0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

RubricheFaro AtlanticoIl versante Sud dell'Alleanza: intervista al Dott. Maurizio Geri

Il versante Sud dell’Alleanza: intervista al Dott. Maurizio Geri

-

Nel 2017, l’Alleanza Atlantica ha rinnovato la propria attenzione verso la regione MENA mediante la creazione del NATO Strategic Direction-South Hub e l’istituzione del NATO-ICI Regional Center. Quali sono le sfide e le opportunità che provengono da Sud e quale sarà il ruolo dell’Alleanza in questo scenario? Ne parliamo con il Dott. Maurizio Geri, PhD in International Security Studies presso Old Dominion University in Virginia, Senior Strategic Analyst presso il think tank Three Stones International, già collaboratore del NATO Strategic Direction-South Hub e Lead Analyst on MENA/Africa presso il NATO Allied Command Transformation.

1) Dott. Geri, la ringrazio per aver accettato il nostro invito. La periferia meridionale dell’Alleanza viene spesso considerata come un’area profondamente instabile. Quali sono le aspettative per i prossimi decenni? I cambiamenti climatici e l’aumento demografico rischiano di esasperare tale instabilità?

Senza dubbio stiamo attraversando una fase di transizione nella regione Sud dell’Alleanza. Oltre al fallimento delle primavere arabe, con le guerre per procura e i fenomeni terroristici, nel lungo periodo ci saranno sconvolgimenti socio-politici-economici enormi, soprattutto nel continente Africano, cioè la regione sud dell’Europa. Innanzitutto, il cambiamento demografico porterà una pressione nei paesi del Nord Africa non paragonabile a quella attuale. L’Africa è proiettata a raggiungere 2.5 miliardi di persone per il 2050 (e 4.5 miliardi per la fine del secolo, ovvero quasi la metà della popolazione mondiale) con una youth bulge enorme. La popolazione sarà costretta a spostarsi non solo per le difficili condizioni economiche e politiche, ma anche per i cambiamenti climatici irreversibili. L’Africa, infatti, sarà il continente più colpito dal riscaldamento globale nei prossimi decenni: fenomeni quali la desertificazione e la siccità causeranno scarsità di risorse, carestie e disastri naturali che potrebbero generare enormi difficoltà per la stabilità degli stati africani. Per quanto l’Unione Africana possa facilitare lo sviluppo economico con gli scambi commerciali (processo già lanciato nel 2018 con l’African Continent Free Trade Area) e le riforme in senso democratico – similmente a quanto fatto dall’Unione Europea nel Vecchio continente – la pressione demografica che si manifesterà nei prossimi decenni determinerà l’insostenibilità di diversi servizi (sanità educazione, trasporti) e renderà sempre più complesso l’accesso al mondo del lavoro.  Per quanto la Cina possa “aiutare” lo sviluppo delle infrastrutture africane con la Belt and Road Initiative (senza contare i problemi della competizione fra le grandi potenze), tale iniziativa renderà i paesi del continente ancora più indebitati: nel lungo periodo tali paesi non saranno in grado di fare gli investimenti che sarebbero necessari per il loro sviluppo. Quindi le migrazioni interne all’Africa, soprattutto verso i paesi Arabi, porteranno instabilità e rischi di migrazioni di massa anche per il nostro continente. L’Unione Europea dovrebbe avere un ruolo maggiore, con interventi lungimiranti, ma fra le sue divisioni interne e adesso con la nuova crisi del dopo virus (e con il rischio di ulteriori sfide alla biosicurezza nel breve futuro) non sembra essere in grado di giocare un ruolo preponderante nella prevenzione degli enormi rischi di instabilità che arriveranno dalla regione Sud. Uno dei punti focali dovrebbe essere quello dell’istruzione femminile: nei prossimi decenni tale processo potrebbe anche ridurre il tasso di natalità in Africa. Un altro fattore dovrebbe essere quello dello sviluppo sostenibile, basato su energie rinnovabili (il Marocco potrebbe essere un leader in questo senso): se lo sviluppo economico e industriale del continente dovesse avvenire con le fonti tradizionali, ciò non sarebbe sostenibile per il pianeta terra e potrebbe generare il rischio di un vero e proprio collasso planetario.

