Il sogno del gasdotto transcaspico

Entro la fine dell’anno, con il (probabile) completamento del Tap, diventerà finalmente operativo il Corridoio Meridionale del Gas, uno dei pilastri della politica europea di diversificazione delle fonti di approvvigionamento del gas. Da più parti si inizia a pensare già ad una possibile espansione del progetto, guardando con grande interesse alle immense riserve di gas presenti in Turkmenistan, stimate ad oggi a 19,5 trilioni di metri cubi di gas. Si torna così a parlare della costruzione del Trans-Caspian Pipeline, ma gli ostacoli politici ed economici alla sua realizzazione sono tali che difficilmente il gasdotto vedrà la luce. 

Il sogno del gasdotto transcaspico - Geopolitica.info

Una vecchia storia

L’idea di collegare l’ampio bacino del Caspio con i mercati occidentali si afferma nella seconda metà degli anni Novanta su iniziativa degli Stati Uniti, che vedevano nella cd. “Via della Seta dell’energia” un importante strumento per la stabilizzazione delle ex repubbliche sovietiche. Fulcro di questo progetto, poi ripreso all’inizio degli anni duemila dalla Commissione europea nell’ambito della propria strategia per la diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, è la costruzione di un gasdotto transcaspico della lunghezza di circa 300 chilometri per unire Turkmenbasy, in Turkmenistan, a Baku, in Azerbaigian, dove dovrebbe appunto essere collegato al Corridoio Meridionale, e con una capacità di 30 bcm di gas all’anno.

L’opposizione russo-iraniana

Contrari alla realizzazione di questa infrastruttura si sono sempre mostrati sia la Russia che l’Iran, soprattutto sulla base dell’impossibilità (sino a poco tempo fa) di trovare un accordo circa la definizione dello status giuridico del Mar Caspio, attraverso il quale dovrebbe passare il gasdotto. La disputa, che ha avuto origine nel 1991 con la separazione dell’Azerbaijan, del Kazakistan e del Turkmenistan dall’Unione Sovietica, tutti paesi ovviamente interessati a sfruttare le risorse contenute nel Caspio, si fonda sulla necessità di stabilire se il bacino del Caspio debba essere considerato alla stregua di un mare o di un lago. Quella che sembra una mera disputa giuridica, in realtà, presenta conseguenze molto importanti sul piano dello sfruttamento delle risorse presenti nel bacino. La proposta iraniana, ovvero il riconoscimento dello status di lago, comporterebbe la suddivisione del bacino in parti uguali tra i vari paesi costieri mentre il riconoscimento dello status di mare, così come chiesto dagli altri “contendenti”, comporterebbe una suddivisione del bacino in quote legate alla lunghezza della linea costiera (una soluzione che danneggerebbe l’Iran). 

Un (mezzo) passo in avanti

Un (potenziale) passo in avanti nella soluzione della disputa è stato compiuto nell’agosto 2018, quando è stata adottata la Convenzione sullo stato legale del Mar Caspio da parte dei cinque paesi costieri (Azerbaijan, Iran, Kazakistan, Russia e Turkmenistan), con la quale si è cercato di chiarire il quadro giuridico necessario per la posa del gasdotto attraverso le acque di questo bacino. La Convenzione prevede esplicitamente la possibilità di posare gasdotti sottomarini previo rispetto delle normative ambientali e con l’accordo dei paesi le cui acque territoriali sono interessate dal passaggio. A ben vedere, però, l’accordo si limita a riconoscere esplicitamente la possibilità di costruire un gasdotto sottomarino, rimandando il tutto ad una intesa tra le Parti e senza risolvere quelle questioni ambientali che stanno (anche) alla base dell’opposizione di Mosca. Quest’ultime, in particolare, appaiano piuttosto pretestuose, dal momento che nessuna preoccupazione ambientale è stata sollevata dalla Russia con riferimento alla costruzione di quei gasdotti (Blue Stream, Nord Stream e Turk Stream) che portano il gas russo in Europa attraversando il Mar Nero e il Mar Baltico. E non è un caso che, proprio recentemente, la Russia abbia ripreso ad importare il gas dal Turkmenistan. A ciò si aggiunga, inoltre, che il Parlamento iraniano non ha ancora ratificato la Convenzione. Nonostante ciò, l’Unione europea ha riavviato i negoziati con il Turkmenistan per la realizzazione del gasdotto, al quale intenderebbe fornire il proprio sostegno finanziario, forte anche del supporto del presidente americano Donald Trump, che ancora lo scorso anno ha inviato una lettera al suo omologo turkmeno ribadendo il sostegno USA al Trans-Caspian Pipeline. 

Il possibile coinvolgimento cinese

Secondo fonti di stampa, nell’agosto dello scorso anno, un consorzio, composto da aziende europee e cinesi, avrebbe manifestato agli alti vertici turkmeni la propria volontà di partecipare alla costruzione del gasdotto. Se confermato, si tratterebbe di un elemento da non sottovalutare, dal momento che la compagnbia energetica cinese Sinopec gode di un’eccellente reputazione per quanto riguarda la sua capacità di portare a compimento progetti nella regione. Rimane però il dubbio circa la reale volontà della Cina di partecipare alla realizzazione di un gasdotto che, di fatto, farebbe perdere a Pechino il monopolio sulle esportazioni dal Turkmenistan, dal momento che nel 2018 Ashgabat, dei 35,2 bcm di gas esportati, ne ha destinato alla Cina ben 33,3 bcm. 

Un sogno destinato a rimanere tale

È poi sufficiente un’analisi più dettagliata della situazione per smorzare ogni possibile entusiasmo e ritenere ancora oggi che molto difficilmente il gasdotto transcaspico possa vedere effettivamente la luce. Vi sono, infatti, fondamentalmente due ragioni che continuano ad ostacolare la realizzazione dell’infrastruttura. 

Da un lato, permangono ancora alcune singnificative contrapposizioni tra Turkmenistan, Azerbaijan e Iran, con particolare riferimento alla proprietà e ai diritti di sfruttamento di alcuni giacimenti situati nella parte meridionale del Caspio, storicamente contesi tra Baku e Ashgabat. Se con riferimento a questa situazione non mancano segnali positivi, la medesima cosa non può dirsi per i rapporti tra Iran e Turkmenistan, oggi particolarmente deteriorati. 

Dall’altro lato, poi, vi è una questione legata al mercato del gas. La domanda europea di gas non sta crescendo (e nulla lascia presagire che vi possa essere un’inversione di tendenza nel breve periodo) in maniera tale da giustificare la realizzazione di costose infrastrutture progettate in una fase di crescita dei consumi e dei prezzi degli idrocarburi. E la recente “guerra dei prezzi” del petrolio sta iniziando a produrre effetti negativi anche sul mercato del gas. Il rischio è che nel giro di poco tempo l’offerta di gas possa superare in maniera significativa l’effettiva domanda, soprattutto in seguito all’entrata in funzione del Nord Stream II, del Turk Stream e del TAP. In un simile contesto, quindi, difficilmente il gas proveniente dal Turkmenistan potrebbe trovare spazio.