Il sistema internazionale post-moderno: un mondo di paradossi

La complessità del sistema internazionale attuale pone allo storico del diritto internazionale e delle relazioni internazionali l’ingrato e spinoso interrogativo di una possibile periodizzazione, tra un sistema internazionale moderno e la sua veste attuale (post-moderno), tra un prima e un dopo, tra un’età che si è conclusa contrassegnata da elementi peculiari e irripetibili e una età in corso ricca di contraddizioni e fratture (oltre che continuità) rispetto al passato.

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Va sottolineato, però, che il sistema internazionale postmoderno è storia vivente, che si muove, si trasforma percorsa da una continua dinamica interiore, e segnata da un’intensa mobilità, da un lato, e da processi lenti e faticosi, dall’altro. Insomma, un sistema ancora da definirsi. Nonostante ciò all’occhio attento dello storico non sfuggono elementi di discontinuità e di paradossalità caratterizzanti la Global Society a partite dal secondo dopoguerra.

Il sistema internazionale moderno è generalmente conosciuto come “sistema Westfaliano”: dalla pace di Vestfalia del 1648 la società internazionale è stata costituita esclusivamente da entità politiche sovrane di tipo statuale, prima solo europee, poi occidentali con la nascita degli Stati Uniti d’America.

Sino alla vigilia della Prima guerra mondiale, Europa e Stati Uniti d’ America hanno formato l’unica comunità internazionale possibile ai loro occhi, basata su un diritto e una coscienza giuridica comuni. La convinzione delle proprie superiorità civili e religiose ha escluso la partecipazione attiva nella Global Society di altre realtà extra-occidentali, seppur auspicando un possibile, ma futuro, universalismo. Anche il diritto internazionale, che si andava formando, si è presentato come un diritto prodotto esclusivamente dalle e per le nazioni civili occidentali.

Ma il trattato di San Francisco del 26 giugno 1945 e gli eventi che ne hanno fatto seguito hanno riscritto l’organizzazione della società internazionale. Da quel momento appaiono all’orizzonte una serie di elementi di discontinuità rispetto al sistema internazionale moderno. Elementi di discontinuità individuabili nel frapporsi all’interno delle relazioni internazionali di soggettività nuove, di diversi modi di competitività tra essi nonché di distribuzione geografica e settoriale del potere qualitativamente differente.

In primo luogo, alla natura prettamente eurocentrica della società internazionale, si sostituisce finalmente una natura realmente universale. Non è più il Vecchio continente a dettare le regole dell’esistenza e dell’accesso alla società internazionale. Ma non è più nemmeno l’Occidente: alla potenza economica, politica e culturale degli Stati Uniti, quali eredi della civiltà europea, si contrappone una nuova realtà politico-culturale come la Russia. Non solo. Il completamento del processo di decolonizzazione ha comportato l’emergere di realtà statuali nuove che aspirano a divenire protagonisti della comunità internazionale. Il modello statuale, nella sua veste più perfetta di stato costituzionale, si afferma e si miticizza. Non a caso, si calcola che dal 1950 ad oggi il numero di stati abbia superato i 190. In ciò si manifesta il primo paradosso del sistema internazionale postmoderno: la maggior parte di essi sono stati creati per essere fulcri di influenza di potenze straniere, di essere oggetto di controllo indiretto (soprattutto economico e finanziario) delle vecchie madrepatrie coloniali.

Ancora, a fronte della inedita affermazione moderna della centralità statuale e della sovranità decisionale, anche in forme estreme di formalismo normativo, si constata la attuale rinuncia progressiva alla sovranità decisionale tanto in situazioni di normalità politica quanto in tempo di eccezionalità. Tale rinuncia ha ad oggetto sia politiche interne (anche di rilevanza notevole per la sopravvivenza stessa delle unità statuali, come la politica monetaria, basti pensare all’UE) sia la politica estera (es. i sistemi di allerta di difesa collettiva dell’OSCE). Insomma, viene superata la tradizionale distinzione tra esterno e interno, tra realtà internazionale e politica interna: molteplici atti normativi interni finiscono con il costituire attuazione di volontà altre ed esterne rispetto al governo nazionale. L’entità statuale si scioglie, infatti, progressivamente in entità superiori, quali le Organizzazioni Internazionali.  Queste ultime concorrono con gli Stati, o spesso sostituendosi ad essi, nella definizione del volto del diritto internazionale e della relativa comunità. Ecco il secondo paradosso.

Ma a realtà macro, come le organizzazioni internazionali, si contrappongono nell’agone globale, entità micro come popoli, minoranze e gruppi protetti più o meno territorialmente collegate o gruppi terroristici totalmente privi di legami territoriali. Anche la figura dell’individuo singolo riemerge all’interno di un dibattito che, in realtà, dalla seconda metà dell’800 (con P. Fiore) non si era mai sopito. La società internazionale moderna è stata una società prettamente di stati perché progressivamente dal terreno del potere e dell’uso legittimo della forza sono rimasti esclusi i soggetti privati (basti pensare alle riflessioni di A.Gentili, prima, e di E. Vattel, poi). Nel sistema internazionale postmoderno il soggetto privato riacquista una rilevanza, prima come persona umana e, poi, come operatore economico. A partire dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948 si è rivalutata la natura etica dei rapporti tra comunità internazionale e individui; e il diritto internazionale si è dovuto rivestite di quella morale che aveva tentato di perdere, mediante un processo di positivizzazione, nel massimo fiorire del periodo precedente. Gli Stati si ritrovano, così, costretti a operare in qualità di mandatari degli individui/popoli che rappresentano (centrali, in merito, sono le considerazioni di M. Walzer).  Non solo. Stati e individui concorrono competitivamente tra loro ogniqualvolta siano portatori di interessi di egual natura (es. economici, finanziari) ma contrapposti. E’ quanto ha reso evidente la trans-nazionalizzazione delle attività produttive e commerciali, c.d. globalizzazione. Attori privati del rango di multinazionali, società finanziarie internazionali, società di rating, law firms e entità statuali si contendono capitali, titoli di debito, risorse energetiche e zone di influenza su paesi e aree geografiche più o meno sviluppate (a riguardo, tra gli altri M. R.Ferrarese, F. Galgano e S. Sassen). Ecco il terzo paradosso

La compressione, dunque, dello spazio globale ha condotto i tradizionali protagonisti della comunità internazionale a dividersi o contendersi porzioni di autorità con soggetti privati a colpi di norme giuridiche, gius-internazionalistiche, di prassi mercantili consolidate e di golden share. Ma soprattutto ha manifestato una perdita di autorevolezza e di capacità reattive degli Stati, chiamati sempre più spesso a recepire, in maniera pedissequa, come norme interne prassi contrattuali commerciali unilateralmente prodotte (pungenti sono le osservazioni in merito operate da V. Roppo e E. Capobianco).

D’altronde, il multilateralismo che aveva condotto nei primi decenni del dopoguerra alla creazione di molteplici organismi di coordinamento internazionale, si è sopito a fronte di un inarrestabile bilateralismo serpeggiante tra tutti i membri della comunità (si veda tra gli altri H.Bull, A. Watson, A.Colombo). Membri differenti e multipli, tali da far profilare un ineludibile cosmopolitismo che, però, paradossalmente, nella realtà dei fatti sembra tradursi in una inevitabile frammentazione futura della Global Society.