Il sogno neo-ottomano di Erdogan destinato ad infrangersi a Washington

La strategia degli Stati Uniti nel Grande Medio Oriente è la stessa da decenni, limpida nella sua linearità: impedire che un’unica entità, o una coalizione di Stati, divenga egemone in un’area che va dal Marocco ai confini della Cina. Al momento, solo due potenze regionali sarebbero in grado di raggiungere l’ambito scopo: Turchia e Iran; tuttavia considerando l’isolamento diplomatico e la debolezza economica di Teheran, ancora sotto sanzioni da parte dell’Occidente, non resta che il Paese erede dell’impero ottomano.

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La Turchia è una potenza in ascesa: dalle liberalizzazioni economiche degli anni Ottanta ha goduto di una più forte crescita economica e di maggiore stabilità, mentre negli anni Novanta è salita al potere una nuova generazione di politici, il cui esponente di punta è Recep Tayyip Erdogan, alla testa del Paese dal 2003.

Affiliato ai Fratelli Musulmani, autodefinitosi un “democratico conservatore” e considerato inizialmente di orientamento islamico “moderato”, Erdogan guida oggi uno Stato in grado di proiettare influenza geopolitica ben al di fuori di quelli che sono percepiti gli stretti confini nazionali stabiliti nel Trattato di Losanna.

Innanzitutto nel Mediterraneo, dove la Turchia manovra la Tripolitania di Al Serraj, il cui governo è riconosciuto dall’Onu come l’unico legittimo di tutta la Libia; mentre tenta di piegare la Cirenaica di Haftar inviando sul campo truppe ed armamenti, Erdogan ha firmato un’intesa con Tripoli sulla definizione della zona economica esclusiva, per godere dell’utilizzo dei giacimenti di idrocarburi presenti in quelle acque. Intesa che lede gli interessi della Grecia, ma anche dell’Italia che opera attraverso l’Eni al largo di Tripoli; senza dimenticare Cipro (dal 1974 in parte sotto occupazione attraverso la Repubblica Turca di Cipro Nord, riconosciuta solo da Ankara), i cui giacimenti off shore sono presidiati dalle navi militari turche, in danno ancora una volta della Grecia e dell’Eni.

Inoltre, è da tenere d’occhio l’evoluzione politica della Tunisia, storicamente laica in cui però nella coalizione di governo sono recentemente entrati i Fratelli Musulmani, che ha come principali finanziatori proprio Turchia e Qatar.

Il ruolo della Turchia in Siria dopo lo scoppio della cosiddetta guerra civile del 2011 è apparso ondivago nella tattica ma limpido nei fini: neutralizzare la componente curda presente nel nord della Siria e dell’Iraq annettendo quei territori e spingendosi anche oltre, da Aleppo a Mosul; uno scenario che Russia e Iran vorrebbero non si realizzasse, con gli Stati Uniti che valutano di incrementare il loro supporto alle milizie curde mentre sperano che la Turchia si impantani in questo vero e proprio ginepraio. Alla guerra in Siria è legata anche la questione dei migranti: Ankara accoglie al momento più di tre milioni di profughi che usa come arma di ricatto nei confronti dell’Unione Europea, dalla quale pretende ingenti finanziamenti per trattenerli entro i propri confini e non lasciar invadere il continente attraverso la rotta balcanica. Nella tormentata penisola, il soft power della Turchia fa leva sulla comune identità islamica di Albania e Kosovo, ed in parte di Bosnia-Erzegovina e Macedonia, ma la cooperazione prosegue con tutti gli Stati della regione balcanica anche nei settori industriali e tecnologico senza trascurare gli aspetti militari.

Ankara ha inoltre rafforzato la sua influenza nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa, in particolare in Sudan e Somalia: con Khartum sono stati confermati numerosi accordi commerciali da miliardi di dollari l’anno, oltre al completamento di una base militare turca sull’isola di Suakin; per quanto riguarda Mogadiscio, la Turchia è stata tra i primi Stati a ripristinare le relazioni diplomatiche con l’ex colonia italiana, con gli aiuti umanitari che hanno fatto da apripista alle imprese ed alle forze armate di Ankara. Oggi imprese turche controllano non solo l’aeroporto della capitale ma gestiscono anche il principale porto marittimo, ma il vero bottino è costituito dallo sfruttamento delle risorse energetiche al largo della costa somala.

