Il win-win model tra Cina e Oman

Con la visita a Riad del 24 marzo 2021, il Ministro degli Affari Esteri e Consigliere di Stato della Repubblica Popolare Cinese Wang Yi ha inaugurato il tour diplomatico in Medio Oriente che si è concluso il giorno 30 dello stesso mese. Il Ministro, dopo aver avuto nei giorni precedenti un colloquio telefonico con gli omologhi di Iraq e Giordania, ha effettuato visite ufficiali in Arabia Saudita, Turchia, Iran, EAU, Bahrein e una working visit in Oman. Il Medio Oriente negli ultimi 40 anni è stato un perno strategico per gli interessi cinesi in termini di approvvigionamento energetico, ma nell’ultimo decennio la cooperazione tra il gigante asiatico e i Paesi della regione ha assunto nuove dimensioni all’interno del framework della Belt and Road Initiative. In questo contesto emerge l’interessante rapporto tra Cina e Oman, un Paese spesso adombrato dai potenti vicini che dominano il palcoscenico regionale.

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La rilevanza geopolitica del Sultanato

La strategia di Pechino in Medio Oriente ha individuato la penisola arabica come hub ideale per la realizzazione del colossale progetto della BRI, l’ormai noto tentativo cinese di proporre una contro-globalizzazione per sfidare la pax americana. Storicamente, il punto di contatto tra i Paesi del Golfo e la Cina è stato il petrolio; il colosso asiatico è infatti il primo consumatore al mondo di greggio (importandone il 75%), che rimane un interesse vitale per Pechino nonostante la promessa di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060. Il progetto della BRI in Medio Oriente, regione che nel 2019 ha soddisfatto circa il 45% delle importazioni cinesi totali di petrolio secondo l’Observatory of Economic Complexity, si sviluppa attorno al fabbisogno energetico del dragone, espandendo la cooperazione ad altri settori chiave. 

In questo quadro, l’Oman gioca un ruolo cruciale e le sue potenzialità sono state ben comprese da Pechino. Le relazioni bilaterali, instaurate ufficialmente nel 1978, sorsero all’interno del classico paradigma della cooperazione energetica, con l’Oman nel 1983 primo Paese arabo ad esportare petrolio verso la Cina, andando progressivamente ad includere altri settori quali sicurezza e turismo. L’Oman si può definire un Paese del Golfo sui generis, che vanta un buon grado di stabilità interna, impermeabile alla dicotomia sciiti-sunniti, lontano dalle spinose crisi regionali e storico mediatore diplomatico, con una politica estera imperniata su neutralità ed equidistanza. Questi aspetti, uniti alla singolare posizione geostrategica, hanno attirato l’attenzione di Pechino che considera Mascate un partner prezioso, non solo per l’approvvigionamento di energia (sempre secondo l’OEC, nel 2019 l’Oman ha contribuito al 7,14% del totale dell’import petrolifero e al 2,78% dell’import totale di GPL cinesi). Il Sultanato è infatti il primo accesso sicuro dal mare nella penisola arabica e la sua posizione di raccordo tra le rotte marittime e i pozzi petroliferi mediorientali garantirebbe a Pechino un corridoio sicuro, vitale per il proprio fabbisogno energetico. L’Oman si affaccia sull’Oceano Indiano, su cui transitano alcune delle rotte commerciali più importanti al mondo; proprio l’Oceano Indiano, storico teatro di competizione internazionale, è al centro della politica di sicurezza nazionale cinese e l’Oman è uno dei tasselli della MSRI (Maritime Silk Road Initiative, l’asse marittimo della BRI) che permetterebbe a Pechino di aumentare la propria influenza sull’oceano. Inoltre, la prossimità del Sultanato con il porto pakistano di Gwadar pone l’Oman in perfetta proiezione del China-Pakistan Economic Corridor, uno dei 6 corridoi economici previsti dalla BRI, che collegherebbe la Cina occidentale al Mar Arabico. Per queste ragioni, il Sultanato rientra a pieno titolo al centro della policy cinese per il Medio Oriente. 