Per quanto riguarda il Medio Oriente, o meglio fuori da Eurocentrismi l’Asia Sud-Occidentale (in arabo il “Mashreq”), il discorso è diverso. Anch’esso rappresenta la regione sud dell’Alleanza, soprattutto per la Turchia, colpita più di tutti fra i membri NATO dai recenti conflitti in Siria e Iraq (non solo con attacchi terroristici ma con l’invasione di milioni di rifugiati). Questa regione è caratterizzata da un’instabilità perenne dovuta ai conflitti regionali, quindi c’è da aspettarsi che tale instabilità duri ancora per un lungo periodo. Alcuni parlano della necessità di una “NATO in MENA” o  di espandere in futuro la NATO nella regione (idea promossa dal presidente Trump) o ancora della creazione di una vera e propria alleanza militare fra le potenze regionali. Questo però non avverrà almeno finché le potenze sunnite, in primis l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo (partners NATO) non troveranno un accordo, un grand bargain, con la potenza sciita, ovvero l’Iran, determinando così la fine delle guerre per procura. Per far questo fondamentale sarà il ruolo di Israele (anch’esso partner NATO) che nei prossimi decenni potrà forse rappresentare l’ago della bilancia, il ruolo che gli USA – oramai impegnati nella competizione globale – hanno avuto nel secolo passato nella regione. Inoltre, la Turchia – che potrebbe in futuro mediare proprio fra Iran, Israele e il mondo arabo – rappresenta l’Alleato geopolitico cruciale per la NATO stessa nella regione.

2) Nel corso degli anni l’Alleanza ha stretto diverse partnership nell’area. Qual è lo stato di queste iniziative e, più in generale, in che modo gli stati della regione percepiscono l’operato dell’Alleanza?

La NATO dal 1994 ha avviato il Mediterranean Dialogue (MD), un partenariato con 7 paesi della regione Mediterranea: Marocco, Mauritania, Algeria, Tunisia, Egitto, Israele e Giordania. Dal 2004, invece, è stata avviata l’Istanbul Cooperation Initiative (ICI) con 4 paesi del Gulf Cooperation Council: Bahrain, Qatar, Kuwait e gli Emirati. Arabia Saudita e Oman, anch’essi invitati a partecipare, hanno mostrato interesse ma non sono diventati ancora partner (hanno invece mantenuto lo status di invitati, per cooperare con la NATO eventualmente caso per caso). La cooperazione politica-militare con tutti questi paesi partner è molto varia, va dagli scambi di buone pratiche di sicurezza alla cooperazione nella lotta al terrorismo, dal training di formazione delle forze di sicurezza alla partecipazione in esercitazioni NATO, dalla cooperazione nel controllo alle frontiere alla lotta contro la proliferazione sia di Small Arms and Light Weapons (SALW) sia di armi di distruzione di massa. Gli accordi con i paesi partner (Individual Partnership and Cooperation Programmes) sono rinnovati circa ogni due anni, assicurando così l’aggiornamento necessario per affrontare in modo appropriato i mutamenti del contesto internazionale.

La percezione dell’Alleanza è migliorata, anche grazie a queste partnerships, ma bisogna fare sicuramente di più. Le misure di confidence building ma anche di strategic communication sono sempre più necessarie affinché l’Alleanza venga considerata un attore di stabilizzazione e supporto alla sicurezza non solo dagli stati e le istituzioni ma anche dalle popolazioni. A questo proposito è molto importante il ruolo del NATO Hub for the South di Napoli, che si occupa di produrre analisi anche con il coinvolgimento della società civile dei paesi partner (da accademici ad attivisti). Questi soggetti, spiegando i bisogni e le problematiche dal punto di vista delle popolazioni dell’area e sentendosi partecipi dei processi veicolati dall’organizzazione, finiscono con l’aumentare anche la fiducia delle popolazioni nell’Alleanza, e quindi il soft power della NATO.

3) Gli attriti tra alcuni dei membri NATO che si affacciano sul Mediterraneo – ad esempio tra Francia e Turchia rispetto al teatro libico – e la reticenza dei membri orientali nel distogliere le limitate risorse dagli aspetti di difesa e deterrenza rischiano di minare gli sforzi dell’Alleanza nell’area?

Non credo che gli attriti fra membri NATO minino gli sforzi dell’Alleanza, ma li possono rallentare dato che l’Alleanza opera con il metodo del consenso. Come detto, la NATO fa un’azione di cooperazione ad ampio spettro con i propri partner, con molte tematiche di sicurezza e difesa comuni. C’è bisogno, però, di una chiara visione all’interno dell’Alleanza per la stabilizzazione della regione Sud: se è vero che i paesi dell’Europa orientale sono ovviamente più preoccupati della parte Est, cioè della Russia, è importante far capire loro che l’attenzione verso Sud non esclude quella verso Est. Anzi, date le mire espansionistiche russe nell’area MENA e in Africa è evidente quanto le due regioni siano interconnesse tra loro.

Un’altro fattore importante nella maggiore coerenza e coesione dell’Alleanza nella regione Sud è la relazione con l’Unione Europea. L’UE gioca un ruolo importante soprattutto nello sviluppo e nella stabilizzazione dell’Africa, dove sostiene fra le altre le operazioni di sicurezza dell’Unione Africana (come la African Union Peace & Security Architecture) o dove la Common Security and Defence Policy opera nella prevenzione dei conflitti e nelle peacekeeping operations. In questo senso le divisioni all’interno dell’Europa e quelle all’interno della NATO si potrebbero sovrapporre. Fondamentale sarebbe quindi aumentare la collaborazione fra NATO e UE, dato che entrambi gli attori agiscono per la stabilita’ della regione Sud, con obiettivi simili ma mezzi diversi, che possono rilevarsi complementari.

