Il turbolento epilogo dell’era Trump

“Only condign punishment will restore popular faith in the presidency and deter future Presidents from illegal conduct—so long, at least, as Watergate remains a vivid memory. Corruption appears to visit the White House in fifty-year cycles. This suggests that exposure and retribution inoculate the presidency against its latent criminal impulses for about half a century. Around the year 2023 the American people will be well advised to go on the alert and start nailing down everything in sight.”

Il turbolento epilogo dell’era Trump - Geopolitica.info

All’indomani dei fatti di Washington, le profetiche parole di Arthur Schlesinger Jr. risuonano più vive che mai e aprono nuovi orizzonti di riflessione. La parabola eccezionale della presidenza Trump si chiude con una delle pagine più controverse per la storia recente della democrazia liberale, costellata di immagini quasi impensabili, specialmente se si considera che il precedente (e finora unico) attacco al Campidoglio risale al lontano 1814, quando le forze britanniche appiccarono il fuoco alle sale del Congresso come rappresaglia per il sacco della città canadese di York, risalente al 1812. La carica simbolica esplosiva dell’assalto al Campidoglio da parte dei “Trump supporters” si ripercuote su più livelli di analisi, ma è prima di tutto manifestazione concreta della pericolosità insita nella riduzione della politica a mero pensiero sublimabile in discorso da social network, ad uso ed abuso di chi ricopre ruoli istituzionali. Durante la stesura del libro “The Imperial Presidency” (1973), le considerazioni di Arthur Schlesinger riguardo la deriva “imperiale” della Presidenza furono in gran parte elaborate sulla base di un’analisi di lungo periodo della politica estera statunitense e sul pericolo insito nelle decisioni unilaterali del Presidente di impegnare il Paese in operazioni militari in assenza dell’approvazione da parte del Congresso e dell’opinione pubblica. Pur rivelando una capacità di previsione quasi orwelliana, il compianto Schlesinger non avrebbe però mai potuto prevedere che la democrazia sarebbe stata messa in pericolo da un telefono cellulare.

Prima di passare alla pur necessaria condanna dei fatti, è bene infatti interrogarsi sulle modalità di aggregazione ed istigazione di un malcontento multiforme, radicato in fasce diverse della popolazione ed artificiosamente convogliato fino ad esplodere nelle modalità viste lo scorso 6 gennaio. 

Durante il corso degli ultimi cinque anni, i semi del vento trasformatosi in tempesta sulle scalinate e nelle aule di Capitol Hill sono germogliati nel fertile terreno virtuale dei social network, ed in particolare di Twitter, veicolo prediletto della comunicazione del Presidente Trump. Un interessante studio pubblicato lo scorso aprile sulla rivista Political Science Quarterly evidenzia infatti come Trump abbia saputo utilizzare l’architettura di Twitter per promuoversi in forme diverse – businessman, candidato alla presidenza, Presidente – finendo per rendere l’utilizzo della piattaforma un tratto distintivo del proprio modo di intendere la politica e di influenzare l’opinione pubblica a proprio vantaggio, “normalizzando” la diffusione di fake news e la diffidenza nei confronti delle istituzioni del Paese, aprendo la strada per le più elaborate teorie del complotto e contribuendo così alla radicalizzazione delle fasce più estremiste della società statunitense, con allarmanti riverberi al di fuori dei confini nazionali, resi se possibile ancora più assordanti nel chiacchiericcio virtuale del mondo alle prese con la pandemia.

La sistematica riproposizione dell’idea che il Presidente possa innalzarsi al di sopra dei meccanismi di pesi e contrappesi previsti dalla Costituzione, la semplificazione del prisma sociale alla dicotomia noi-loro, la rimozione continua di funzionari giudicati “colpevoli” di non servire l’agenda presidenziale, il continuo rifiuto di accettare l’esito del processo democratico per eccellenza appellandosi a ricorsi finora rivelatisi infondati sono stati gli argomenti cardine della campagna elettorale di Trump, i quali hanno senz’altro contribuito ad acuire le crepe già presenti nella società statunitense, esacerbando le tensioni e le disuguaglianze ed aprendo infine la strada al tentativo di sovvertire con la forza l’esito delle elezioni per assicurare la Casa Bianca al presidente uscente.

Seppure vano, il tentativo di impedire la ratifica della nomina di Biden alla presidenza degli Stati Uniti è destinato a lasciare una macchia indelebile nell’immagine di un Paese che per oltre un secolo si è voluto raccontare, pur con incessanti contraddizioni, come il più puro baluardo di un ideale virtuoso di democrazia da condividere, imitare e promuovere nel mondo. L’entrata dei fanatici sostenitori del quasi ex-Presidente nelle aule della legge ha un carattere dissacrante di indubbia portata storica e dovrebbe stimolare un ragionamento preliminare sulla forma, la sostanza e il luogo della diffusione del discorso politico, troppo complesso per poter essere confinato a un numero di caratteri e condivisioni, troppo prezioso per non sottostare al rigore che sottende alla diffusione scientifica di informazioni, da troppo tempo vittima di utilizzi strumentali per l’ottenimento di un consenso espresso e incapace di rendersi presupposto su cui ricostruire società in grado di far fronte alle sfide sovranazionali dell’epoca contemporanea. L’atto finale dell’era Trump è un esempio paradigmatico della facilità con cui la politica può acuire, cavalcandola, la crescente polarizzazione delle comunità nazionali, perseguendo la cieca convinzione che il vantaggio a breve termine possa essere un’alternativa efficiente all’individuazione di un equilibrio tra interessi nazionali e prospettive globali.