Un matrimonio che piace a Mascate

Se per le altre cinque tappe del tour diplomatico di Wang Yi era prevista una visita ufficiale, quella in Oman è stata una working visit. Al netto delle differenze protocollari, l’incontro tra le due delegazioni diplomatiche a Mascate ha infatti badato più ai contenuti che all’aspetto formale. Wang Yi e Sayyid Badr Hamad Al Busaidi, Ministri degli Affari Esteri rispettivamente di Cina e Oman, hanno ribadito la reciproca volontà di portare avanti il progetto della BRI per realizzare «mutui benefici per entrambi i Paesi». Inoltre, «le due parti hanno accolto l’attuazione di un joint agreement per la rinuncia reciproca dei visti d’ingresso per i rispettivi cittadini». Durante l’incontro è stato anche presentato un monumento commemorativo in onore del navigatore cinese Zheng He e della sua visita al Sultanato di 600 anni fa, come a suggellare un profondo rapporto tra i due Paesi. 

L’Oman ha accolto di buon grado le proposte cinesi fin da subito: nel 2017 è diventato il primo Paese della penisola a stringere accordi con la Asian Infrastructure Investment Bank relativi al settore delle telecomunicazioni e dei trasporti. Quest’ultimo ha interessato la Zona Economica Speciale della città portuale di Duqm, dove il consorzio cinese Oman Wanfang lavora dal 2016 alla costruzione del China-Oman Industrial Park con investimenti pari a 10,7 miliardi di dollari per rendere la città un competitivo hub regionale. La SEZ di Duqm è un progetto chiave per la MSRI, poiché aprirebbe le porte della penisola senza passare dai vulnerabili stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb, consentendo quindi a Pechino di ovviare al Dilemma di Malacca

Gli investimenti cinesi rappresentano una ghiotta occasione per il nuovo Sultano Haitham per trainare l’Oman verso una non-oil economy. Sebbene l’Oman disponga di riserve petrolifere ridotte rispetto agli altri Paesi del Golfo (5,4 miliardi di barili degli oltre 800 miliardi totali), le relative rendite hanno sempre costituito la fetta più grossa del PIL. La diversificazione dell’economia è quindi al centro di Oman Vision 2040, annunciato ufficialmente nel 2019 dal compianto Sultano Qaboos come step successivo di Oman Vision 2020; l’obiettivo principale è la riduzione dell’incidenza delle rendite petrolifere sul PIL dall’attuale 40% circa a meno del 9%, potenziando il segmento economico che interessa i settori agricolo, tecnologico, logistico, industriale, ittico e turistico, e incoraggiando la partecipazione del comparto privato. La partnership tra Mascate e Pechino potrebbe accelerare questo processo con l’aumento dell’export (anche verso nuovi mercati) e della produttività, sfruttando il fenomeno dello spillover e attraendo investimenti privati. 


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Le ombre del win-win model

Le priorità di Pechino e Mascate sembrano incastrarsi in maniera ottimale all’interno del framework della BRI. Tuttavia, occorre tenere in considerazione alcune delicate questioni. La Cina si è mossa seguendo il suo classico schema: investimenti plurimiliardari senza interferenza negli affari interni dei Paesi interessati, per aumentare il suo leverage geopolitico. I prestiti erogati dagli istituti bancari cinesi vanno attentamente valutati nella loro sostenibilità a lungo termine per scongiurare il rischio di contrarre debiti insolvibili, ovvero ciò che gli analisti americani chiamano trappola del debito, accusando la Cina di usare questa pratica scorretta per poi ottenere concessioni sulle infrastrutture coinvolte, come nella discussa vicenda del porto srilankese di Hambantota. Attraverso la moneta, Pechino è in grado di garantirsi anche il supporto su alcune scomode controversie al centro del dibattito internazionale: nella fattispecie, la questione degli Uiguri, minoranza etnica di fede musulmana concentrata perlopiù nella regione dello Xinjiang, nel nord-ovest della Cina. Diversi Paesi mediorientali (tutti a stragrande maggioranza islamica), tra cui l’Oman, hanno già manifestato il proprio appoggio a Pechino nella campagna contro il terrorismo e l’estremizzazione nello Xinjiang, non rilevando le violazioni dei diritti umani; un altro aspetto della BRI dallo squisito valore geopolitico.