Inoltre, ci sono operazioni NATO e UE nel Mediterraneo che potrebbero collaborare di più. La NATO, per esempio, conduce l’operazione Sea Guardian (che dal 2016 sostituisce Active Endevour) per la situational awarness marittima e le azioni di antiterrorismo. L’UE ha appena sostituito l’Operazione Sophia (contro il traffico umano dalla Libia, che è durata cinque anni) con IRINI (la parola greca che significa pace), per rafforzare l’embargo delle armi in Libia. Come si è potuto notare, però, quest’ultima operazione non sta avendo un successo completo e il problema del traffico degli esseri umani non è scomparso. Quindi, di nuovo, la collaborazione UE-NATO sarà fondamentale per poter migliorare la stabilizzazione della regione nei prossimi decenni, soprattutto in vista del rischio di fallimento di molti stati africani e delle migrazioni di massa di cui parlavo prima.  

4) La questione riguardante il versante sud dell’Alleanza rientra nel più ampio discorso del projecting stability: in un discorso del settembre 2016 presso l’Università di Harvard, il Segretario Generale Jens Stoltenberg affermò che l’Alleanza stava entrando nella “terza fase” della sua storia, ovvero quella fase in cui la difesa collettiva si sarebbe dovuta coniugare con il projecting stability. A quattro anni da quel discorso, in che modo si sta procedendo verso questo obiettivo?

Io direi che a quattro anni da quel discorso stiamo già entrando addirittura in una quarta fase, dato che il mondo sta cambiando sempre più velocemente. L’Alleanza, infatti, con i recenti aiuti dati ai membri per la crisi del COVID-19, sta iniziando di fatto una nuova fase di “sicurezza umana” e “sicurezza collettiva” coniugando le prime tre fasi (difesa collettiva, gestione crisi, e projecting stability) con quella che sta appena iniziando, ovvero quella della biosicurezza. La sicurezza umana, infatti, basata sulla sicurezza collettiva delle nazioni dell’Alleanza, sarà sempre più importante per la NATO e si affiancherà alla sicurezza nazionale tradizionale. Il Segretario Generale ha recentemente nominato un gruppo di esperti per preparare un nuovo Concetto Strategico per l’Alleanza (dopo l’ultimo prodotto dieci anni fa) e questo concetto dovrà necessariamente espandere le nuove minacce alla sicurezza, da quella cibernetica a quella biologica, ed aumentare soprattutto la resilienza degli stati e delle loro popolazioni, con una collaborazione civile-militare sempre più stretta.

Questo non significa che ci si dimenticherà del projecting stability, anche perché le sfide complesse del futuro non saranno più staccate le une dalle altre. La stabilità nelle regioni periferiche, ma in realtà in tutte le regioni del mondo, è direttamente collegata alla stabilità dei paesi dell’Alleanza: quindi tutte le operazioni NATO di peacekeeping o peacebuilding del passato (dal Kosovo alla Bosnia, dall’Afghanistan all’Iraq) saranno sempre più centrate verso il projecting stability, attraverso il rafforzamento delle forze di sicurezza sul campo. In Iraq, per esempio, la NATO ha iniziato nel 2018 una missione di training e capacity building. L’Alleanza ha poi molti Centri di Eccellenza che si occupano proprio di capacity building e quindi di projecting stability. Nel nostro paese per esempio ci sono il Security Force Assistance, creato nel 2017 proprio per promuovere la stabilità con sforzi di ricostruzione, formazione, e training delle forze di difesa e sicurezza in aree di conflitto e post-conflitto, e lo Stability Police Units, creato dai Carabinieri nel 2005, per sostenere la creazione di forze di stabilizzazione in operazioni di pace. Questi centri e molti altri, dovranno essere rafforzati in futuro al fine di occuparsi appunto anche di nuove minacce alla stabilità, non solo dei paesi partner ma anche di quelli dell’Alleanza.

Danilo Mattera,
Geopolitica.info

Corsi Online

Articoli Correlati

Le relazioni tra NATO e Cina: quali prospettive?

L’intensificarsi della competizione sino-americana ha puntato i riflettori sulla rete di alleanze e partnership americane e sul loro approccio...

Colombia: l’alleato della NATO in America Latina

Inserita in una regione spesso diffidente verso l’approccio dell’Alleanza Atlantica, la Colombia si è ritagliata nel tempo un ruolo...

Gli scenari se Finlandia e Svezia dovessero entrare nella NATO

Capire come potrebbe evolvere lo scenario europeo durante e dopo la guerra tra Russia e Ucraina è molto difficile...

Dall’adesione alla NATO a una politica di difesa antirussa: la cooperazione militare tra Polonia e Baltici

Da ormai più di un mese, l’Ucraina si trova a dover fronteggiare un’invasione che il presidente della Federazione Russa,...