbene forse non disastroso come i precedenti esempi, l’impatto dell’invasione russa dell’ucraina sulla politica estera cinese si sta rivelando decisamente negativo. Allo stato attuale pare improbabile che l’impatto di tale crisi possa generare una rottura completa tra Cina e Russia, in quanto la loro partnership riveste un’importanza troppo ampia per entrambi. Tuttavia, La Cina si trova in una posizione di forte imbarazzo che mostra le profonde contraddizioni insite nella sua politica estera nonché i suoi limiti e le sue debolezze strutturali. A dispetto di un’imponente crescita economica avvenuta negli ultimi anni Pechino non ha ancora la forza di schierarsi in maniera completamente contraria all’occidente e si sta dimostrando incapace di supportare adeguatamente un partner strategico di primaria importanza in una situazione di crisi. L’indebolimento di un partner strategico fondamentale come la Russia nell’ottica di un balancing degli Stati Uniti e la messa in luce di tutti i limiti e le debolezze strutturali della Cina comporterà probabilmente un ridimensionamento del ruolo di Pechino sulla scena internazionale nel medio-lungo termine. In ultima analisi, la dimostrazione delle immani difficoltà nell’invadere e occupare nazioni con una forte identità nazionale e poco propense ad accettare un’occupazione straniera, unita alla prospettiva di una risposta dell’Occidente, potrebbe portare la Cina a rivedere le sue considerazioni.

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