La presenza turca nella regione risponde alla necessità di ridimensionare il ruolo delle petromonarchie del Golfo, su tutte Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che considerano quei territori come una loro propaggine, oltre alla già sottolineata esigenza della Turchia di accrescere il proprio ruolo di potenza energetica. La futura egemonia turca in questo settore è considerata un obiettivo fondamentale da Erdogan, intenzionato a rifornire l’Europa di gas e petrolio, provenienti principalmente da Russia ed Azerbaigian, esclusivamente attraverso il suo Paese.

Ma la partita più importante riguarda le relazioni con la Cina: Ankara ha bisogno degli investimenti e del supporto cinese per realizzare il sogno neo-ottomano, mentre il Dragone necessita del gigantesco ponte a cavallo tra oriente e occidente rappresentato dalla Turchia. L’ambizioso progetto delle Nuove Vie della Seta vede infatti nella Turchia uno snodo imprescindibile in direzione del continente europeo; attualmente un treno merci cinese impiega solo dodici giorni ad arrivare ad Ankara dalla città di Xi’an attraverso la China Railway Express, dove prosegue per Istanbul e da qui attraverso la linea turca Marmaray sotto lo stretto del Bosforo verso l’Europa. La cooperazione tra Cina e Turchia si basa sul consorzio Heritage Platform, società sino-turca con sede a Hong Kong e nata dalla fusione tra la Heritage Turkey e la Caricom Oil of China.

Erdogan sa bene che non può far crescere la produzione industriale nazionale, in particolare il settore bellico, senza gli investimenti di Pechino, essendo intenzionato a rafforzare l’industria pesante per incrementare l’esportazione di prodotti Made in Turkey verso l’Unione Europea e l’Unione Economica Eurasiatica, riducendo le importazioni di prodotti provenienti dalla Zona Euro.

Oltre agli investimenti infrastrutturali e agli accordi commerciali che spaziano dal turismo all’energia, la Cina ha iniziato a giocare un ruolo determinante in Turchia anche sotto il profilo finanziario: la scorsa estate la Banca centrale cinese ha letteralmente salvato Ankara dal default iniettando fondi nell’economia turca per la cifra complessiva di un miliardo di dollari, per far fronte al crollo della lira turca nei confronti delle principali valute di riserva mondiale, dollaro in testa.

In seguito, Erdogan ha ribadito i suoi propositi amichevoli verso Pechino, dichiarando di essere pronto a commerciare con la Cina attraverso le rispettive valute nazionali e non più in dollari.

La Turchia è un membro della NATO, il secondo dopo gli Stati Uniti per numero di forze armate, ha svolto un ruolo cruciale nel contenimento dell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda, soprattutto controllando l’accesso al Mediterraneo dal Mar Nero e rimane, nonostante le sue ambiguità e le sue doppiezze, un alleato del mondo occidentale. Washington non ha alcun interesse a rompere con Ankara, avversario strategico di Russia e Iran, ma non c’è dubbio che le velleità imperiali turche collidano con gli interessi americani. L’annessione di parte di Siria e Iraq e persino il controllo della Tripolitania sono tollerate se non incoraggiate per impedire che altri attori, decisamente più ostili e minacciosi, colmino quel vuoto di potere.

Invece una Turchia neo-ottomana, egemone nel Mediterraneo orientale ed in grado di proiettare la sua influenza geopolitica dall’Europa all’Oceano Indiano, ma soprattutto testa di ponte della Cina verso occidente, non sarebbe in alcun modo accettabile da parte degli Stati Uniti. Erdogan è stato avvisato più volte e, nonostante il tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016 che lui stesso ha attribuito a Washington, continua ad inseguire i suoi sogni imperiali.