Il signaling russo e la guerra nel Donbass: come spiegare le nuove tensioni

La recente concentrazione di truppe russe al confine tra l’Ucraina e il Distretto Militare meridionale della Federazione Russa ha riacceso l’attenzione internazionale sul conflitto nel Donbass. Poche sono le informazioni a disposizione, confuse e spesso contraddittorie le ricostruzioni, tra coloro che sottolineano il pericolo concreto di una prossima invasione russa dell’Ucraina e coloro che tentano di stemperare i timori di una prossima escalation del conflitto.

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Dalla scorsa settimana è in corso un’intensa concentrazione di truppe lungo il confine tra la Federazione Russa e l’Ucraina, in prossimità dei territori autoproclamatesi indipendenti del Donbass. Secondo le informazioni più recenti, circa 40 battaglioni delle Forze Armate Russe sarebbero stati concentrati nel Distretto Militare Meridionale, nell’ambito di movimenti di truppe inconsueti e non anticipati. Congiuntamente, poco più a nord, in prossimità del confine tra Bielorussia, Russia e Ucraina, sono stati visti in transito anche truppe di Minsk, con la giustificazione ufficiale di manovre preparatorie in vista dell’esercitazione Zapad-2021, mentre la LVI Divisione Aviotrasportata della Guardia è stata mobilitata e ridispiegata in Crimea, nella base di Feodosia, dalla precedente postazione di Kamyshin, consolidando la presenza militare russa nella regione. La singolare mobilitazione di uomini e mezzi è stata letta da alcuni osservatori come il preludio ad un’invasione dell’Ucraina, ma, più verosimilmente, si potrebbe ascrivere nell’ambito della diplomazia coercitiva di Mosca, in virtù dei molti elementi di “anomalia” presenti negli eventi, ma iniziamo da questi ultimi.

I fatti e i timori

La recente crisi prende il via il 26 marzo scorso, quando quattro soldati ucraini sono rimasti uccisi a causa dello scambio di colpi di artiglieria e fucileria lungo la linea di contatto tra le forze regolari fedeli a Kiev e le milizie separatiste filorusse. Tali eventi, per quanto tragici, non sono una novità sul fragile confine nel Donbass, quasi con cadenza settimanale, infatti, si registrano violazioni del cessate-il-fuoco da entrambe le parti, di solito con un numero limitato di vittime ma senza la prospettiva di un’escalation più ampia. In questa occasione, la dinamica è stata però più complessa. Il 29 marzo, il Capo di Stato Maggiore della Difesa di Kiev, Generale Ruslan Khomchak, ha riferito alla Rada la concentrazione anomala di 28 battaglioni russi oltreconfine, che nei giorni seguenti sono divenuti 50, secondo l’agenzia russa TASS, e poi 40, secondo quanto dichiarato dal Ministero della Difesa di Mosca. Lo stesso giorno, il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, è intervenuto sulla vicenda. Durante una conferenza stampa, egli ha sostenuto che le manovre delle Forze Armate Russe stessero avvenendo all’interno dei confini nazionali e che non vi fosse alcuna intenzione ostile da parte di Mosca, giustificando la mobilitazione come conseguenza di esercitazioni tattiche a livello di battaglione dell’Esercito Russo e rilanciando la responsabilità dello stallo nella soluzione del conflitto con nel Donbass a Kiev, colpevole, secondo il Cremlino, di non voler dialogare per una soluzione pacifica della controversia. La concentrazione di truppe ha però messo in allerta non solo l’Ucraina, ma anche il Comando Europeo della NATO e conseguentemente, il Capo di Stato Maggiore statunitense, Generale Mark Milley, è intervenuto contattando tanto l’omologo russo, Valery Gerasimov, quanto quello Ucraino, senza però ottenere risultati apprezzabili, poiché, nel giorno stesso dei contatti tra i vertici militari dei tre Paesi, il 30 marzo, la mobilitazione delle truppe russe era ormai evidente, con almeno 40 battaglioni schierati lungo il confine. Gli spostamenti di truppe hanno coinciso con il primo contatto diretto di Joe Biden a Volodymyr Zelensky. Durante la chiamata tra i due leader, il Presidente statunitense ha ribadito “l’impegno di Washington a supportare la sovranità e l’integrità territoriale ucraina contro le pressioni russe, confermando il proprio appoggio alle iniziative contro la corruzione e alle riforme in senso democratico promosse dal leader ucraino, come precondizione fondamentale per le ambizioni atlantiche di Kiev”.

La Russia potrebbe invadere l’Ucraina?

