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NotizieIl “senso” della storia ai tempi del coronavirus

Il “senso” della storia ai tempi del coronavirus

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In tempi di incertezza globale e coronavirus è naturale per gli uomini interrogarsi su questioni che stimolano il loro intelletto da tempo immemore e che hanno animato discussioni tra filosofi fin dall’antichità. Una tra queste domande irrisolte riguarda niente di meno che il senso stesso della storia o, meglio, se la storia abbia o meno un “senso”. 

Due diverse visioni si scontrano su questo punto: chi attribuisce alla storia una visione teleologica, ossia orientata ad un fine e quindi in continua evoluzione, e chi, invece, concepisce la storia in maniera ciclica, riprendendo, in parte, quella teoria dell’eterno ritorno di nietzschiana memoria. 

Visione teleologica e dottrina cristiana

Tra i propugnatori della prima scuola di pensiero possiamo certamente annoverare gli appartenenti alla dottrina cristiana, che vedono nel raggiungimento del regno divino il senso ultimo della vita umana. Questa visione, che dovrebbe trovare spazio nella sola sfera intima del singolo, è stata estesa ad interi popoli, in particolare al mondo anglosassone e protestante che, come teorizzato da Max Weber un secolo fa, ha gettato le basi e informato il capitalismo. In base a questa dottrina, il successo del singolo sulla Terra altro non è che la manifestazione divina della Grazia concessa lui e destinata ad attuarsi pienamente nel Regno dei Cieli. Ecco quindi che la storia individuale si riempie di significato e si orienta ad un fine ultimo, ossia il successo in questo mondo, anticamera del successo nella vita ultraterrena. Questa idea, semplice e potente al tempo stesso, ha gettato le basi per la costruzione dell’unica superpotenza, protestante, oggi esistente: gli Stati Uniti d’America

La visione che gli americani hanno della loro storia e del loro ruolo nel mondo si può forse riassumere nella frase articolata nel 1630 da John Winthrop, primo governatore del Massachusetts: “Dobbiamo tener conto del fatto che saremo come una città su una collina, gli occhi di tutti sono su di noi”. Questa opinione poggia sulla convinzione che l’esperienza degli Stati Uniti sia in qualche modo “eccezionale”, poiché predestinata e appoggiata da Dio. Da qui l’idea della “pax Americana” che poggia sulla diffusione della democrazia nel mondo e nel “regime change” dei sistemi dittatoriali anche a costo di gravi tributi di sangue. Questa visione altro non è che una versione 2.0 della missione civilizzatrice dell’uomo bianco che, oberato dal suo “fardello” (per citare Kipling), era costretto a colonizzare le popolazioni inferiori (vale a dire non bianche) e a portare loro la civiltà. Nella teoria delle relazioni internazionali questa visione è ben radicata nella cosiddetta “pace democratica” che, fin dai tempi di Kant, ritiene che le democrazie siano intrinsecamente pacifiche e impossibilitate a farsi la guerra tra loro. Ergo: se tutti i Paesi del mondo adottassero un sistema democratico simile a quello a stelle e strisce non ci sarebbero più guerre e il mondo sarebbe finalmente in pace. Questo comporterebbe in automatico la fine della storia e l’unificazione del sistema internazionale come suggerito da Francis Fukuyama: l’acme della visione teleologica dunque, sebbene fortemente di parte e a senso unico.

Visione realista ed eterno ritorno

D’altre parte abbiamo la teoria dell’eterno ritorno: gli uomini non imparano dalla storia e, anche ammesso che lo facciano, non possono sfuggire ad essa. Gli imperi nascono e muoiono, un egemone si succede ad un altro, gli Dei sono perituri come gli uomini che li adorano e ad una fase di espansione segue una di contrazione. Rievocando le parole dell’I Ching, l’antico libro millenario di saggezza cinese, “l’unica cosa che non muta è il mutamento stesso”. Da qui l’idea che quando lo yang raggiunge il suo massimo apice comincia inevitabilmente lo yin in un processo senza fine che ricorda, per certi aspetti, la teoria dell’imperial overstretch. Quando infatti un impero raggiunge il massimo della sua espansione e utilizza risorse fuori dalla sua portata per espandersi ulteriormente, segna automaticamente la sua contrazione e l’inizio dell’espansione di un nuovo egemone. 

La storia è ricca di esempi che confermano tale ipotesi, talmente tanto ricca che il lettore potrà pensare ad un impero qualsiasi (personalmente suggerirei quello romano ma solo per una mia suggestione romantico/idealistica) per rendersi conto di come questa chiave di lettura possa adeguarsi e spiegare l’esempio da lui scelto. La visione della storia orientata ad un fine di certo ci alletta, se non altro perché alimenta il nostro ego e ci dona la speranza di un futuro migliore ma, purtroppo, non trova riscontro in quella che è la realtà empirica dei fatti. Meglio quindi arrendersi all’idea che la storia non si muova verso un qualche paradiso divino/istituzionale ma che trascenda le speranze e le illusioni di noi uomini poiché, in quanto determinata da noi uomini fallaci e limitati, non può che ripresentarsi ogni volta uguale e diversa al tempo stesso, in un processo di creazione e distruzione senza fine. 

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