Come è evidente, la crisi è iniziata in modo del tutto imprevisto e ha coinvolto un numero imprecisato di uomini, si stima tra i 25 e i 50 mila, sebbene le fonti ufficiali ne ripotino solo 15 mila, una cifra considerata ampiamente irrealistica da tutti gli osservatori, in virtù degli ordini di battaglia dell’Esercito russo.  Indipendentemente dai dati numerici, i timori di una prossima invasione russa dell’Ucraina appaiono esagerati. Per quanto le tensioni della scorsa settimana possano essere il preludio di un’escalation, gli incedenti di frontiera non sono mai stati la causa di una guerra di per sé, piuttosto un pretesto creato ad hoc sulla base di una già palese volontà offensiva. Inoltre, la concentrazione di truppe russe è avvenuta senza alcun tentativo di nasconderla, verosimilmente, se l’obiettivo fosse stato quello di procedere all’invasione, la preparazione sarebbe stata più accorta. Si ricordi in questo senso che l’occupazione Russa della Crimea è avvenuta in un contesto politico ben diverso e che le operazioni militari iniziarono senza il minimo preavviso, lasciando la comunità internazionale di fronte al fatto compiuto. Come possiamo quindi spiegare la mobilitazione delle forze russe?

Possiamo leggerla attraverso un’analisi a tre livelli, locale, regionale e internazionale, alla quale potremmo aggiungere un’ulteriore dimensione interna. Partendo da quest’ultima, alcuni commentatori hanno sottolineato la necessità per la dirigenza russa di rinsaldare il fronte interno, dopo le manifestazioni pro-Navalny e le difficoltà registrate nell’ultimo anno a causa non solo della pandemia ma anche di una strutturale “anzianità” del sistema politico russo. Soprattutto guardando alle prossime elezioni per la Duma di settembre, un breve aumento della tensione con l’Ucraina potrebbe essere funzionale ad un “serrate-le-fila” in vista della prossima tornata elettorale.

A livello locale, periodicamente si propone il rischio di un’escalation, in particolare tra la primavera e l’estate quando si rendono sistematicamente evidenti i problemi di approvvigionamento idrico della Crimea. La penisola risulta infatti dipendente dall’importazione di acqua dolce, poiché ne è sostanzialmente priva, tanto che, prima dell’intervento russo, l’85% delle risorse idriche della regione provenivano dal vicino oblast di Cherson. Dall’occupazione russa, il problema è stato percepito come un’esigenza prioritaria per la stabilità economica della penisola e, soprattutto a seguito della chiusura da parte ucraina del canale che dal Dnepr portava acqua in Crimea (una perdita solo parzialmente recuperata dalla costruzione del Ponte di Kerch), presso l’élite russa si è periodicamente fatta avanti l’idea di un’occupazione più ampia dell’Ucraina, che permettesse di unire geograficamente la regione secessionista alla Federazione. Conseguentemente, ad un primo livello di analisi, la crisi idrica della penisola potrebbe spiegare le pressioni russe, sebbene la posta in gioco potrebbe essere troppo limitata per rischiare l’escalation su vasta scala.

A livello regionale invece, le manovre russe potrebbero essere spiegate come un tentativo di spingere Kiev ad una soluzione negoziata del conflitto, attuando quanto disposto dagli accordi di Minsk II, ovvero il progressivo reintegro nell’Ucraina delle repubbliche separatiste sulla base del riconoscimento di una larga autonomia. Sebbene il congelamento del conflitto sia comunque un’opzione nelle mani di Mosca, è chiaro che non potrà essere una soluzione valida nel lungo periodo e il signaling russo potrebbe dimostrare una certa insofferenza verso l’attuale stato della guerra.

Alzando ancora il nostro punto di osservazione, è indispensabile considerare che le manovre sono avvenute a poche settimane di distanza dall’ultimo scontro tra Joe Biden e Vladimir Putin. Di conseguenza, la mobilitazione di truppe in prossimità del confine ucraino potrebbe essere considerata una chiara dimostrazione di forza, volta a manifestare la volontà russa a non piegarsi alle pressioni occidentali. Soprattutto valutando il contesto generale, quest’ultima interpretazione potrebbe essere la più logica. Oltre allo scontro a distanza tra i due Presidenti, a seguito del quale l’ambasciatore russo a Washington è stato richiamato a Mosca (dove ancora si trova), il mese scorso Sergey Lavrov aveva avuto un aspro confronto con Joseph Borell e, durante l’insediamento dell’amministrazione Biden, autorevoli esponenti della nuova leadership statunitense si erano espressi in favore della membership atlantica di Georgia e Ucraina, suscitando non pochi malumori a Mosca. Conseguentemente, le manovre dell’ultima settimana potrebbero essere considerate una reazione a tutto questo.

Ad ogni modo, la situazione è quanto mai nebulosa, non si hanno informazioni certe sulle reali intenzioni russe e, per quanto il rischio di un’invasione debba essere considerato con cautela, non è escludibile a priori che singole esplosioni di violenza in porzioni più o meno limitate del fronte non possano avvenire.

Lorenzo Riggi,
Geopolitica.info